Francesco Leto – Il cielo resta quello

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Ricordando Mia Martini

recensione e intervista di Angelo De Matteis 

Francesco Leto
IL CIELO RESTA QUELLO
pp.  228,  € 15,00
 Frassinelli, 2015 

Accompagnati con delicatezza dai versi delle canzoni della bagnarota estiva Mimì Berté, in arte Mia Martini, i membri della famiglia Morise vivono i loro momenti di felicità e le loro tragedie, senza arrendersi e senza perdere mai di vista il mare di Bagnara Calabra, paese fra le cui stradine si intrecciano le storie di pescatori, contadini, nobili che hanno un telefono in casa, donne che parlano coi morti e comari che, insieme alla lingua, non riescono a tener ferme le mani, sempre intente a cucinare, mondare, spolverare. il-cielo-resta-quello-romanzo-mia-martini_305x380Francesco Leto disegna il ritratto di una comunità nella quale il soprannome è più importante del nome “perché quando nasci il nome può essere pure sbagliato, ma quando cresci è quello il tuo, quello che ti trovano gli altri”  e affida il movimento, l’azione, il dramma, al confronto con le convenzioni sociali, che testano l’integrità dei personaggi decretando ora la parte dei cattivi, ora quelle dei piccoli grandi eroi romantici. Ci si affeziona presto a Maria Morise e ai suoi figli, se ne conoscono pensieri, debolezze e desideri, in una narrazione che alterna una prosa pungente e umoristica a pagine di diario, lettere, dialoghi e aneddoti ricchi di dialettismi. Il cielo resta quello, infatti, è un romanzo che contiene numerose variazioni di linguaggio, di ritmo e, soprattutto, di punto di vista. L’utilizzo mai casuale della prima, della seconda e della terza persona, come movimenti di camera che avvicinano e allontanano il lettore, sembrano rivelare una prossimità dell’autore, oltre che geografica, anche emotiva alla storia che racconta e, quasi, la necessità personale di un atto di testimonianza verso le proprie radici.

Parliamo dell’idea di scrivere questo romanzo, molto diverso dal tuo esordio (Suicide Tuesday, 2013, Giulio Perrone Editore, ndr) e della sua gestazione

Ho avuto l’idea della storia quando avevo 29 anni. Volevo licenziare la mia infanzia con questo romanzo. Ho pensato: se domani smetto di scrivere, ecco mi piacerebbe finire con qualcosa di autentico. Il primo romanzo è stato definito metropolitano. Questo rappresenta un ritorno alle radici della mia infanzia. É liquido, marino, ondivago, c’è sempre una piccola epifania in esso da celebrare, un prima e dopo che si apre, piccola voragine fra tante storie e personaggi. La gestazione è stata lunga, difficoltosa. Scrivevo, non mi piaceva, riscrivevo, poi leggevo giganti come Céline, Zola, Busi, Moody e io diventavo sempre più nano. Poi ho trovato la chiave giusta: scrivi come ti va, come ti senti, senza temere i giudizi, senza cedere alle intellettualizzazioni, senza dover mostrare di essere bravo.

Se sì, quali sono state le suggestioni letterarie e cinematografiche che ti hanno accompagnato lungo la stesura?

Sicuramente Céline. Ho preso il titolo da un passaggio del suo Viaggio. Mi commuove sempre l’addio a Molly e la morte del piccolo Bébert di quel romanzo straordinario. E poi ogni capitolo si apre come la scena di un film, con un taglio cinematografico. Le suggestioni credo siano state diverse, persino confuse. Eppure, bisogna sempre dimenticarsi degli altri, e sintonizzarsi sulla propria voce narrativa, riappropriarsi del proprio timbro. È come la musica – e in effetti la letteratura non è altro che ritmo – tu possiedi un timbro e deve solo saper riconoscere tutti i colori della tua voce, allenarla e cercare di migliorarla, di volta in volta, senza imitare qualcun altro. Bisogna rubare ai grandi scrittori, ma con naturalezza. Un furto di cui nessuno potrà mai chiederti conto.

angeloercoledematteis@gmail.com

A. De Matteis 

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