Reinhard Kleist – Cash: I see a darkness

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But I remember everything

recensione di Maurizio Amendola

dal numero di luglio/agosto 2016

Reinhard Kleist
CASH: I SEE A DARKNESS
pp 223, € 19
Bao, Milano 2016

KleistRick Rubin (produttore, tra gli altri, di Beastie Boys e Rage Against the Machine) ha appena mostrato all’ottantenne Johnny Cash il testo di Hurt, traccia composta dal frontman dei Nine Inch Nails, Trent Reznor. “Mi ricorda gli anni sessanta, le ferite che provochi a te e agli altri quando consumi droghe. Il bisogno di trovare un conforto, la solitudine… vorrei avere scritto io questa canzone”. Hurt è solo una delle indimenticabili cover registrate dal folksinger di Kingsman, Arkansas. Come lo è I see a Darkness, canzone di Will Oldham che Cash ha inserito nella raccolta Solitary man, e che dà il titolo al graphic novel di Reinhard Kleist.

Pare che Reinhard Kleist fosse preoccupato di non arrivare allo stesso grado di autenticità raggiunta dal film Walk the line di James Mangold. Se la pellicola trova spina dorsale e risoluzione nell’amore tra Johnny e la moglie June Carter, il fumetto trova luce nella messa a fuoco dell’insicurezza di un ragazzo contadino che affronta fama e ricchezza grazie alla musica in un mondo più grande di lui, senza esservi pronto. In più, la capacità di Johnny di delineare la vita dei protagonisti delle sue canzoni a chi ascolta, Kleist ce la fa rivivere con le sue vignette.

A Reno, un uomo si immerge negli schiamazzi della città dove sceglie un riccone in completo da sera da seguire dietro un vicolo; gli spara addosso, solo per vederlo morire. Billy Joe avverte sua madre che è stufo di raccogliere cotone, è ora di andare via. La madre lo avverte: non portare le pistole con te in città. Queste parole sono le ultime che Billy Joe ripeterà, prima del suo ultimo respiro. Un giovane trasandato combatte ogni giorno contro la condanna di avere un nome da donna: Sue. Potrebbero non aver senso queste canzoni per uno come Bob Dylan, abituato a metaforizzare anche se stesso, ma a Johnny piace troppo raccontare la realtà, e queste storie la rappresentano.

La realtà continua a essere di più o di meno di quello che vogliamo. E quando comincia a essere troppo, per Johnny, tutto sembra crollare: qui arriva June Carter, la musa armata di autoharp che aiuta il Cash uomo a raccogliere le macerie dentro di sé. Il Cash cantastorie trova la forza di ricominciare nel luogo dove la società rinchiude le sue macerie umane: il carcere di Folsom. È lì che è recluso Glen Sherley, l’uomo da cui parte la storia. Passa le notti a scrivere la canzone che Johnny Cash canterà nello storico concerto tenuto nella prigione di Folsom, il 13 gennaio 1968. Reinhard Kleist ci racconta una fotografia passata alla storia: Johnny, dal palco, dà la mano a Glen che ancora non riesce a credere che il suo eroe abbia appena cantato la canzone da lui composta sulla brandina, di notte, in cella: “I muri che mi circondano ogni attimo della vita per alcuni secondi sembrano dissolver-si come un miraggio”.

Più di trent’anni dopo: una casa isolata, un produttore di hip hop trasandato e l’oscurità nascosta tra gli alberi. Il vento d’autunno fa scivolare le foglie addosso al cappotto scuro dentro cui si stringe uno squalo che non smetterà di cantare le sue storie e quelle degli altri fino al giorno della sua morte, il 12 settembre 2003. Dopo una vita che gli ha messo una corona di spine sulla fronte e la capacità di ricordare ogni cosa, fino all’ultimo attimo. Mancano pochi mesi. Non resta che guardare negli occhi la morte. Seduto su una sedia sistemata sul prato, in una porzione di bosco dove gli alberi non coprono il cielo bianco.

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