Shaun Tan – L’approdo

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I perduti e i sognati

recensione di Erik Balzaretti

dallo Speciale Fumetti del numero di novembre 2016

Shaun Tan
L’APPRODO
ed. orig. 2006, pp. 128, € 24.90
Tunuè, Latina 2016

«Me son vissùo / favellando co’ i nuoli, / barche lontan dai moli / su l’urizonte de velùo. / E son vissùo sognando / isole e rade / de là del mar più grando, / el mar sensa strade. / Cussì son arrivào / ai confini del mondo, / de là del mar profondo / sempre solo sognào»
(Biagio Marin, Me son vissùo, in La vose de la sera, Garzanti 1985)

shaun-tan-lapprodoLa ripubblicazione in italiano da parte della casa editrice Tunuè delle opere illustrate da Shaun Tan, offre una buona occasione per rileggere, a dieci anni dall’uscita, il capolavoro dell’artista, autore e illustratore australiano. The Arrival è un silent book, tecnica narrativa visuale senza parole nata in arte grazie al lavoro dei simbolisti, dei surrealisti e degli espressionisti, che ha mietuto successi e premi lanciando l’autore verso la fama internazionale, mettendo d’accordo pubblico e critica che hanno reso l’opera una sorta di prototipo mitico sia come albo illustrato per bambini, sia come graphic novel sofisticata per adulti. Per chi ancora non conosce L’approdo, titolo italiano per una volta migliore dell’originale, l’opera ha anche l’indiscutibile merito di affrontare il tema delicato e controverso dell’emigrazione seppur con una delicatezza dapprima gradevole e poi fin troppo estenuata. A rendere strepitoso il lavoro di Tan è il combinato disposto della tecnica realizzativa delle illustrazioni e delle soluzioni di montaggio e ritmo narrativo. L’indubbia carica emotiva, che scaturisce dalla scelta di lasciare il proprio paese e la propria famiglia in cerca di una nuova vita e di una nuova libertà, favorisce la totale immedesimazione con il protagonista, dilata lo straniamento nei confronti di una rappresentazione di un mondo pieno di rimandi al tempo stesso realistici e fantastici e costringe alla totale immersione nelle superbe illustrazioni a mezza tinta, seppiate come vecchie fotografie, espediente di grande effetto nel creare un’atmosfera di nostalgia.

Un libro pop-up bidimensionale

Straordinario è poi il trattamento visivo dell’albo che rende metafora l’universo visivo e sublima accadimenti, lasciando nel lettore la sensazione di trovarsi di fronte a una realtà possibile e tangibile: una sorta di libro pop-up bidimensionale dalle venature surrealpop sostenute da una ricerca che trova le sue radici dichiarate nelle testimonianze fotografiche del passato legate al tema dell’emigrazione e nel cinema neorealista italiano. De Sica innanzitutto con Ladri di biciclette e Miracolo a Milano, che Tan omaggia consciamente (la gag dell’attacchino) e inconsciamente (le persone che vengono risucchiate nel cielo davanti a una cattedrale).

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Estratti da “L’approdo”

Un piccolo capolavoro dove tutto, plot e tecnica graficonarrativa, funziona come una perfetta macchina della stupefazione che sembra nascondere, però, una visione edulcorata della tragedia dell’emigrare. Shaun Tan invita il lettore a portare con sé tutto il bagaglio di conoscenze sul tema e gli chiede di cercare riferimenti, conferme e valori. Lui si limita ad accennare, a sfumare, sorvolare. L’approdo non ricorda l’America vista in Nuovomondo di Emanuele Crialese, anch’esso del 2006, ma si presenta come un pianeta inventato dal vecchio Bob Sheckley, dove la fantascienza sociologica si sposa con la paura, divertente e surreale, che il diverso non sia altro da noi.

Tutto ciò che non è conosciuto è incredibilmente e piacevolmente scioccante, metafora di una cultura altra e assolutamente positiva, accogliente e votata non tanto al melting pot culturale quanto a un assorbimento apparentemente indolore delle diversità come in una pax romana. Un corrispettivo ideale del surreale The Terminal di Spielberg e si noti l’assonanza rivelatrice. L’uomo che fugge, il nostro eroe dall’animo candido malato di nostalgia, scappa da una cortina di ferro che è sì inquietante (vi lascia la famiglia in pericolo), ma la minaccia è rappresentata da un male così altamente metaforizzato e sublimato da non essere più nemmeno lontanamente spaventoso. Anche i racconti potenzialmente terribili degli altri emigrati, che non esitano ad aiutare l’ultimo arrivato, risultano completamente anestetizzati dal nuovo presente e dal ridente futuro offerto dalla nuova patria. Shaun Tan ha dichiarato che l’opera aveva l’umile scopo di «farci mettere nelle scarpe» di chi è costretto ad emigrare, come si dice nella lingua anglosassone, ammettendo che L’approdo non è nato come libro per bambini. Ma se non è una narrazione favolistica, qual è veramente la sua identità?

Cantore della felicità a tutti i costi

A distanza di dieci anni si può forse dire, senza essere accusati di lesa maestà, che L’approdo è, nei contenuti e nel messaggio, troppo ottimisticamente politically correct e ingenuamente acritico verso una società occidentale propagandata come il rimedio a tutti i mali. Si può affrontare il tema dell’emigrazione con questa superficialità, nascondendo secoli di letteratura, cinema, narrazioni reali e purtroppo cronaca che ci parla di dolore, violenza, sfruttamento? Shaun Tan è un novello Frank Capra cantore della felicità a tutti i costi, da leggersi la notte di Natale come la storia di The Snowman di Raymond Briggs, illustratore inglese che ha ispirato, a detta di Tan, tecnica e ritmo narrativo del silent book australiano?

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Estratti da “L’approdo”

Un secolo esatto prima, nel 1906, sulla scorta del seminale e sorprendente romanzo ottocentesco Perduti a New York del lituano Abrahan Cahan (Yekl: A Tale of the New York Ghetto, 1897, prima traduzione italiana SugarCo 1986), Upton Sinclair scrive The Jungle, tracciando il solco del rapporto tra emigrazione e dolore: il sogno si trasmuta in incubo, in una lotta senza speranza per emergere nel paese delle possibilità. Peter Kuper ne ha tratto uno stupendo graphic novel (La giungla, 001 edizioni, 2009) che può essere letto e comparato a L’approdo. Si vedono in controluce due momenti storici: quello, idealizzato, tra la fine dell’Ottocento e il Novecento (pensiamo a Sull’Oceano di De Amicis e ad America di Kafka) e gli anni Duemila, senza ideali, in cui emigrare è una questione di economia e mercato, di guerra e geopolitica, come ci racconta il nonostante tutto delicato Fuocoammare di Gianfranco Rosi.

Il racconto delle migrazioni è talmente pieno di dolore che si è riusciti a fare dell’emigrazione un altro stereotipo, dove a variare può essere solo l’aumento infinito della violenza e della sopportazione del lettore-spettatore. Sotto lo stereotipo la realtà grida e urla. Si prendano, in questo senso, il film di Alejandro González Iñárritu, Biutiful (2010) e l’albo illustrato dello svizzero Armin Greder (per bambini o per tutti?), L’Isola, dal segno significativamente e programmaticamente munchiano, uscito nel 2002 e pubblicato in Italia da Orecchio Acerbo (2008). L’emigrazione e l’Olocausto sono le facce novecentesche dell’Apocalisse. Si può ridurre tutto ciò a lontananza, qualche incomprensione e un finale felice e gravido di promesse in cambio di una grande inventiva désengagé e uno straordinario modo di illustrare come succede in L’approdo? Per Tan sembra più importante la storia in sé che il messaggio, dimenticando che il medium è sempre più il messaggio. Nel suo straordinario equilibrio e per la sua ricerca estetizzante a tutti i costi, L’approdo sembra afflitto da limiti nel plot. Oppure esiste un’altra strada per cercare di comprendere la morale di questa storia. Ed è la via tracciata da Biagio Marin, poeta dialettale gradese che usa la lingua come espressione di una cultura alta e «altra».

L’uomo che parla con le nuvole

Marin ha percorso tutto il secolo breve ma sembra ispirato da una venatura arcadica. Il sogno della poesia di Marin è quello dell’uomo che parla con le nuvole e immagina il grande mare senza strade che porta verso una terra ai confini del mondo. Si tratta del sogno sognato dell’utopia, come i viaggi e le terre ideali di Moore, Bacon, Swift, Fénelon, Samuel Butler e William Morris, che si rispecchia in modo straordinario nel lavoro di Shaun Tan, capace di riconnettere il possibile all’immaginato. Qui diventa tutto plausibile, anche il viaggio e il percorso senza dolore immaginato da Tan. La paura che è solo timore, la felicità che è solo famiglia e nuovi amici, le nuvole nere che non portano pioggia e la terra d’arrivo che è solo questione di un manuale di istruzioni come per un non troppo sofisticato nuovo elettrodomestico. In questo senso L’approdo diventa un’opera compiuta e inscrivibile tra le categorie del fantastico e dell’illusione, un’opera con un patrimonio d’immaginazione a cui tendere, un mondo che, se pur non esiste, è stato da sempre sognato. E nel sogno, adulti e bambini hanno gli stessi strumenti per orientarsi o perdersi.

erik.balzaretti@libero.it

E Balzaretti è storico dell’illustrazione ed esperto in narrazioni visive

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