Giorgio Vasta – Absolutely nothing

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Viaggiare attraverso il nulla

recensione di Matteo Fontanone

Giorgio Vasta e Ramak Fazel
ABSOLUTELY NOTHING
Storie e sparizioni nei deserti americani
pp. 296, € 22,50
Quodlibet-Humboldt, Macerata 2016

Giorgio Vasta - Absolutely nothingUltimo frutto della collaborazione tra Quodlibet e Humboldt, casa editrice nata con l’intento di dare nuovo fosforo alla letteratura di viaggio, Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani è il racconto dell’avventura di Giorgio Vasta lungo un percorso che prende il via dalla scintillante Los Angeles e si spinge fino a New Orleans sulle tracce di ciò che ha lasciato l’urgano Katrina. In mezzo c’è il vero protagonista della narrazione: il nulla. L’itinerario è stato messo a punto nell’ottica di visitare luoghi abbandonati o in via d’abbandono, utopie del deserto, comunità sull’orlo del disfacimento e colme di solitudine, fondate sulla serena presa d’atto di non avere speranza alcuna contro l’entropia che, come in un involontario omaggio alle Pecore elettriche di Dick, condanna ogni manifestazione dell’uomo a essere mangiata, prima o poi, dalla sabbia. Sulla jeep insieme all’autore ci sono Silva, l’editrice, e Ramak, il fotografo americano i cui scatti fanno da corredo al volume. Vasta fa di loro dei personaggi, li sposta dal piano di ciò che è accaduto veramente a quello di ciò che potrebbe essere successo: a Silva spetta il ruolo della guida, iPad alla mano alla ricerca di dettagli utili su Wikipedia, mentre ancora più stratificata è la personalità di Ramak, elemento contraddittorio fatto di intuizioni, spunti e deviazioni dal seminato.

Uno scrittore che viaggia

Absolutely Nothing è un lavoro che si innesta nel solco odeporico, tali almeno sono le prospettive da cui ha inizio, eppure viene recepito come un corpo estraneo all’interno della tradizione. Lungo tutto l’arco narrativo, infatti, la sensibilità obliqua dell’autore schiaccia e annulla la vecchia maniera di rendicontare il viaggio, incentrata sulle informazioni utili riguardo ai luoghi o, al limite, sulla riflessione dell’io legata al senso del viaggio stesso. Vasta è solo e soltanto uno scrittore che viaggia, non un viaggiatore che racconta, ciò che riferisce al lettore è prima filtrato dalla grana con cui osserva il mondo: «A ogni sguardo che muovo fuori e dentro queste vecchie abitazioni, il mio sguardo sfida il linguaggio. Lo interroga, vuole sapere sa ha da mettergli qualcosa di buono per nominare, per fare frasi, vuole misurarne limiti e risorse». La sua parola si dota di una referenzialità spiccata che, nell’economia della pagina, si traduce in letteraturizzazione: Absolutely Nothing non è mai una traduzione su carta della realtà circostante, piuttosto una sua digestione in simultanea.

L’alterazione di Vasta, poi, riguarda anche lo schema narrativo: non si procede seguendo la coerenza del racconto spaziotemporale – quindi con criterio, dal primo al quindicesimo giorno – ma in ordine apparentemente sparso. I giorni di viaggio, sulla cui base il libro si divide in capitoli, sono delle monadi assemblate con salti di tempo, passi indietro, inversioni, illogicità. L’ultimo giorno, ad esempio, è il sedicesimo di ventidue capitoli. La struttura si allontana sempre di più dalla pretesa di verosimiglianza e i contorni del reale si sfaldano. Con la disgregazione dell’impianto odeporico standard anche l’io narrante vive un processo di contaminazione. Il principio etico sul quale il viaggio deve orientarsi, infatti, impone di «smetterla di andarsene in giro come soggetti, sempre dritti e presuntuosi, e invece dissolversi, diventare oggetto, cibo, nutrimento».

On the road allegorico

Questo marchingegno porta l’on the road nel deserto a trasfigurarsi in un qualcosa d’altro, assume una carica simbolica e si fa allegoria. Ogni oggetto ritrova in questo modo un’inedita carica narrativa: una pietruzza trovata per terra diventa improvvisamente correlativo verso nuovi mondi, lo scheletro di un vecchio aereo è la porta d’ingresso ad atmosfere siderali, le mattonelle di un edificio abbandonato riflettono bagliori ambigui che, per chi già conosce l’autore, suoneranno quasi familiari. Absolutely Nothing, insomma, è una trasferta oltreoceano della grammatica di Vasta, la telecronaca in diretta di cosa succede se si mettono a reagire la materialità dell’autore palermitano con l’evanescenza dei deserti americani e dei suoi fantasmi. Durante la traversata dell’Arizona, il gruppo visita una base di aerei militari fuori servizio, parcheggiati per sempre in mezzo al deserto. Salito sul tetto di un C-5, Vasta ricalibra così le sue capacità percettive: «Avverto sotto di me – nitido, reale – il corpo dell’aereo, la consistenza delle leghe, la temperatura del titanio e dell’alluminio, la persistenza dei materiali, la loro infinita pazienza. Un senso di stupore e struggimento».

Il Giorgio Vasta dalla scrittura molecolare, fibrosa, così materica da sfociare talvolta in un certo senso di ripugnanza, aggiunge peso, simbolismo e sublimazione ulteriore ai non-luoghi, ne rinnova l’immaginario, verifica con mano nomi e zone che per molti di noi sono soltanto punti sulla cartina geografica, tutt’al più esplorati alla veloce con Google Street View. «Tutti i giorni, per tutto il giorno, una alla volta, sopra la mia testa io do forma alle parole», dice Vasta in un colloquio impossibile con un sacchetto appeso a un cactus. Dando i nomi alle cose del deserto, Vasta lo rende tridimensionale: qualche volta lo sbugiarda e fa emergere un certo paradossale squallore americano – il cantante degli ZZ Top incontrato in mezzo a comitive di vecchietti nel museo sugli alieni di Roswell non può che farsi veicolo d’angoscia – ma qualche volta lo proietta in alto, lo rende immaginifico, ne collauda l’alone di intangibilità. Al movimento di presa d’atto della realtà, ancorato a un piano fenomenico delle cose, l’autore affianca quello più personale e metafisico, un flusso psichico che risponde alle esigenze di sparizione dell’io narrante, una nicchia linguistica dove vivono famiglie antropofaghe, paure irrazionali e branchi di cani pericolosi, dove la frutta secca che cade dal sacchetto mette le radici nel tappetino peloso della macchina, germoglia e, nel disfacimento di tutto, assicura ancora un pulviscolo di concretezza.

matteo.fontanone@gmail.com / Twitter: @matteofontanone
M Fontanone è laureando magistrale in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana

Il virus dell’abbandono: sul numero di febbraio 2017 anche Filippo Polenchi commenta Absolutely nothing.
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