Alberto Arbasino – Ritratti italiani

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Una galleria di agonisti culturali

recensione di Daniele Santero

dal numero di dicembre 2014

Alberto Arbasino
RITRATTI ITALIANI
pp. 552, € 28
Adelphi, Milano 2014

37f1adbd6d94ece168d116085e343d7e_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyAppena invade la letteratura con due padri folli come Bouvard e Pécuchet, il rassicurante ordine alfabetico si rivela inquietante e ben poco affidabile. Arbasino lo confermava circa mezzo secolo fa nelle prose di Certi romanzi, tra il ricordo di Gustave Flaubert e la lettura di Hugh Kenner: i moderni compilano spericolate enciclopedie come alternative consapevoli ai sensi unici della narrazione ben fatta, alle parole d’ordine del romanzo (mimesis, vita, edificazione), e alle sue resistenze verso tutto ciò che non lo riguarda. Sulla stessa linea enciclopedica Arbasino ha già allineato lemmi in vari luoghi per prolungare, a suo modo, un piccolo “filone insubrico” tutto nostrano, avviato dall’Historia del comasco Plinio, passato attraverso Carlo Dossi e Gadda: si andava nelle lontane Sessanta posizioni dalla A di Adorno alla W di Wilson; e nel Deposito cartacce dei Paesaggi italiani con zombi dalla A di “abbigliamento” alla Z di “zombi”, appunto. Come le precedenti, anche quest’ultima enciclopedia italiana procede con la stessa logica elusiva e divagante. Contraddicendo in pieno le regole basilari del genere enciclopedico, tra “Gianni Agnelli” e “Federico Zeri” entra infatti veramente di tutto: i ritratti letterari veri e propri sono per lo più uno sfondo su cui tratteggiare resoconti di epoche mitiche e di prime memorabili, letture passate, discorsi sui costumi degli italiani in toni leopardiani, boutades e conversazioni, spunti saggistici e inusuali confidenze autobiografiche, precedute dalle immancabili scuse.

Così, il ritratto di Gae Aulenti è anche una lezione sullo spirito del design milanese e romano, quello di Giosetta Fioroni anche un ricordo della scandalosa Carmen bolognese del 1967. D’altra parte, nessuna delle voci è un vero ritratto, anche perché nessuno dei personaggi è mai veramente solo sulla scena, nemmeno quando assume la sua posa inconfondibile: né lo sfondo è mai generico o neutro come poteva esserlo nelle Sessanta posizioni, dove ciò che contava era il modello, il suo volto e la sua presenza ferma nell’atelier letterario di Arbasino. Ciò che viene ricostruito e rappresentato nei Ritratti è piuttosto la forma di un rapporto: è ciò che si ottiene affiancando tutti i personaggi al profilo dell’immutabile bel paese, come in un doppio ritratto in cui l’Italia diventa la consorte bruttina o la madre invadente che siede accanto, con cui non è possibile non avere a che fare. Solo in quest’ottica i Ritratti di Arbasino si precisano e possono essere messi meglio a fuoco: sono assai più vicini ai Paesaggi italiani che alle Posizioni, perché nascono dallo stesso sguardo rassegnato e divertito sulle meschinità e i vari ritardi della penisola.

A mano libera e con negligenza da saggista (che aggira la diligenza del romanzo ben fatto e del puro studio sociologico), Arbasino tratteggia una sua personale galleria di agonisti culturali. Sono tutti, almeno in partenza, vittime potenziali o reali della loro italianità, ma molti diventano idoli, e forse eroi, quando sopravvivono anche splendidamente al rapporto quotidiano e soffocante con quella consorte e quella madre: Gabriele D’Annunzio, “povero imaginifico”, che “si trova a operare in una Italietta meschinissima che sta offrendo il peggio di se stessa”, Antonio Delfini, da rivalutare assolutamente “pensando alla vita di uno come lui in un paese che si chiama Italia”, Mario Praz, che è proprio “uno straniero in patria”.vIl titolo, dunque, non deve ingannare: Arbasino allestisce una galleria di ritratti più antitaliani che italiani, in cui lo sguardo, per focalizzare un volto memorabile, è costretto a fermarsi sul paesaggio desolato che di solito lo circonda. Chi invece volesse contemplare un ritratto veramente italiano di Arbasino, legga del poeta Arcangelo Elvezio Bustini, in Fratelli d’Italia: un giovane vate che fino a un certo punto coltiva un “finissimo gusto asburgico” e ritorna sui sessanta a essere italiano, diventando “corsivo, journalese, finto-disinvolto e tutto-fare”, prontissimo alle recensioni interessate e alla “vicinanza dei potenti”.

santerodan@hotmail.com

D Santero è dottore di ricerca in italianistica, insegnante e critico letterario

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