Pier Luigi Celli – E senza piangere

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La fine del pipistrello

recensione di Angelo Ferracuti

Dal numero di maggio 2016

Pier Luigi Celli
E SENZA PIANGERE
pp 253, € 18
TEA, Milano 2015

CelliLa letteratura, forse per questa sua natura marginale nell’epoca e nella società dello spettacolo, è ancora uno spazio di libertà, il luogo dove si può dire tutto ciò che altrove non è consentito; e può permetterci anche di entrare nella vita di un altro e immaginarne il destino, o divertirci a modificare la nostra, rendendola diversa da com’è veramente. Penso che il nuovo libro di Pier Luigi Celli, che si presenta come un giallo di ambientazione universitaria, sia in realtà ben altra cosa e si muova dentro questa simulazione, un artificio creato artatamente per innescare gli ordigni della verità, non nascondendo anche elementi autobiografici e riflessioni che nell’autore devono avere preso corpo nel corso della sua lunga esperienza come manager e direttore della Luiss. Perché pur prendendo vita e forma nel clima dell’università, che è descritta sempre come un luogo un po’ grottesco e cimiteriale, fatto di edifici quasi metafisici, questo è un romanzo sul potere, o meglio sulle classi dirigenti che guidano un paese, sulla loro formazione, e sul ricambio generazionale.

Una mattina, dopo una conversazione piuttosto brusca con il rettore, il professor Brandi, molto amato dagli studenti e molto meno dai colleghi, fa perdere le sue tracce, fatto che mette in agitazione gli ambienti universitari, ma anche sua moglie e sua figlia, che vivranno da subito un piccolo psicodramma famigliare. Poi fa recapitare all’ateneo un certificato medico da Lione, dove è in cura in una fantomatica clinica per malati di cuore. Ma chi è il professor Brandi, lo scontento insegnante universitario fumatore incallito di toscani che un po’ somiglia come fisionomia di carattere all’Herzog di Bellow? È un uomo inquieto, considerato da tutti “un idealista un po’ fuori tempo, incapace personalmente di creare danno a chiunque”, un capro espiatorio, cioè colui che criticando l’ordine costituito viene sconfitto illuminandone i lati oscuri e perversi, le sue logiche ciniche. Glielo dice persino in faccia il rettore, durante il loro ultimo scontro verbale, per giunta con tono sprezzante: “Lei è un perdente, mio caro, si rassegni. La benevolenza degli studenti non sposta un grammo di potere”.

“Insegno la speranza, non avendo più certezze”

Ma lui era un combattente nato, glielo aveva ripetuto. Solo non doveva fare la fine del pipistrello, come lo ammoniva sua moglie, che un giorno entrò nella loro casa e dopo un infinito volteggiare e combattere nell’aria, era crollato morto a terra, stroncato dalla fatica. Brandi avrebbe detto di sé “insegno la speranza, non avendo più certezze”, perché nei suoi ragionamenti filosofici era certo che “la forma era proprio quello che mascherava la sostanza e impediva al mondo di cambiare”. Presto la narrazione accelera, da una parte due bravi fumettistici e caricaturali, il Nano e la Caramella, indagano per l’università e si mettono in movimento, dall’altra un gruppo di studenti cercano di proteggere in modo militante il loro professore; poi la situazione si complica ancora di capitolo in capitolo, nell’alternanza di fatti e luoghi, quando Caramella sparisce nel nulla, il rettore proprio nel momento più ingarbugliato va in vacanza; l’andamento pendolareggia tra il giallo psicologico-sociale e racconto dell’assurdo, finché non entra in scena il commissario Guglielmi e arriva pure il morto. Brandi, intanto, vive la sua vita di scomparso e nello stesso tempo, nell’assenza, continua a muovere dall’interno i fili del racconto, fino allo scioglimento del complicato e attraente plot.

Con una scrittura sempre esatta e sorvegliata, quasi classica, Celli costruisce con grande abilità e divertita regia un romanzo corale sull’Italia refrattaria ai cambiamenti, dentro i gangli di una classe dirigente obsoleta, qui vista nelle sue tante maschere, che sembra arroccata fuori dalla realtà nell’esercizio della conservazione del potere, incapace di rinnovarsi. Un mondo diviso tra vecchi e giovani, come in questo libro, che l’autore in un suo articolo sull’“Huffington Post” descriveva così: “Riconoscere che c’è un effettivo bisogno di cambiare e che ogni cambiamento, per essere salvifico, deve andare fino in fondo, anche quando costa lacrime, fa saltare posizioni e rendite consolidate, rimette in discussione quanto sembrava consegnato a una garanzia di continuità che consentiva a pochi di lucrare sulla marginalizzazione di molti”. In questo libro l’allegoria di un’Italia imbozzolata, che forse solo i giovani possono e devono salvare rimettendosi in movimento con scopo politico. Perché come dice Matilde, una delle studentesse che hanno seguito Brandi, il professore che tanto ricorda il suo collega Keating nel film L’attimo fuggente: “Quello di cui avremmo bisogno è di una chiave più forte, qualcosa che ci metta in ballo senza che la musica abbia smesso di suonare dentro di noi, facendo tutti finta di non accorgersi del vuoto”.

angelo.ferracuti@interfree.it

A. Ferracuti è scrittore

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