Dino Battaglia – Edgar Allan Poe

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Incontro al vertice

recensione di Luca Bianco

Dallo Speciale Fumetti del numero di novembre 2016

Dino Battaglia
EDGAR ALLAN POE
pp. 96, € 14.90
Nicola Pesce, Salerno 2016

dino-battaglia-edgar-allan-poeL’esistenza biografica di Edgar Allan Poe fu, come tutti sanno, atroce. La sua vita postuma, per contro, era, è e sarà prospera e rigogliosissima: basta citare alla rinfusa i nomi di alcuni suoi traduttori letterari (da Baudelaire a Pessoa, da Mallarmé a Manganelli), o gli innumerevoli adattamenti cinematografici, o ancora quello che grandi artisti e illustratori visionari seppero trarre dai suoi racconti e dalle sue poesie: Édouard Manet che illustra la traduzione mallarmeana di The Raven, Odilon Redon, Alfred Kubin, Karel Thole… Il discorso cambia un poco se ci spostiamo al fumetto: insieme a molti frettolosi adattamenti che permettevano di chiudere più o meno efficacemente l’ennesimo numero di rivista dedicata al genere horror, dove un gatto nero demoniaco, o una casa diroccata, o un orango che brandiva un rasoio bastavano per épater il lettore, non è raro incontrare prove macroscopiche per qualità e impegno di autori come Richard Corben, Will Eisner, Alberto Breccia, e, naturalmente, Dino Battaglia. Dico «naturalmente» perché tra gli autori di fumetti italiani il veneziano Dino Battaglia, morto sessantenne nel 1983 a Milano, la città deve lavorava e dove si considerava in esilio, fu senz’altro il più letterario.

Il più letterario

Basta scorrere l’elenco dei titoli annunciati come «di prossima pubblicazione» nell’ultima pagina di questo libro, che si spera sia davvero il primo di una lunga e organica serie di ristampe: incontriamo titoli quali Maupassant (che dovrebbe essere in uscita), Il Golem, Thyl l’Espiègle, perfino Gargantua e Pantagruele e – addirittura – il Woyzeck che fu di Georg Büchner e poi di Alban Berg e di Werner Herzog (ma viene da chiedersi, anzi da chiedere all’editore, perché manca quel Moby Dick che Battaglia adattò magistralmente nel 1967: sarebbe doloroso farne senza, visto che l’edizione uscita per Le mani nel 1997 sembra ormai difficile da trovare).

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Il libro contiene otto racconti di otto tavole ciascuno. Sette provengono dalle pagine di «Linus», dove uscirono tra il 1968 e il 1973; l’ultimo è invece datato al 1981, e uscì originariamente sulla testata cattolica per ragazzi «Il Giornalino», dove così tanti fumettisti italiani trovavano rifugio (perfino l’insospettabile Massimo Mattioli, che su quelle pagine raccontava le storielle autoconclusive del coniglietto fotorepoter Pinky mentre su «Frigidaire» faceva imperversare il debosciato aquilotto Joe Galaxy). L’incontro al vertice Battaglia-Poe è documentato quasi per intero: mancano all’appello due storie del 1971 sceneggiate da Mino Milani e uscite sul «Corriere dei Piccoli» (Lo scarabeo d’oro e La lettera rubata); non sarebbe stato male recuperare anche quelle, seppure un poco più scolastiche rispetto ai capolavori che abbiamo tra le mani (il lettore fortunato le può trovare nel vecchissimo volume Uomini coraggiosi, Fabbri, 1980).

Di solito, in casi come questi, si parlava, e forse ancora si parla, di «riduzione» a fumetti; ma nel caso di Battaglia il termine suona decisamente improprio: nelle sue tavole Edgar Allan Poe non viene ridotto proprio per nulla. Viene semmai amplificato, trasfigurato, reinventato: neppure una singola goccia di inchiostro, in questo volume, scorre sotto i ponti dell’adattamento pedissequo e semplificatore. Colpisce anzitutto la scelta dei racconti: accanto ai quasi obbligati specimen del Poe «de paura» (La caduta della casa degli Usher, La maschera della Morte Rossa), Battaglia si misura anche con il Poe più metafisico (Ligeia), con certi capolavori grotteschi come Re Peste, La scommessa (tratto da quel Mai scommettere la testa col Diavolo che ispirò anche Fellini nel cortometraggio Toby Dammit), con il beffardo grand guignol di Hop-Frog e Il sistema del dottor Catrame e del professor Piuma, e infine con la splendida peripezia rarefatta, lunare e sorridente di La straordinaria avventura di Hans Pfaall.

Antiche acqueforti

Ma più ancora colpisce quello che la prosa, ora febbrile ora sussiegosa, ora ironica e ora poetica di Edgar Allan Poe diventa nelle mani di Dino Battaglia: ogni tavola è una perfetta architettura compositiva dove la tradizionale scansione del fumetto viene quasi sempre abolita o fatta brillare come una mina, come nell’ultima pagina di La scommessa, in cui il personaggio gioca a rimpiattino e a saltarello con la gabbia della vignetta. Il bianco della pagina di sfondo dilaga nelle scene fino a diventare la sostanza di cui i personaggi sono composti, come la meravigliosa lady Madeline Usher, immacolato e terribile fantasma che emerge urlando dal nero della china in un turbine di capelli sottili come il negativo fotografico di una ragnatela; e accanto al bianco e al nero ci inseguono per tutto il libro i grigi, i famosi grigi di Dino Battaglia, ottenuti sostituendo al fitto e nitido tratteggio del pennino la sfumata tecnica del tampone, che dà a certe tavole il sapore di antiche acqueforti.

warburg@aliceposta.it

L. Bianco è storico dell’arte, iconografo e traduttore

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