Il popolo di legno – Esercizi spirituali per burattini

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Emanuele Trevi e la sua lettura controcorrente di Collodi

recensione di Lorenzo Marchese

Dal numero di gennaio 2016

Emanuele Trevi
IL POPOLO DI LEGNO
pp 220, € 18
Einaudi, Torino 2015

Il popolo di legnoPotremmo entrare nello spirito di questo romanzo così ferocemente ispirato da una lettura controcorrente delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi elaborando un occhiello del genere: come andò che Emanuele Trevi, prosatore italiano fra i più raffinati e consapevoli degli ultimi vent’anni, trovò il personaggio di un cinquantenne calabrese (chiamato “il Topo”), che ammoniva e risvegliava le coscienze come il più bizzarro dei luterani; e come poi fu che l’autore decise finalmente di abbandonare le sue vesti terrene, dopo le precedenti prove sospese fra scomposta autobiografia e saggio critico senza rete di protezione (da I cani del nulla, 2003, fino a Qualcosa di scritto, 2012), per indossare la maschera di un uomo per molti versi radicalmente opposto a lui (e a noi che lo leggiamo).

A provare la metamorfosi, sono anzitutto i dettagli biografici: studioso accademico (mancato) in un insipiente mondo medio borghese Trevi, machiavellico prete senza più tonaca, gettato in una sterminata arena di uomini ridotti quasi a bestie, il Topo; Trevi, romano sofisticato e preso da se stesso – senza però accartocciarsi nelle architettoniche egolatrie della scrittura di molti colleghi –, il Topo uno che sembra aver espunto l’io dal proprio chirurgico rimuginare, tanto che, ci viene detto nell’incipit, “aveva imparato a guardare a sé proprio come si guarda a un altro, vivendo e nello stesso tempo considerando la sua vita dal punto di vista di una spia”. I rovesciamenti si spingono più a fondo. Se da una parte Trevi, impostando i suoi precedenti romanzi come argute e profonde conversazioni sulla letteratura, si mostrava un critico equanime e pietoso verso le vite di carta e di carne oggetto delle sue divagazioni, senza rinunciare di quando in quando all’affondo sociopolitico o alla vertigine epifanica, dall’altra il Topo di Il popolo di legno conduce le sue letture predicatorie del libro di Collodi su un’emittente regionale senza alcuna dolcezza né complicità, appellandosi risentito al “popolo calabrese” che, come Pinocchio, rigetta la violenza del diventare adulti civili e la finta intelligenza delle api industriose dell’Occidente.

pinocchio_by_chocolatitaÈ come, a ben vedere, se l’adulto Trevi, raggelato nella cordialità della sua figura intellettuale, avesse deciso di farsi lui stesso burattino ghignante e riottoso per concedersi una voce eretica. A stretto contatto, seguiamo i sermoni del Topo su Pinocchio (ennesimo pezzo di stralunata, efficacissima critica letteraria che ripudia le cautele della critica standard), alternati alle scene del suo passato, fra il lento apprendistato e l’amore con la moglie Rosa, enigmatica reincarnazione ferina della fata Turchina, in una Calabria sospesa nella propria ferocia cruda e fiabesca. Questi flashback sono tra i pezzi migliori del libro, perché nell’andamento saggistico e argomentativo dell’insieme (dato che il Topo disprezza “l’idea, degna degli imbecilli senza rimedio, che la vita fosse una specie di romanzo”) restano sospesi sul baratro della propria insensatezza (difatti, contro il romanzo, “ogni storia vale solo per se stessa, e non ci insegna nulla”).

Una concezione pasoliniana dell’Italia meridionale

Ma, nell’atto di mutarsi nel proprio simmetrico opposto, Trevi ha giocoforza conservato qualcosa di suo. Sorprende anzitutto rilevare la continuità di questo libro con Qualcosa di scritto: Il popolo di legno è intimamente pasoliniano per la concezione dell’Italia meridionale come “mondo millenario” sconquassato negli anni sessanta dalla mutazione antropologica di “una devastazione che aveva tutte le apparenze di una festa”. Anzi, nell’invito apocalittico del Topo ai calabresi a conservare la propria integrità e la propria “stupidità” lontano dalle pastoie dell’istruzione si scorge almeno il riflesso delle lezioni di Pasolini allo scugnizzo napoletano Gennariello: a margine, può lasciare perplessi che, pur servendosi di un avatar, un intellettuale benestante si compiaccia di predicare la conservazione del proprio stato, se non la regressione, a persone più povere, impotenti e ignoranti di lui. Infine, dopo aver predicato, contro la modernità, che “non è mai possibile migliorare la nostra vita, renderla più buona, più efficiente”, a causa della sua esposizione mediatica anche il Topo (come, altrimenti, Pasolini) viene ucciso per mano degli Zii, alcuni boss ‘ndranghetisti che dapprima gli avevano dato visibilità per la sua trasmissione, cercando di farne un caso mediatico alla Saviano. La morte per esecuzione rimanda al martirio, che consacra le prediche del Topo ed è l’ultimo dei segni di una poetica che appartiene solo a Trevi, immutata dagli esordi. In essa, domina la rivelazione cieca del potere della letteratura, “così profondo ed oscuro che al confronto sarebbero impalliditi tutti gli Zii di questo mondo”. Senza i conforti della religione, Trevi ripone il senso del proprio vivere in una scrittura (“preghiera atea”, in Istruzioni per l’uso del lupo, 1994) che corteggia la metafisica e a volte vi si abbandona, in Il popolo di legno più che nelle opere precedenti. A lettura ultimata, ci si chiede: nel tentativo di farsi demone di legno Trevi ha composto “una delle più folgoranti testimonianze di nichilismo letterario dell’ultimo decennio” (così recita la quarta di copertina), o una morale secondo cui non dobbiamo mai cambiare né metterci in discussione, ma solo buttarci in ginocchio davanti alla letteratura?

lorenzo.marchese@sns.it

L. Marchese è critico letterario

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