Claudio Magris – Non luogo a procedere

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recensione di Andreina Lavagetto

Dal numero di aprile 2016

Claudio Magris
NON LUOGO A PROCEDERE
pp 362, € 20
Garzanti, Milano 2015

MagrisDecine di personaggi realmente vissuti, nella storia grande o in piccole storie sconosciute, compaiono, in sapiente deroga a ogni ordine riconoscibile, nel romanzo di Claudio Magris: i gerarchi nazisti – Rainer e Globočnick innanzitutto – che il 20 aprile 1945, in un’atmosfera di crespuscolo della storia, festeggiano il compleanno del Führer al castello di Miramare, sul litorale di Trieste; i resistenti cechi che nel maggio 1942, nei pressi di Praga, fanno saltare l’automobile di Heydrich; gli abitanti di Lidice, massacrati tredici giorni dopo per rappresaglia; Otto Schimek, giovanissimo soldato austriaco che a Machowa rifiuta di sparare ai civili polacchi e per questo viene giustiziato dalla Wehrmacht (ma è andata davvero così?); Alberto Vojtěch Frič, etnografo e botanico praghese che dai viaggi nel Gran Chaco porta nella sua città, all’inizio del Novecento, una collezione di piante che gli ispirano allucinate e lucide riflessioni sulla guerra e la morte nel mondo vegetale; don Marzari che a Trieste, il 30 aprile 1945, dà il segnale dell’insurrezione; i torturatori e i torturati di Villa Triste; i liberatori di Trieste – partigiani italiani e sloveni, brigate titine – che si scontrano in città in una battaglia di fratelli.

Questi uomini sono sempre legati a un’arma, sia essa arco e freccia, sciabola, obice della Grande guerra, fucile mitragliatore, shrapnel o Panzerabwehrkanone; divisa, giberna o maschera antigas; sedia da elettroshock; banconota e moneta. Se entrano nella narrazione, e si mischiano a personaggi invece inventati, è perché le loro armi sono confluite in una raccolta: uomini e armi articolano il racconto magrisiano della collezione e del collezionista. Raccolta di oggetti che – frutto di ricerche ostinate, ma anche di felici casualità – riguardano e rappresentano la guerra: autoblindo, un carro armato sovietico, dragamine, granate; casse di libri, armadi di documenti. Il collezionista li ha individuati e inseguiti; li ha trasportati, distribuiti e ammassati in luoghi diversi intorno a Trieste in attesa di trovare una sistemazione adatta al suo grande progetto di museo. Un museo della guerra, ma non in gloria della guerra: al contrario, “Ares per Irene. Ovvero Arcana Belli. Museo Totale della Guerra per l’avvento della Pace e la disattivazione della Storia”. Questo è il nome (non proprio lieve) a lungo pensato. Perché, esponendo l’oscenità del massacro e della distruzione, si “inverta” il tempo e si decreti l’insussistenza della morte.

Il collezionista non riuscirà a vedere il suo museo: in uno dei suoi capannoni, nel disordine di centinaia di pezzi accatastati, muore di notte in un incendio, disteso nella cassa che gli fa da letto. Ma non muore con lui il disegno… Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte

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