Gianfranco Calligarich – La malinconia dei Crusich

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Vocazioni gaddiane

recensione di Itala Vivan

dal numero di marzo 2017

Gianfranco Calligarich
LA MALINCONIA DEI CRUSICH
pp. 441, € 20
Bompiani, Milano 2016

Gianfranco Calligarich - La malinconia dei CrusichIl recente romanzo di Gianfranco Calligarich disegna una saga di tre generazioni di Crusich: nomi, questi, che rivelano l’ibridismo imperiale austroungarico con quella finale in “ich” che germanizza, accomunandoli, nomi veneti (Calligari) e slavi (Crusic), e che è così frequente in terra triestina. Dalla Trieste di fine Ottocento proviene infatti il fondatore della dinastia marchiato da un’intima malinconia che si perpetuerà nei discendenti, insieme al lampo gelido degli occhi grigi. Una percezione del dolore più personale e psicologica di quella che caratterizza il morente mondo asburgico di cui pure egli è espressione, e che vorrebbe alludere al “male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”. Così Gadda, naturalmente, che Calligarich sembrerebbe riecheggiare e riprendere nel tema principale e, più fortemente, negli stilemi baroccheggianti e nella scrittura frammentata. Trieste è dunque il porto asburgico da cui s’imbarca il capostipite Luigi, che diventerà “il Vecchio” per i sei figli e i numerosi nipoti. Il primo Crusich è giovane ma già segnato dall’inguaribile ferita di una perdita che non si rimarginerà mai, anzi, verrà trasmessa al primogenito Agostino e quindi al nipote Gino Crusich. I suoi occhi grigi come quelli del vecchio e stanco imperatore cercano un altrove dove fuggire e che sembrerebbe essere l’Africa, il porto di Massaua dove comunque non arriverà mai, arenandosi invece tra gli ulivi di Corfù. Ma intanto il profilo dell’Africa come mèta mitica e inafferrabile è stabilito, e si riaffaccerà nella vita di Agostino che in Somalia andrà all’epoca della conquista italiana, portandoci moglie e figli. Strane partenze e strani arrivi, quelli dei Crusich, perennemente inseguiti dal fantasma di famiglia (l’enigmatica malinconia) e alla ricerca di remoti paradisi che possano rinnovare la perduta felicità dell’Eden originario, il dorato tramonto dell’impero, “quando il mondo era ancora un posto immenso, stupendo e semplice da vivere”.

Triestini in Africa

I Crusich attraversano il primo e il secondo Grande Massacro, come vengono qui indicate le guerre mondiali, nonché la guerra d’Africa con relativa prigionia di Agostino, e il ventennio fascista, rimanendo ancorati alla loro inspiegabile malinconia e solo superficialmente curandosi dei contesti su cui mettono i piedi. L’Africa, poi, non è che un bel cartellone pubblicitario: l’idilliaca Asmara dai bianchi edifici frangiati di palme e dalla serenità “primordiale” insidiata dai “furenti selvaggi”, gli sciftà “neri come il buio della notte”, “i lenzuoli bianchi a farne fulminei e furibondi fantasmi”. Ancora una volta, la narrativa italiana che tocca la nostra storia coloniale ricade in consunti stereotipi. Accanto alle sagome indeterminate degli abitanti indigeni, il lavoro della colonizzazione che qui s’illumina di passione, “tanto che se un camion fosse stato qualcosa da sposare senza dubbio per lui [Agostino] sarebbe stato un Fiat 634. Alti tre metri e mezzo e lunghi quasi otto, dodici tonnellate di stazza e capaci di trasportare sul cassone anche un carro armato”.

Indifferenti al senso tragico dell’avventura coloniale, i Crusich non sembrano nutrire passioni civili durante la dittatura fascista, nel periodo della Resistenza (qui sempre chiamata “guerra civile” e dipinta come un indistinto azzuffarsi), e infine nel dopoguerra trascorso a Milano. Insomma, non certo una famiglia di eroi né di interpreti d’un secolo tanto drammatico. L’assenza di spessore storico viene compensata da una gran dovizia di dettagli di vite individuali, che però faticano ad animare il racconto e dopo la metà del romanzo addirittura lo soffocano in una ripetizione vuota della persistente malinconia del vivere e del morire.

Echi gaddiani in una storia coloniale

Il libro di Calligarich, tuttavia, si distingue per una accanita ricerca stilistica che sembra attingere all’esempio di Gadda. Quando Calligarich usa l’inversione (e lo fa lungo tutto il libro) non si può non riandare con la mente al timbro gaddiano. Per il vecchio Crusich, “Che la fortezza fosse una base navale inglese poteva stabilirlo dalla geometrica e arrogante bandiera bianca, rossa e blu che, in cima a un pennone, sembrava volersi imperialmente appropriare non solo della terraferma su cui era piantata ma anche del cielo azzurro in cui stava sventolando”. Nel racconto San Giorgio in casa Brocchi, Gadda scrive: “Che Jole, la cameriera del conte, uscisse ogni sera per far fare la passeggiatina a Fuffi (…); che, intanto, frotte di bersaglieri ritardatari trasvolassero in corsa (…); e che Jole, travista la monaca in tram, quella povera monaca le mettesse in tutte le vene un certo desolato sgomento: che tutto ciò accadesse, era, si potrebbe quasi arrischiare, nell’ordine quasi naturale delle cose, o, almeno, delle cose del 1928 p.C.”. Molti altri sono i risvolti espressivi che da Calligarich fanno risalire a Gadda, senza però che qui risuoni la nota profonda d’una cognizione del dolore che dava vastità e risonanza al mai concluso narrare gaddiano.

itala.vivan@unimi.it

I Vivan insegna studi culturali e postocoloniali all’Università degli Studi di Milano

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