Ermanno Rea – Nostalgia

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Il medico del Rione Sanità

recensione di Enzo Rega

dal numero di febbraio 2017

Ermanno Rea
NOSTALGIA
pp. 275, € 18
Feltrinelli, Milano 2016

Ermanno Rea - NostalgiaErmanno Rea, napoletano vissuto a Roma fino alla morte, fa con questo libro il suo ultimo “ritorno” nella città natale. E aggiunge un nuovo tassello al suo amplissimo “romanzo napoletano”, dopo Mistero napoletano (il suo capolavoro), Einaudi, 1995, La dismissione, Napoli ferrovia, La comunista e Il caso Piegari. La nostalgia del titolo dunque non è solo quella del protagonista, Felice Lasco, che in seguito a un omicidio commesso dall’amico fraterno Oreste Spasiano (divenuto poi boss e ormai in declino), e del quale lui è stato involontario complice, fugge in Libano. Vi segue uno zio, rimanendo a lavorare per quarantacinque anni tra Medio Oriente e Africa e senza mai tornare a Napoli. Vi si si riaffaccerà infine per assistere la madre morente, e compiere una sorta di “ritorno alle madri” (alla Vittorini) in spasmodici andirivieni nelle viscere tufacee del suo quartiere e nelle fluviali conversazioni con i nuovi amici: un medico in pensione dell’ospedale San Gennaro dei Poveri, e che ai poveri presta cure gratuite, e l’anticonformista prete Luigi Rega, le cui «strette di mano… erano asciutte e gagliarde e trasmettevano messaggi di rilevanza soprattutto terrena, attenti alla difficile arte del vivere». La fuga del diciassettenne Felice sembra una risposta al monito di Eduardo De Filippo, celebre cantore della Sanità, pur mai nominato nel libro: fuitevenne, andatevene! Ma Felice qui fugge da una possibile carriera criminale cercando un’altra vita.

Il giovane, il medico, il parroco

Lo schema, ampliato a più personaggi, ricorda quello dei vagabondaggi cittadini e delle conversazioni di Napoli ferrovia tra Rea e l’alter ego Caracas. Solo che in Nostalgia Rea si “nasconde” dietro il medico che narra in prima persona. La nostalgia del protagonista è quella dell’autore che si rispecchia nei tre personaggi: il medico di fede comunista, Felice che ha abbandonato la sua terra, don Luigi Rega, “parroco controcorrente e indisciplinato”. Per questo personaggio, ispirato a don Antonio Loffredo, che sogna di creare lavoro alla Sanità, Rea recupera il cognome originario della sua famiglia, che il capostipite Vincenzo Rega (come apprendiamo in Napoli ferrovia) aveva cambiato in Rea, appunto. E al sacerdote spetta, verso la fine del romanzo, prospettare una palingenetica visione rivoluzionaria. Il Rea, uno e trino di questo romanzo, sembra riprendere tra l’altro i personaggi della Peste di Albert Camus: il medico Rieux e il co-protagonista padre Paneloux. Ma la peste che affrontano i personaggi dello scrittore napoletano è, senza metafora, quella sociale e morale del Rione Sanità che è il vero protagonista, il vero “motore” di tutta la vicenda. E il libro di Rea acquista il consueto carattere di un romanzo-saggio che indaga la propria città, di oggi e di ieri, con un racconto ondivago che, intrecciando storie e Storia, va avanti e indietro nel tempo, all’interno di una struttura circolare che si apre e chiude intorno al 2007, quando Oreste uccide l’antico amico Felice.

La Sanità, appunto: «Povera Sanità! Strade strette e tortuose, palazzi fatiscenti, alle spalle una storia lunga più di due millenni, testimoniata da ipogei, sepolcri scolpiti, scale che scendono sottoterra come volessero raggiungere le viscere del pianeta». Per cui Rea si chiede se davvero Napoli sia città ascensionale: «Ma la città è davvero tutta un tendere verso l’alto? Oppure la tensione è inversa, nel senso che si svolge dall’alto verso il basso? La meta è il mare oppure la collina? Chi può dirlo in una città così appassionata alle proprie irregolarità e contraddizioni»: quelle contraddizioni esistenti, alla Sanità, anche quando, fino a prima dell’arrivo dei cinesi, prosperava la produzione di guanti. Ma accanto al benessere procurato da questa attività persiste la miseria, fino al tracollo di questo esercizio e all’esplosione delle baby-gang camorristiche in un Rione fatto deserto morale. Una strana analogia, nota il narratore stesso, con l’ascesa e declino dei guantai di Newark di cui parla il Philip Roth di Pastorale americana, e a cui il lettore viene rimandato. Il problema dell’identità personale che Felice ricerca rientrato dall’Egitto, dove ha lasciato una donna ad attenderlo, è il problema dell’identità della Sanità, nonché di Napoli. E il romanzo-inchiesta, a cui tanti hanno collaborato con le proprie storie, diventa dunque “un romanzo collettivo della comunità del Monacone”, ovvero della Basilica di Santa Maria della Sanità (così popolarmente ribattezzata dai fedeli), il cui imponente cupolone policromo è parte caratterizzante del panorama della città. Il Mito del Grande Ritorno di Felice s’infrange, scontrandosi con la morte della madre (la cui agonia ricorda quella della città) e la propria stessa morte. Ma l’ombra dell’uomo venuto dal nulla forse non si dissolverà del tutto. Così gli dà il commiato definitivo il medico del Rione Sanità: «Sei stato un esempio e noi faremo di tutto per imitarti: schiena diritta e amore accanito per questo meraviglioso spicchio di terra ricevuto in sorte».

enzo.rega@libero.it

E Rega è insegnante e saggista

Libri con le ali: sul numero di luglio-agosto 2014 Enzo Rega ha commentato un altro romanzo di Ermanno Rea, Il sorriso di Don Giovanni.

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