Antonio Manzini – Orfani bianchi

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Campare e scampare


recensione di Antonio R. Daniele

dal numero di Settembre 2017

Antonio Manzini
ORFANI BIANCHI
pp. 240, € 16
Chiarelettere, Milano 2017

Antonio Manzini - Orfani bianchiOrfani bianchi di Antonio Manzini aveva tutto per essere un brutto romanzo: un soggetto avvolto dalla pletora oratoria della disgraziata migrante moldava; la formazione e la crescita della disgraziata stessa in una città sottilmente intollerante; il rumore aspro delle fratture sociali che una storia simile avrebbe messo a tema e la ricerca di una scrittura che tenesse insieme questi elementi come fossero le urgenze pedagogiche del bravo narratore. Invece siamo incappati in un romanzo autentico. E con sollievo abbiamo scansato, pagina dopo pagina, il pericolo di un ammasso di sentimenti verbosi leggendo un lavoro fresco, composto, del tutto consapevole del rischio cui andava incontro.
Tutti gli ingredienti che prima abbiamo enumerato, in effetti, non mancano. È stata, tuttavia, la maniera con la quale Manzini ha combinato le parti della storia a fare di una materia narrativa francamente modesta una vicenda capace di sussulti; è stata la finezza di una prosa semplice, educata e per niente sovraccarica a rendere Mirta Mitea e suo figlio Ilie lasciato in un istituto per orfani delle figure in grado di intaccare la serena pace della nostra lettura. Questa ragazza moldava, costretta ad assistere vecchie italiane ricche che i figli non hanno il tempo e la pazienza di accudire, reca con sé tutta la vulgata sulle badanti dell’est: sporca e furba. Ma chi non avrebbe preso le parti di questa bionda, figlia del comunismo romeno, quando ruba il telefonino alla concorrente per avere la certezza di essere scelta? Manzini, prima del furto, ci aveva portati nella miseria della campagna di Logofteni, di una madre uccisa da una stufa e di un figlio da piazzare in orfanotrofio. A quel punto anche il destino di una scaltra moldava ci stava a cuore. Ma non un solo ricamo emotivo, nessuno scadimento sentimentale: narrazione di brevi fatti, uno dopo l’altro.

Qualche anno fa Einaudi pubblicò nella collana “I coralli” Miei cari figli vi scrivo, romanzo autobiografico di Lilia Bicec. Fu un testo a suo modo decisivo lungo l’itinerario delle narrazioni sulla “badante moldava” poiché normò le parti da offrire al lettore nelle vicende della quotidiana contesa per campare e scampare. Nel testo di Bicec troviamo tutto o quasi il repertorio tematico che si legge in Orfani bianchi: una donna che si reca in Italia scappando da un mascalzone; una piccola rete di moldave e moldavi che cerca di procacciare il lavoro passandosi informazioni; la memoria di figli lontani; la promessa di giorni migliori per loro e per sé; la sfiducia degli italiani, la loro circospezione, la diffidenza. Pur temperato dal pastello dell’autobiografia, il libro non aveva saputo resistere alla seduzione della emotività narrativa e ci aveva lasciato in consegna più di quanto fosse necessario a un buon documento.

Manzini si poteva concedere il lusso del romanzo tout court, benché la vicenda abbia tratto spunto da un caso familiare; tra una madre disperata e un figlio derelitto il picco della pietà poteva salire facilmente. Non è stato così: lo scambio delle email non è solo una trovata da montaggio cinetelevisivo perché i messaggi di Mirta Mitea cadono nel vuoto o sono male accomodati o sono, talvolta, eccessivi, superflui. Quando la realtà chiama c’è bisogno d’altro. Così Manzini non ci abitua mai a soluzioni comode, cambia scenario e coordina i registri narrativi. Non rinuncia alla profondità degli umori, ma la ottiene senza enfasi: racconta, per esempio, col lessico del suo personaggio le putride schermaglie di Mirta con Eleonora, l’ultima vecchia della serie. Così “la mummia” diventa un attributo che il lettore finisce per assumere come proprio: “la mummia era sveglia”; “la mummia non l’aveva chiamata”. Siamo, ormai, dalla parte di Mirta e, forse, teneramente insultiamo anche noi.

È stato scritto che Antonio Manzini con questo nuovo romanzo ha accantonato Rocco Schiavone, il giallo, la suspense: ci pare vero solo in parte. Orfani bianchi conserva alcuni caratteri del genere, ma molto ben occultati tra le pagine. Nelle fasi del racconto Manzini fa crescere il buon umore del lettore nonostante il dramma: le aspettative sul buon esito della piccola epopea di Mirta aumentano; Eleonora e le sue incontinenze sono gli scherzi di una simpatica canaglia ormai guasta; Pavel è un uomo su cui Mirta può contare veramente. Insomma, nel dosaggio del dramma e del grottesco, Manzini volge il tutto sul terreno delle cose liete, ma qualcosa di inquieto resta sullo sfondo. Resta Ilie in quell’orfanotrofio lontano: le notizie sono poche, tante le ombre. Così, quello scetticismo che molte volte abbiamo intuito serpeggiare tra i casi di Schiavone permea fatalmente anche questa storia di donne sventurate, astute, tenaci e illuse alle prese con vecchie sfatte e ostili. È l’unico limite strutturale del romanzo: il finale della storia è come un ladro che rintracci facilmente. E il verbale del cadavere ritrovato sul greto del Tevere è un piccolo tributo, sottotraccia, a un vicequestore acquattato all’angolo della storia.

antonio.daniele@unifg.it
A. R. Daniele è dottore di ricerca in italianistica all’Università di Foggia

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