Björk – Tra l’umano e il tecnologico, il vegetale, l’animale

Al MoMA di New York una mostra dedicata a Björk

di Jacopo Conti

dal numero di novembre 2015

Björk si trova a metà strada; a metà di tante strade, a dire il vero. Tra la popular music e l’avanguardia colta, tra la musica e altre forme espressive (il cinema, la video-arte, la performance nel senso più lato possibile), tra l’essere un unicum nello scenario mondiale e l’essere una tra le più famose artiste del mondo “a metà strada”. A volte è parso addirittura che fosse a metà strada tra l’umano e qualcos’altro di poco definibile, come la sua musica: tra l’umano e il tecnologico, tra l’umano e il vegetale, o l’animale: pensiamo al suo abito da cigno alla consegna degli Oscar nel 2001, lo stesso animale con cui è incrociata sulla copertina di Vespertine, dello stesso anno, in un intrico tra disegno e fotografia.

Ciò la rende “singolare”, sia nel senso di “particolare” e “caratteristico”, che in quello di “unico”: pur nelle collaborazioni, è sempre lei il centro cangiante ed evanescente, mutevole nella forma e nella sostanza, ma sempre presente e riconoscibile. Riconoscibile per il suo timbro vocale personalissimo, che però può essere anche un limite: se quella voce e quella propensione a mettere in primo piano il respiro – sempre molto avvertibile, come accade nel caso di un altro guru pop di questi anni: Bono Vox degli U2 – non piacciono, difficilmente si potrà cambiare idea, nonostante i cambi di pelle, di pelle appunto: non di sostanza. Riconoscibile per l’imprevedibilità artistica: da lei ormai ci si può aspettare di tutto, dalla big band da jazz classico di It’s Oh So Quiet (tratta dal suo secondo album, Post, ad oggi è ancora il suo singolo più venduto, ed è una cover di un brano pubblicato nel 1951 da Betty Hutton negli Stati Uniti, a sua volta reinterpretazione di Und jetzt ist es still, canzone del 1948 scritta dal compositore austrico Hans Lang) a un disco come Biophilia (2011), in cui ogni canzone è una app per cellulare, da un disco esclusivamente vocale come Medúlla (2004), a un MTV Unplugged – tratto dalla serie di concerti interamente acustici del canale musicale – in cui è accompagnata da campane tibetane, clavicembalo, un suonatore di bicchieri, uno di didjeridoo e molto altro.

147680-RossSENTI300dpi-285x395Nelle pagine che le dedica nel libro Senti Questo (Bompiani, 2011), il critico del “New York Times” Alex Ross ama ricordare gli espliciti tentativi, sempre con il bizzarro tono tra il giocoso e il serioso, di questo stralunato folletto nordico, di raggiungere con un suo brano un ibrido musicale tra Justin Timberlake e Karlheinz Stockhausen (Stockhausen si disse felice di attrarre le attenzioni di “giovani talenti” come Björk, Tricky o Aphex Twin, sebbene gli dispiacesse che venissero raccolte solo le sue sonorità e che andassero persi il suo rigore e la sua forte concezione strutturale). Björk infatti unisce una notevole conoscenza della musica tradizionale islandese a una formazione piuttosto solida in ambito accademico, con una forte propensione per le avanguardie contemporanee: e proprio come i Radiohead – e in particolare il loro chitarrista Jonny Greenwood – la cantante islandese dichiara un grande interesse nei confronti di Olivier Messiaen, la cui figura, con gli anni, sembra emergere sempre più come quella di uno dei più influenti, se non il più influente musicista del secondo Novecento, a considerare quanti musicisti dal suo pensiero e dalla sua opera siano stati condizionati. La sua conoscenza di “dialetti” musicali colti contemporanei permette quindi di comprendere l’interesse che può suscitare anche in un pubblico non avvezzo alla popular music (men che meno, quella elettronica): conosciuti i linguaggi formali e le declinazioni di un linguaggio musicale, è più facile manipolarlo e suscitare l’interesse di chi lo pratica abitualmente o lo conosce bene (come nel caso di Ross, che è un critico eminentemente “classico”). Lei, tra gli altri, ora lo sta facendo, e chissà cosa sopravvivrà alla prova del tempo.

Storia di una trasformista

Björk Guðmundsdóttir (mai fu più azzeccata la scelta di non usare il cognome per proporsi al pubblico, soprattutto in ottica internazionale) è nata a Reykjavík nel 1965, e nel 2015 ha pubblicato il suo ottavo album, Vulnicura (nel conteggio non rientra un disco che porta il suo nome uscito nel 1977, quando aveva dodici anni: era anche una enfant prodige, giusto per aggiungere qualcos’altro al suo curriculum). Trasformista – si osservino le copertine dei suoi album in successione e si vedrà una metamorfosi difficilmente descrivibile a parole, da fare impallidire anche David Bowie –, sempre molto attenta alla tecnologia da un lato e all’ecologia dall’altro, soprattutto con i suoi primi dischi è stata tra i cardini del gusto “più avanzato” su MTV a cavallo tra il XX e il XXI secolo: la sua Bachelorette, una habanera techno estratta da Homogenic, del 1997, era un pezzo dal quale era difficile sfuggire – quasi un tormentone, se non fosse che non ne ha le caratteristiche. La sua attenzione nei confronti del multimediale (dai video alla dissoluzione di un album in una raccolta di app) la rende facilmente una metafora della contemporaneità, ed è anche per questo che solletica l’interesse degli esteti-intellettuali contemporanei. Eppure Björk, al di là di tutto questo, rimane una musicista: un timbro vocale immediatamente riconoscibile, un respiro umano in un ambiente acustico hi-tech, una performer che senza requie cerca nuove soluzioni, tanto dal vivo quanto in studio.

Stupisce che una figura come Björk abbia ottenuto tale notorietà negli ultimi anni? Forse no. In fondo è accaduto lo stesso con i Radiohead e, in anni più recenti, con i Sigur Rós, che certamente hanno beneficiato dell’interesse suscitato nei media verso l’isola nordica proprio da questa performer così peculiare. Evidentemente sperimentalismo e imprevedibilità sono (ancora) bene accetti anche da parte di alcuni artisti contemporanei che si dedicano alla popular music. In barba a chi la vorrebbe ancora musica “leggera”.

jchitarra@libero.it

J Conti è dottore di ricerca in musicologia