Elena Varvello – La vita felice

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L’enigma del passato

recensione di Luisa Ricaldone

dal numero di gennaio 2017

Elena Varvello
LA VITA FELICE
pp. 190, € 18,50
Einaudi, Torino 2016

Elena Varvello - La vita feliceDopo l’«epica femminile» – così titolava il «Corriere della Sera» la recensione di Cinzia Fiori al romanzo d’esordio di Varvello, La luce perfetta del giorno (Fandango, 2011) – ecco un romanzo prevalentemente al maschile: un figlio e un padre al centro della vicenda. È il primo, Elia, a raccontare, una trentina di anni dopo i fatti, ciò che è accaduto quando era adolescente, all’epoca in cui il genitore venne licenziato e cominciò a comportarsi in modo strano, rimanendo per ore sul suo furgone o chiuso in garage, scrivendo lettere che rivelavano un complotto. L’atmosfera è da noir, lo stile serrato e giocato su omissioni e sottrazioni, su rari e progressivi indizi; il risultato una lettura che si fa con il cuore in gola, e che inquieta. Anche se fin dall’inizio sappiamo che il padre Ettore ha portato nel bosco una ragazza, anzi, proprio perché già conosciamo il colpevole, di pagina in pagina cresce la tensione dettata dal desiderio di conoscere i modi di quell’agire e soprattutto le ragioni. Romanzo anche di formazione, di educazione sentimentale, per come i fatti incidono sulla personalità del giovane, per come ne orientano la crescita, per l’attrazione che prova nei confronti di una donna ben più grande di lui, madre dell’amico Stefano, per la scoperta del sesso che infine ne consegue. E poi Marta, la propria madre, il cui comportamento irrita Elia, perché non ne comprende l’amore ad oltranza verso il marito e ne accusa la devozione incrollabile, che resiste anche quando ormai non ci sono più dubbi su come sono andate le cose: incarna pazienza e compassione questa figura quasi eroica, che la narratrice sembra apprezzare molto.

Per ricostruire il passato dell’io narrante, Varvello adotta una struttura narrativa binaria alternata: corredati di titolo i capitoli in cui l’io narra, segnalati da numeri gli altri, nei quali la terza persona riferisce gli avvenimenti nel loro accadere. Un sovrappiù di suspense dato dalle continue interruzioni, messo a punto con professionalità dall’autrice, che insegna racconto e romanzo alla scuola Holden di Torino. Il titolo: antifrastico, si direbbe, al limite della provocazione, dal momento che essere figli di un padre così ingombrante e folle (si è parlato di bipolarismo estremo) sembra escludere a priori la possibilità di un percorso di vita felice. Eppure l’excipit sembra a propria volta contraddire l’antifrasi: «Il bene che, nonostante tutto, diamo e riceviamo. La vita felice. La vita che ci resta, è solo questo, e (…) non va sprecata». Esclusa la felicità, si può allora recuperare il «bene» che c’è stato e c’è; così forse è possibile accedere a una serenità che apre alla consapevolezza, dopo avere ricomposto dentro di sé le relazioni genitoriali attraverso la narrazione della propria storia, con lo strumento della memoria come cardine conoscitivo. Uno strumento però non sempre fedele, spesso anzi ingannevole, come Varvello mette in guardia citando in esergo un pensiero di William Maxwvell; ma che anche nell’inganno nasconde una verità. La quale ci avverte che la memoria è per definizione legata al passato, ma ha a che fare con il presente e il futuro, anche se non li determina del tutto. Non so se fra le letture della scrittrice ci sia stato il volumetto del filosofo Paul Ricoeur Ricordare, dimenticare, perdonare. L’enigma del passato; certo è che nel romanzo  La vita felice se ne ritrovano echi e suggestioni, nella forma di una narrazione dalla quale non viene escluso neppure il gesto del perdono.

luisa.ricaldone@tiscali.it

L Ricaldone ha insegnato letteratura italiana all’Università di Torino

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