Mariapia Veladiano – Una storia quasi perfetta

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Lo smacco del seduttore

recensione di Mario Marchetti

Dal numero di marzo 2016

Mariapia Veladiano
UNA STORIA QUASI PERFETTA
pp 237, € 17.50
Guanda, Milano 2016

_una-storia-quasi-perfetta-1449966541La trama è presto detta: una donna incontra un uomo in uno studio di moda (abbigliamento femminile, ma anche oggettistica), in lei germina un desiderio di amore, in lui un desiderio di possesso per i meravigliosi disegni di lei. L’equivoco si pone sin dall’inizio, quando lui dice: “Lei è un regalo”. Ma per regalo intendono due cose assolutamente diverse: per lei il regalo è un libero dono (come le ha insegnato la madre, per via femminile come si vede), per lui è la premessa di un affare redditizio (nuove superbe collezioni). Non si intendono sulle parole, anche se lui cerca di appropriarsi − ma le userà sempre goffamente − delle parole di lei: è una strategia in cui è maestro per sedurre le sue vittime. Peccato che il seduttore sappia solo prendere, anche ciò che si può unicamente ricevere. E lì sarà il suo smacco. Ebbene sì, lui è un seduttore seriale. Se una donna per qualche motivo lo interessa, la vuole subito per lasciarla dopo aver ottenuto ciò che vuole. In questo segue una procedura ben precisa, e sempre la medesima: individuazione della preda, seduzione, appropriazione (del corpo o di altro), distacco, abbandono. Dietro di sé ha lasciato una scia di vittime, un intero catalogo dapontiano: Luneta, Eva, Marinella e anche la par suo Claire, l’indossatrice emblema della casa. Il seduttore − Kierkegaard insegna − sceglie di non scegliere, vuole vivere la sua vita all’insegna dell’inedito, la donna per lui è uno spunto, odia la ripetizione (ma in realtà non fa che ripercorrere eternamente lo stesso solco). Oggi il discorso del libertino, che vuole affrancarsi da qualsiasi responsabilità, torna sulla scena alla grande, come qualcuno ha osservato, perché non è che la variante sessuale del discorso del liberista. E così come sempre, e senza parere, Veladiano tocca nei suoi romanzi grandi temi etici e filosofici. Ma ciò che colpisce è come lo sappia fare narrativamente, attraverso storie intriganti e personaggi ben vivi (anche se alludono sempre a una dimensione altra, velatamente allegorica, e di ciò sono spia i nomi dei personaggi: “Lui”; Bianca, la lei, che ha un nome, a differenza di lui; Gabriele, il figlio/angelo di Bianca; Beatrice, sorella di Bianca e sua guida amorevole). E lo scenario del mondo della moda − descritto con precisione, efficacia e giusta terminologia − si rivela perfetto come specchio dell’anima accidiosa, atrabiliare di Lui (Animanera era il titolo originariamente pensato da Veladiano per il romanzo): il sublime recanatese, in un dialogo del lontano 1824, aveva già unito in endiadi sororale Moda e Morte, accomunate dalla caducità, dall’inimicizia capitale per la memoria, dal desiderio inesausto del nuovo secondo la logica del cattivo infinito.

Bianca, forte e vulnerabile

Altro grande tema, anch’esso sempre presente in Veladiano, è il rifiuto della paura che paralizza, che inibisce l’azione (“La paura si prende tutta la vita e se non si sa cosa fare della propria vita, la paura è perfetta. La riempie di sé. Ma che vita è?”), e l’elogio arendtiano, invece, dell’azione, che rappresenta sempre e comunque un nuovo inizio, aperto a infinite e impreviste possibilità. In particolare quell’atto per eccellenza che è la nascita, il far nascere. E così Bianca accetta di tenere il figlio avuto da un uomo che l’ha “lasciata cadere” prima della nuova storia con “Lui”. Attenzione, Veladiano non fa un discorso da family day, semplicemente mostra come dall’accettazione, purché consapevole, dell’inganno subito possa derivare nuova luce. E sicuramente Gabriele (“uomo di Dio” in ebraico) è luce per Bianca, e cerca anche di illuminarla, con l’intuizione misteriosa e lancinante dei bambini, sulla trappola in cui sta cadendo, ma inutilmente. Tutto si svolge in mezzo a un profluvio di piante e di fiori (plumbago, agatea, aquilegia, clerodendro, ortensie…) e di tinte, di fiori disegnati, di fiori reali. E di questo aspetto la copertina del libro è splendido compendio. Essi, i fiori, rappresentano un accompagnamento, talora un controcanto a tutta la vicenda: finito il festeggiamento per la firma del contratto (finalmente “Lui” ha acquisito secondo legge i tanto desiderati disegni), Bianca esce con un vaso fioritissimo di ortensie, ma “una piccola scia di petali azzurri e bianchi rimase sui gradini”. L’acme è l’inizio della fine.

Ultimo tema è quello che vira attorno al femminile. La donna, Bianca, è vulnerabile (“Cadiamo e basta”) perché desidera un rapporto con l’altro da sé, perché ha fiducia. È cieca dapprima di fronte all’inganno. Ma è anche forte. Prende coscienza sia pur tardivamente, decide di non aver paura e di continuare a vivere. Farà una scelta di allontanamento accompagnata però da un dono, un dono senza interessi. E così si salva. Chi leggerà il romanzo si accorgerà che, come già nella Vita accanto, ciò non avverrà senza la solidarietà femminile: della sorella, ma anche della silenziosa Giulia, l’avvocato dello studio di moda.

E intanto nell’Animanera il rovello si fa strada: “quando sente uno qualsiasi di questi odori (quelli legati al penetrale dove si svolgeva l’attività di Bianca) ancora gli cigola l’anima”. Forse la procedura del seduttore seriale si è inceppata.

m.ugomarchetti@gmail.com

M. Marchetti è insegnante e traduttore

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