Manlio Cancogni – Il trasferimento

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Una parabola d’oltremare

recensione di Mario Marchetti

Dal numero di maggio 2016

Manlio Cancogni
IL TRASFERIMENTO
pp 123, € 14.50
Elliot, Roma 2015

CancogniSicuramente uno dei nostri migliori scrittori del Novecento e sicuramente ormai un classico, anche se una simile definizione non sarebbe forse piaciuta ad Azorin/Cancogni. Morto di recente, il 1° settembre 2015, a 99 anni compiuti, aveva ancora nel cassetto un’estrema sorpresa (a dire il vero erano bozze costellate di correzioni per Fazi che poi non le diede alle stampe), un piccolo gioiello, appunto questo Trasferimento, salvato e curato da Simone Caltabellota per Elliot, che va meritoriamente ripubblicando l’opera di questo scrittore a sé, dalle molteplici sfaccettature: grande giornalista (sua è la celebre inchiesta Capitale corrotta=Nazione infetta apparsa nel dicembre 1955 sul combattivo “L’Espresso”), docente universitario negli Usa per molti anni, e anche storico d’elezione (ricordiamo almeno, sotto questo profilo, Storia dello squadrismo del 1959 e Gli angeli neri. Storia degli anarchici italiani del 1994). Nello splendido racconto seminale Azorin e Mirò (1948), compendio dell’amicizia tra Azorin, ovvero lui stesso, e Cassola nei panni di Mirò – testo impudentemente adolescenziale – Cancogni dichiara la sua fascinazione per tutto ciò che sta ai margini, per il periferico, per il semplice. Solo nei luoghi più comuni, nei fanali dalla luce arancione, nei passi che percorrono i marciapiedi, si può afferrare la vita – vera – che passa. È la poetica del sub-liminare, una sorta di grazia che in rari momenti epifanici si riesce a percepire. La lingua, anch’essa, deve essere semplice, esemplata sulle cose, e rifiutare ogni orpello letterario, e nessun impegno deve essere esibito e, altrettanto, nessun sentimento ostentato. E propria questa lingua e questo atteggiamento ritroviamo nelle migliori opere di Cancogni, come La carriera di Pimlico (1957), il dimenticato Odontotecnico (1957), La linea del Tomori (1965), Lo scialle di Marie (1967) e anche in questo estremo Trasferimento, scritto a metà degli anni novanta. Ciò non significa che Cancogni si esima dal giudizio morale – sempre acuto e non convenzionale – che tocca l’uomo e anche la società: ma tutto ciò si deve cogliere tra le righe, per così dire nel sottotesto di una narrazione che è agile, asciutta, minimale.

Cancogni

Certo, come vedremo, nel Trasferimento c’è un sottile viraggio, nel finale, verso la parabola religiosa, ma realizzato con una tale parsimonia di mezzi da scivolarci nella mente come un ladro nella notte. La nitidezza e la sveltezza del testo ricordano (oltre che l’amato Bilenchi) l’ultimo Sciascia di Una storia semplice, dove complessità e chiarezza paiono intrecciarsi e integrarsi perfettamente. Tra l’altro, testo di involontaria grande attualità: la renitenza dell’islam ad accettare l’egemonia occidentale. Nel caso specifico ci troviamo in Libia, verso la fine degli anni trenta, dunque sotto la dominazione italiana. Il quadro è variegato. Chi narra è un alto e onesto funzionario del ministero dell’interno con ruolo di questore, destinato – in uno spaesante trasferimento – oltremare, a Bengasi, capoluogo della Cirenaica, la regione più difficilmente sottomessa. Dove, da una parte, continuano a bulicare mille rivoli di popolare e indomita religiosità, dall’altra, dove più dura si è rivelata la mano della metropoli nella persona del maresciallo Graziani, tutto procede nell’osservanza delle norme, secondo le regole inconcusse della burocrazia, e nel rispetto dei patti, più o meno occulti, coi maggiorenti locali, in particolare religiosi, pur tra i dubbi e le esitazioni del funzionario che narra e dello stesso governatore di Bengasi.

L’ingiustizia ha avuto luogo e non poteva che essere così

Costoro pur cogliendo le ragioni del malcontento arabo si mantengono fedeli al ruolo, mentre le donne sembrano sapersi avvicinare più umanamente alla gente comune, e capirne i fremiti, dei quali – come della vaga sete di giustizia che esprimono − sono interpreti Ben Barak e Nissim. Ben Barak, più politico, riuscirà a cavarsela, con misteriosi appoggi, sfuggendo a tribunali e prigioni, e diventando poi un leader della Libia indipendente (il narratore rammemora negli anni cinquanta), Nissim, invece, più autenticamente millenarista (predica “i soliti luoghi comuni sull’uguaglianza, la fraternità, la povertà, l’umiltà, la pace”) finirà impiccato tra due ladri – in un formalmente legittimo ma poco degno connubio tra autorità italiane e untuose autorità locali − di fronte a un popolo che lo rinnega, e tre donne si occuperanno della sua salma. I riferimenti a Cristo sono trasparenti: non manca neppure un oscuramento del cielo. Tutto uno sciame di personaggi interseca questo ordito essenziale: bellissima la figura di uno dei due ladri il cui ultimo nato verrà preso in adozione dal questore di ritorno in Italia, come ben stagliata è la figura del centurione fascista Felicani, l’unico che nel suo ossessivo rifiuto del compromesso, riesce a compiere un atto di pietà, mettendo fine con la sua pistola alle inutili sofferenze degli impiccati. L’ingiustizia ha avuto luogo e non poteva che essere così. Non ci sono ragioni perfette né torti perfetti. L’unico risarcimento per l’ingiustizia è un gesto individuale, un atto gratuito – l’adozione – tramite cui la vita si riafferma. Ma naturalmente Cancogni ci fa anche capire che qualsiasi dominazione e sopraffazione, per quanto addomesticata o ammantata dalla legge e dalla cultura, è di per sé ingiusta e va pertanto respinta. Il trasferimento, con Tempo di uccidere di Flaiano, Il deserto della Libia di Tobino e un paio di titoli di Enrico Emanuelli, emerge come uno dei nostri pochi significativi romanzi coloniali.

m.ugomarchetti@gmail.com

M. Marchetti è insegnante e traduttore

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