Lorenza Ghinelli – Anche gli alberi bruciano

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Morir d’incomprensione con mamma e papà

recensione di Alessandra Penna

Lorenza Ghinelli
ANCHE GLI ALBERI BRUCIANO
pp. 178, € 15
Rizzoli, Milano 2017

Lorenza Ghinelli - Anche gli alberi brucianoIn tutti i romanzi di Lorenza Ghinelli ci sono “alberi genealogici che crescono marci e divorano tutto, pure i loro stessi frutti”. Anzi, se dovessi trovare un denominatore comune a tutti i suoi libri, lo rintraccerei senz’altro nel male che si riceve dalla famiglia. Nella disattenzione che chi è più piccolo subisce e patisce, quando non nel vero e proprio (e più quantificabile) male che riceve. Per queste famiglie non c’è assoluzione: la colpa per avere trascurato chi si è messo al mondo non è emendabile. E Ghinelli ne è così convinta che non prova mai a ripercorrere il passato di madri e padri, non cerca le ragioni che giustifichino i loro comportamenti. La famiglia, nei romanzi di Ghinelli, può annullare, far “morire di incomprensione”, non vedere e quindi non far esistere. E come nel Divoratore, nella Colpa e in Con i tuoi occhi (e con toni meno radicali in Almeno il cane è un tipo a posto, destinato a un pubblico di ragazzi), anche nel più recente Anche gli alberi bruciano Michele e Vera sono adolescenti/quasi adulti resi infelici dalla propria famiglia. Senza preamboli o istruzioni per l’uso, Ghinelli mette di colpo il lettore – sin dall’incipit – di fronte alla quotidianità di legami disfunzionali. Non serve preparazione, basta l’abilità di una scrittrice che quando fa dialogare padri e figli riesce, con poche battute, a ricreare sfondi, contesti e situazioni servendosi di poche, essenziali parole.

Un incontro di solitudini

Michele è bravo a scuola, non dà problemi ai propri genitori, ma la sua famiglia, che si tiene insieme per  abitudine, scricchiola. Fino a rompersi. Quando un terremoto la fa crollare, le sue fondamenta erano già da tempo malferme. Eppure, pur di non accettare di essere “finiti”, “il papà e la mamma” sono capaci di far finta di niente, preparare i bagagli e dire a Michele: si parte per gli Stati Uniti. Si ricomincia un’altra vita. E di questa nuova vita non farà parte il nonno Dino (lui sì che è degno di un nome), malato di Alzheimer. Ed ecco che di fronte alla perdita dell’unico legame profondo, d’amore, Michele sente la rabbia deflagrare e tenta una di quelle follie che solo chi è giovane ha il coraggio di compiere. Nel suo gesto disperato di opporsi alla decisione dei suoi, incontra Vera. Vera, al contrario di Michele, non brucia solo per la rabbia, ma per un dolore bieco (che sfregia, per usare un verbo caro all’autrice) che Michele forse non conoscerà mai. Il disagio che li accomuna li avvicina. E come spesso accade nei romanzi di Ghinelli, è nella condivisione della pena – che regala una sorta di consapevolezza – che si trova il coraggio per affermare la sofferenza.

Michele e Vera sono due ragazzi come tanti, soffrono come tanti, hanno famiglie disattente e matrigne come tante. A renderli unici è la graffiante penna di una scrittrice che come pochi conosce l’universo dei ragazzi, capace di renderli protagonisti di una storia straordinaria e al tempo stesso esemplare. È questa la bravura di Lorenza Ghinelli: dipingere storie irripetibili e insieme universali. I dialoghi tra Michele e i suoi genitori mettono a disagio chi li legge, il rapporto tra il nipote con il nonno malato commuove fin quasi alle lacrime, la scena nella casa sull’albero trasmette una tensione fortissima. E se quando si scrive di un romanzo si deve per necessità parlare di ciò che ne emerge, il merito di Ghinelli consiste proprio – al contrario – nel non concedere mai spazio alla teoria. Non ci sono tesi sulla famiglia, sui ragazzi, sul dolore. C’è, piuttosto, la poesia di righe che sembrano versi, capaci di scolpirsi nella memoria di chi legge lasciandovi un marchio. Quello che si dovrebbe sperare sempre, arrivati all’ultima pagina di un romanzo.

alepenna@yahoo.it

A Penna è editor

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