Alessandro Garigliano – Mia figlia, don Chisciotte

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Nell’impasse della precarietà


recensione di Diego Stefanelli

dal numero di Novembre 2017

Alessandro Garigliano
MIA FIGLIA, DON CHISCIOTTE
pp. 234, € 16
NN, Milano 2017

Alessandro Garigliano - Mia figlia, don ChisciotteCon il suo ultimo libro Alessandro Garigliano prosegue un personale e originale discorso sulla precarietà, avviato, ormai quattro anni fa, con il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria). Al centro di entrambi sta infatti la rappresentazione narrativa della condizione precaria, o meglio: la precarietà come punto di vista sul mondo. Il protagonista dei due libri sembrerebbe, a un primo sguardo, il tipico precario italiano che affolla tante narrazioni giornalistiche. Eppure, nei romanzi di Garigliano il precario dice Io: assume una voce, si mette al centro con sommesso ma ostinato protagonismo, costringendo il lettore a seguirlo nelle sue fobie e nelle sue idiosincrasie, nelle sue frustrazioni e disarmate lamentele, nei suoi itinerari per una Catania continuamente allusa. Costretto a sperperare il suo tempo tra un lavoretto e l’altro (e tra un’ansia e l’altra), avrebbe in realtà grandi ambizioni letterarie, che non riesce ovviamente a realizzare come vorrebbe. Si potrebbe richiamare – soltanto per suggestione – l’inetto primonovecentesco, se solo il precario di Garigliano avesse un lavoro per il quale sentirsi insoddisfatto e irrealizzato. Gli è persino impossibile dolersi di un “male di vivere” che sentirebbe, probabilmente, se solo avesse il tempo per pensarci, tra un colloquio di lavoro e l’altro.
Alla sua condizione, insomma, è preclusa ogni forma di tragedia, o anche solo di dramma. Sbarcare il lunario: a questo si ridurrebbe la sua ragione di vita. Eppure il protagonista, alla continua ricerca di un senso alla propria esistenza, si inventa “trovate” che simulino un’azione dalla quale si sente perennemente escluso: in Mia moglie e io, inscena, con la consorte, delitti ispirati alle serie TV; nel nuovo libro, finge di essere un professore universitario impegnato nella stesura di un saggio sull’amato don Chisciotte. A differenza però del primo romanzo, il protagonista ha ora un’altra esistenza con la quale confrontarsi: la figlia. La “maschera” dello studioso serve anche, tra l’altro, a illudere la figlia sul ruolo sociale del padre, facendole credere che egli abbia “un impegno lavorativo e non patisca instabilità”.

Messaggero tra due mondi

I due poli entro i quali si muove Mia figlia, don Chisciotte sono indicati dal titolo: la figlia e il capolavoro di Cervantes. Da una parte, un’opera canonica della letteratura occidentale, che, nell’immaginario letterario, rappresenta l’idea stessa di letteratura come inesausta ricerca di una versione più vera e profonda della realtà; dall’altra, la vita quotidiana di una giovane famiglia italiana immersa nella precarietà. I due piani si intersecano, si sovrappongono e proprio la figlia è il messaggero tra i due mondi: un messaggero scoppiettante di vita, infaticabile esploratore e inesausto ascoltatore delle narrazioni paterne. Un piccolo don Chisciotte, a suo modo: tanto che il padre, a sua volta, non può fare a meno di immaginarsi come un ansioso e premuroso Sancho Panza. La figlia lo costringe a uscire, a costruire inattesi tragitti urbani, a fantasticare sugli abitanti di edifici abbandonati, a inseguirla in avventure che, agli occhi dell’ansiosissimo padre/Sancho, appaiono insopportabilmente pericolose.

Il protagonista si divide così tra il cavaliere della Mancia e la figlia. La forma del libro rispecchia tale duplicità: a metà strada tra romanzo e saggio (o meglio riscrittura critica), è efficacemente lontano da quelle forme narrative “facili” e prevedibili che il protagonista ripete più volte di odiare. La riscrittura/commento del don Chisciotte si alterna così alla descrizione del rapporto padre/figlia, che in quello tra il cavaliere mancego e il suo scudiero trova un improbabile ma efficace modello di riferimento. Proprio il cortocircuito tra don Chisciotte e la figlia è una delle intuizioni più interessanti del libro e, in generale, risponde a un tratto che sembra caratterizzare – almeno nei due romanzi finora pubblicati – la narrativa di Garigliano: la tensione tra un precario Alltag (per usare un termine auerbachiano) e il continuo tentativo di superarlo, attingendo a una dimensione più vera attraverso (auto)finzioni narrative. L’insoddisfazione verso la realtà precaria conduce così il protagonista del nuovo libro a confrontarsi non più con le narratives seriali contemporanee, ma con l’archetipo della narrazione moderna, e, in generale, con il valore della letteratura stessa ai tempi di una precarietà invadente e impacciante.

diego.stefanelli01@universitadipavia.it

D Stefanelli è dottore di ricerca in filologia moderna all’Università di Pavia

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