Gipi – La terra dei figli

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Selvaggia bellezza sulle rovine del mondo

recensione di Andrea Pagliardi

Gipi
LA TERRA DEI FIGLI
pp. 288 € 19.50
Coconino press-Fandango, Bologna-Roma 2016

GipiNel novembre 2013 in un’intervista rilasciata a Iacopo Barison per “Minima & moralia”, Gipi parlava di quello che sarebbe diventato La terra dei figli e che all’epoca era ancora un embrione. Su un punto aveva già le idee chiare: “Sarà una storia molto lunga, senza voce narrante e senza colori ad acquerello. Senza tutte le cose che fanno di me il raccontatore un po’ poetico, quello che commuove i lettori. Per me fare questo è importante. Cioè, fare una storia che, per stavolta, si regga solo sul plot e sui personaggi, e basta”.

A due anni distanza, sul suo profilo Facebook, Gipi postava le “regole” a cui doveva attenersi nella stesura di La terra dei figli. Eccone qualcuna: “Non usare la voce narrante. Non usare il colore. Tutte le pagine devono avere la stessa gabbia. Ricorda i tempi naturali nei dialoghi: se serve una pausa, fai una vignetta vuota. Ricorda e disegna il ciclo naturale giorno/notte. Rispetta il sole cocente, come la pioggia. Non fare balloon con i pensieri dei personaggi. Ti vergogneresti per sempre, dopo. Se fai uno spiegone in un balloon, dopo, sparati”.

La terra dei figli segue fedelmente queste direttive: semplice pennarello nero su carta, puro piano-sequenza narrativo senza appigli. Una storia lineare, fatta di vignette e dialoghi, priva di ellissi temporali o didascalie. Insomma: “una narrazione da maniaco, a passo uno” (“Wired”, maggio 2015, intervista di Gianmaria Tammaro). È fumetto nella sua forma più schietta e onesta, la quintessenza del racconto sequenziale per immagini. Da manuale. E il risultato è un libro avvincente, denso e godibile.

Gipi non è e non vuole essere un teorico del fumetto, ma da quel brusco e ironico decalogo condiviso sui social e da molte delle sue interviste emerge una consapevolezza lancinante dell’atto artistico, di come e in che dosi mescolare parole e disegni. Dagli oli grattati di Esterno notte, alla vita disegnata ferocemente male, fino ai sofferti acquerelli di Unastoria, Gipi sperimenta tecniche e stili riuscendo a rimanere riconoscibile, spostando di volta in volta l’asticella, prefiggendosi traguardi diversi e stabilendo con assoluta lucidità come fare a raggiungerli e quali trappole evitare. E lo stesso vale per le storie da raccontare, che siano vicine da toccare la pelle o lontane nel tempo e nello spazio. Temi e personaggi si rincorrono, in un girotondo fertile e ossessivo, tra ragazzini con il naso a punta, la testa tonda e gli occhi svegli di chi vuole mangiarsi il mondo a colazione e maschi adulti, imbruttiti e abbrutiti dalla vita, che non osano più guardarsi allo specchio o ammettere di avere dei sentimenti, neanche se sta arrivando la fine del mondo. Ed è proprio il rapporto tra adulti e ragazzi, tra padri e figli il centro del suo sesto e ultimo romanzo grafico, in uscita per Coconino proprio in questi giorni.

I protagonisti della vicenda sono due fratelli che vivono in riva al lago in una baracca insieme al padre brusco e brutale. Il motore degli eventi è il recupero della memoria, l’ostinazione nel comprendere l’ermetico contenuto di un taccuino che, forse, racchiude in sé un passato, diversi perché e le carezze di una madre mai conosciuta. Morte e disperazione si manifestano a ogni pagina; nel lago non si pescano lucci argentati: le facce nell’acqua di Esterno Notte tornano a riaffiorare, ma stavolta sono cadaveri gonfi e realistici.

Gipi racconta una vicenda tagliente e ha usato le sue visioni più crudeli per dare voce all’indicibile. L’epigrafe laconica con cui si apre il volume annuncia: “Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più”. E questo, in realtà, non è nemmeno l’inizio. La terra dei figli è un mondo del post, un futuro dopo “la fine”. Non si sa cosa abbia causato il cataclisma, se si tratti di un olocausto nucleare, di una guerra devastante o di un virus altamente contaminante. È un evento quasi simbolico, segnato da un fascino oscuro che ha riportato a galla le leggi primordiali della sopravvivenza.

Gipi non si è mai avvicinato tanto al romanzo di fantascienza distopica come con quest’opera che si colloca nel solco tracciato da classici che vanno da La peste scarlatta di Jack London a L’ombra dello scorpione di Stephen King, passando per Le cronache del dopobomba, tra Bonvi e Philip K. Dick, fino alla rievocazione degli scenari di videogiochi sempre più coinvolgenti e realistici come Fallout 4 o The Last of Us.

Quella di Gipi, tuttavia, è una distopia “domestica”: le molte tavole di narrazione muta e gli ampi paesaggi incolori con i quali descrive la desolazione di un mondo in rovina, ben diversi dalle lande deserte di Mad Max, ricordano piuttosto la maremma toscana o la laguna di Orbetello. “A me piace disegnare il cielo sopra l’Ipercoop, nella campagna pisana”, dichiarò un tempo Gipi e a questo proposito si è attenuto anche nella Terra dei figli. Solo che, stavolta, l’Ipercoop non c’è più e non ne restano nemmeno le macerie. Gipi, infatti, non indulge in raffigurazioni di ruderi e rovine: quello che gli interessa raccontare è l’azzeramento della società. Il ricordo del passato è ormai sbiadito e diafano e si limita a qualche vecchia fotografia, abbandonata nell’acqua tra l’incomprensione e il disinteresse per le reliquie di un’epoca che è ormai scivolata via. I resti del mondo che fu sono assai più visibili nel linguaggio, ridotto all’osso eppure ricco di espressioni ormai prive di legami con i loro significati originari, a rivelare, ad esempio, il lontano ricordo di un’era digitale (“giga fiko!”, “uberprete”, “50 laic li vale tutti”).

Eppure la cruda miseria che circonda i protagonisti può anche diventare selvaggia bellezza. Ai due fratelli (e al lettore) il mondo si rivela per fasi: man mano che l’orizzonte si allarga i ragazzi raccolgono indizi su ciò che è distrutto e su quello che rimane. In questo viaggio il bene e il male sono anch’essi oggetto di scoperta progressiva e alla fine realizziamo che tutte quelle atrocità non erano gratuite: servivano a ricordarci cosa rischiamo di perdere.

andreapagliardi@gmail.com

A Pagliardi insegna storia del cinema d’animazione allo IED di Milano

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