Ernesto Sábato e Alberto Breccia – Rapporto sui ciechi

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La lunga gestazione della montagna

recensione di Luca Bianco

Ernesto Sabàto e Alberto Breccia
RAPPORTO SUI CIECHI
a cura di Daniele Brolli
pp. 56, € 16,
Comma 22, Bologna 2014

5368471_317857Rapporto sui ciechi è, in origine, la terza parte (su quattro) del romanzo di Ernesto Sábato intitolato Sopra eroi e tombe. Chi scrive se ne era occupato, su queste stesse pagine, nel luglio 2010, ma forse vale la pena di ricordare che il romanzo di Sábato è un libro del 1961, un capolavoro della letteratura latinoamericana, vagamente collocabile tra il Borges più attento alla Buenos Aires dei tanghi che alle vertigini metafisiche dell’Aleph che l’hanno reso celebre, e il Cortázar dei romanzi lunghi, ma come se anziché Charlie Parker Julio avesse incontrato lo scabro e terribile pianista Lennie Tristano di Requiem o di Descent into the Maelstrom. Il Rapporto occupa una settantina di pagine, talmente dense e compatte da giustificarne una lettura anche separata dall’opera che lo contiene. Racconta l’ossessione di Fernando Vidal Olmos, un uomo complesso e marcio, il quale ritiene che i ciechi si stiano impadronendo del nostro mondo attraverso una serie di complotti; addirittura i ciechi avrebbero una loro gerarchia, delle proprie leggi e una loro specifica condizione biologica. Vivono in grotte, “in caverne, cantine, condotti fognari, fessure profonde… e alcuni, i più potenti, in enormi tane sotterranee a centinaia di metri di profondità”. Fernando sceglie di andare a vedere i ciechi, di percorrere fino alla fine il sentiero che lo condurrà alla reale fonte del loro potere. E’ un testo di tale potenza che regge benissimo una lettura a sé: si può leggerlo da solo, insomma, anche se non si dovrebbe, tanta e tanto intensa è la luce nera che getta sull’intero romanzo, a cominciare dal prologo. A proposito, per quel che conta, Lennie Tristano era cieco dall’infanzia.

Alberto Breccia ha comunque scelto di adattare per il fumetto proprio Rapporto sui ciechi. Su Breccia circola di questi tempi nel web un blurb firmato dal grande scrittore e disegnatore di fumetti Frank Miller (ma sempre citato senza indicazione precisa della fonte) che recita: “La storia del fumetto va divisa in due epoche: quella che precede Alberto Breccia e quella che viene dopo Alberto Breccia”.

A parte il tono della citazione, che sembra un maldestro pastiche da Clint Eastwood nella versione di Sergio Leone, diventa difficile dare torto a Miller, se appena si considera con un poco di occhio e discernimento la carriera di Breccia. È una carriera che inizia nell’Argentina dei tardi anni trenta, prosegue negli anni quaranta con fumetti d’avventura generica tra Dick Tracy e Rip Kirby, ma già attenti al disequilibrio tra il bianco e il nero, alla preponderanza dell’uno sull’altro (non importa quale dei due prevalga), che farà la fortuna dell’autore di Sin City. Di li a breve Breccia si troverà a spartire pagine e inchiostro con autori del calibro di Hugo Pratt, Francisco Solano-Lopez e soprattutto Hector Oesterheld.

Breccia e Oesterheld non riusciranno mai a realizzare insieme il remake de L’eternauta, dato lo scarso gradimento dei lettori (quello che ne rimane è comunque meraviglioso, Comma 22, 2010). Porteranno però a termine la serie di Mort Cinder (Comma 22, 2008), una serie di bellissime storie che coinvolgono l’antiquario Ezra Winston e il viaggiatore nel tempo Mort Cinder: il lettore si trova così catapultato, di volta in volta, su una nave schiavista, nel Penitenziario di Blue Dove (dove si vedono tutte le potenzialità del bianco, e quelle del nero, sulle divise dei carcerati) e infine alla battaglia delle Termopili, proprio quella di 300 di Frank c969799c-2db6-46a7-b0b5-9eef4fb72ea7Miller. E qui, direbbe Clint Eastwood, quando un cowboy incontra Alberto Breccia, il cowboy è un uomo morto.

Ma Frank Miller non è un cowboy, e Sin City e 300 sono solo due delle strade per avvicinare Alberto Breccia. Un’altra strada passa per Howard Phillips Lovecraft. Si sprecano, oggi come ieri, adattamenti fumettistici e cinematografici delle opere del cosiddetto “visionario di Providence”, ma caveat emptor: chi vuole vedere che faccia non hanno Cthulhu, Yog-Sothoth e la loro compagnia di entità soprannaturali deve per forza rivolgersi ad Alberto Breccia, Norberto Buscaglia e i loro Miti di Cthulhu (Comma 22, 2003). Si tratta senz’altro di uno dei più riusciti adattamenti a fumetti di classici letterari: in casi come questi parlare di “letteratura disegnata” non è davvero fuori luogo, come non lo è per il Moby Dick di Bill Sienkiewicz, o per i racconti di Poe disegnati da Dino Battaglia. Adattare a fumetti un libro non significa necessariamente illustrarlo: lo spiega lo stesso Breccia, che su Lovecraft dice: “Mi sono presto reso conto che l’approccio tradizionale del fumetto non bastava a rappresentare l’universo di Lovecraft. Allora ho cominciato a sperimentare nuove tecniche come il monotipo o il collage. Questi mostri senza forma, simili a quelli che avevo disegnato ne L’Eternauta son così fatti perché non volevo limitarmi a darne un’interpretazione personale, volevo che ogni lettore vi aggiungesse del suo, che potesse utilizzare questa base informe che gli ho fornito per sovrapporvi i propri timori, la propria paura…”.

Mort Cinder, l’Eternauta, e Lovecraft sono un nodo indissolubile che conduce, inevitabilmente, al Rapporto sui ciechi. Breccia incontra Ernesto Sábato nel 1970. Gli chiede di adattare il Rapporto. Sábato accetta. Breccia lavora con Norberto Buscaglia (lo stesso con cui adatta Lovecraft). Sábato, una volta pronte le matite, dice che del suo testo non deve essere toccata nemmeno una riga. Breccia allora declina: non vuole illustrare, ma adattare il testo di Sábato al medium del fumetto. Sábato dà infine dieci anni dopo l’ok. A quel punto Breccia sta facendo altro: lascia riposare le matite per almeno altri dieci anni. Il Rapporto sui ciechi esce infine nel 1991. Alberto Breccia muore nel 1993. Ernesto Sábato nel 2011. Rapporto sui ciechi esce nel nostro paese alla fine del 2014. Una gestazione lunghissima, ma la montagna questa volta ha partorito un vero capolavoro. Dal punto di vista letterario, Breccia è intervenuto sul testo di Sábato in maniera molto pesante: “Quando adatto un testo letterario la sua mutilazione è un fatto inevitabile. La trasposizione da un linguaggio a un altro implica per forza, l’indebolire di una sorgente rispetto al nuovo corso”.

Ma in questo caso nuovo corso è un vero esercizio di sguardi: Alberto Breccia mette in gioco tutta la sapienza tecnica e figurativa di cui si è impadronito, e al contempo restituisce al testo quello che gli ha tolto. Se Sábato si dilungava sui trascorsi surrealisti e parigini del protagonista (che erano in buona parte autobiografici), Breccia (che li taglia) risponde con una materia grafica che deve molto agli artisti del pantheon surrealista: da Piranesi, con i suoi personaggi minuscoli di fronte a rovine che in questo caso sono soprattutto rovine psichiche, al Goya delle pitture nere, evocato anche da ciclopi e capricci di china perché il sueño della ragione produce quasi sempre mostri; da Alfred Kubin ai disegni, sempre troppo visti e mai abbastanza guardati, di Victor Hugo. È proprio Hugo che si ritrova più spesso nel Rapporto di Alberto Breccia: nel gusto per le macchie, per l’inchiostro che prende vita e da solo disegna paesaggi e creature simili a quelle che vede solo chi decide di sottoporsi al test di Rorschach; o chi decide di trascorrere alcune ore sul fondo di un abisso senza fondo.

warburg@aliceposta.it

L. Bianco è storico dell’arte iconografo e traduttore

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