Claudia Durastanti – Cleopatra va in prigione

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Una periferia mentale

recensione di Matteo Fontanone

Claudia Durastanti
CLEOPATRA VA IN PRIGIONE
pp 129, € 15
minimumfax, Roma 2016

claudia-durastanti-cleopatra-va-in-prigioneRaccontare Roma a partire dalle periferie è un’attitudine che ricompare ciclicamente nella storia del cinema e della letteratura italiana. Vuoi per la ricerca di una romanità poco inquinata dall’appiattimento della società sul villaggio globale, vuoi per l’esigenza di allontanarsi dalla Roma museificata e impantanata nelle rotte del turismo di massa, le borgate hanno sempre calamitato le attenzioni dell’industria culturale. Nell’ultimo periodo, in parallelo al riaccendersi del dibattito pubblico – reso ancora più drammatico dall’inedita querelle sui migranti – le strade e i centri commerciali di quartieri come Tor Bella Monaca sono tornati a essere l’osservatorio privilegiato per la produzione di forme d’arte incentrate sulla capitale. Come spesso accade quando nasce una tendenza, si formano un nuovo lessico, una nuova estetica e delle urgenze sociali costruite a tavolino: in questo caso, le periferie da descrivere, problematizzare, includere, ascoltare. È un ciclo che, per forza di cose, prevede un inizio, un’acme e una fine: dopo un po’ gli argomenti si esauriscono, i punti interrogativi diventano stantii, le luci dei riflettori si spengono.
Ecco, ciò che fuoriesce già dalle prime pagine di Cleopatra va in prigione, esordio di Claudia Durastanti per minimum fax, è proprio la volontà di aggirare questi toni descrittivi più che abusati a favore di una diversa rappresentazione della periferia. La geografia della Durastanti spoglia i sobborghi dai consueti cliché di violenza, rabbia e criminalità per rivestirli di una marginalità più discreta, meno urlata ma altrettanto efficace. Nonostante sia una sentenza invecchiata male, è il caso di tirarla fuori: quella tratteggiata dall’autrice è in primo luogo una periferia mentale, dell’anima. Come ovvio, le condizioni tipiche dei quartieri più difficili – la povertà, l’assenza di un orizzonte, il disincanto e l’accontentarsi in mancanza d’altro – ci sono anche in Cleopatra, soltanto in forma più ovattata e di conseguenza più originale del solito.

Angoli morbidi

Cleopatra in realtà si chiama Caterina e tutte le settimane va a Rebibbia a trovare il suo fidanzato Aurelio, che gestiva un night club coinvolto in un grosso scandalo ed è in prigione con la certezza di essere stato incastrato. Caterina inizialmente era una stripper nel locale del compagno, ma dopo un infortunio viene declassata a truccatrice delle ballerine; come se non bastasse, intrattiene una relazione clandestina con uno dei poliziotti coinvolti nell’indagine su Aurelio. La Durastanti costruisce le geometrie di questo triangolo con lentezza, alternando di capitolo in capitolo la prima persona di Caterina a un narratore esterno a focalizzazione zero. I tre vertici della sua figura hanno poco a che fare con lo stereotipo coatto che li vorrebbe rispettivamente spogliarellista, magnaccia e sbirro. Ne sono semmai una versione ingentilita e dagli angoli morbidi, privata di ogni accento o espressione dialettale. I tre attori principali del romanzo riescono ad essere ragionevoli, educati, sensibili e capaci di introspezione: molto affini ai dettami della finzione, poco a quelli più crudi della realtà. Su un piano più pragmatico, li accomuna la battaglia, silenziosa e quotidiana, per il loro piccolo posto nel mondo. Lui è in carcere dopo la chiusura del locale che desiderava da una vita, lei precaria sull’orlo del licenziamento alla reception di un albergo malfamato, l’altro proteso verso una promozione nei ranghi della polizia che stenta ad arrivare. Il filo che li lega è la solitudine, il senso di vuoto in un ambiente inospitale che, per chi ci nasce, non dà nemmeno il lusso di sembrare pericoloso.

Cleopatra va in prigione è soprattutto un romanzo ordinato. L’intreccio, nonostante l’autrice non rinunci ad alcuni salti all’indietro e a qualche divagazione, si dipana con nettezza ed eleganza plastica, senza scossoni o variazioni sul tema. La forza dell’opera sta tutta nel potenziale interesse suscitato dalla vicenda e nella bravura dell’autrice a governare la matassa narrativa. Questo lavoro della Durastanti non sarebbe sbagliato definirlo minimale: senza orpelli né distrazioni, perfettamente limato in ogni suo eccesso scomparso nella redazione definitiva, pensato tanto nel giro di frase quanto nei dialoghi per seguire al meglio la direzione di una trama solida e avvincente. Al contempo, l’impressione è che Cleopatra sia un libro fin troppo regolato. Certo, tutto è in equilibrio, talento indubitabile per la narrazione, storia intrigante e curiosa al punto giusto: manca, però, un po’ di sangue nelle vene, e di conseguenza il coinvolgimento del lettore, e forse ne risente anche il piacere stesso nella lettura. Non che l’ennesima rappresentazione stereotipata delle periferie sarebbe stata preferibile, anzi. Eppure, se qualcosa alla fine non torna, è a causa dell’autoevidenza di quella che, a tutti gli effetti, assomiglia ad un’operazione da laboratorio.
La Durastanti ha assimilato alla perfezione le tecniche compositive su cui si gioca il romanzo breve, vero, ma l’impressione generale è che, in fondo, sia tutto troppo calcolato, che a Cleopatra faccia difetto una certa dose di spontaneità, di autonomia, di vita immaginata oltre alle pagine del libro.

matteo.fontanone@gmail.com / Twitter: @matteofontanone
M. Fontanone è laureando magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana

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