Chimamanda Ngozi Adichie – Quella cosa intorno al collo

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Donne che vanno via

recensione di Serena Guarracino

dal numero di maggio 2017

Chimamanda Ngozi Adichie
QUELLA COSA INTORNO AL COLLO
ed. orig. 2009, trad. dall’inglese di Andrea Sirotti
pp. 217, € 19
Einaudi, Torino 2017

Chimamanda Ngozi Adichie - Quella cosa intorno al collo“Io sono quella / che va via, sempre”: così scrive la poeta indo-inglese Sujata Bhatt (qui nella traduzione di Paola Splendore), raccontando la condizione di tante che si ritrovano, per scelta, per forza o per caso, a vivere tra due o più culture, paesi, lingue. Anche nei racconti della raccolta Quella cosa intorno al collo molte donne vanno via, voltano le spalle alla propria vita, a una parte di se stesse, e in parte anche a noi che leggiamo. Va via la donna musulmana senza nome che salva la vita a Chika in Un’esperienza privata, quando entrambe si trovano coinvolte in uno dei molti massacri che hanno visto scontrarsi gruppi igbo e hausa nella Nigeria del nord; va via la protagonista di L’ambasciata americana, che dopo ore di fila per ottenere un visto si rifiuta di raccontare all’addetta la morte del figlio così come la vuole la burocrazia statunitense, in modo che si inquadri nel modello predefinito per una richiesta di asilo politico; va via (ma è poi costretta a ritornare) Chinaza, la giovane sposa di I combinamatrimoni, che si ritrova negli Stati Uniti legata a un uomo da cui dipende per ogni cosa e che l’ha sposata perché “volevo una moglie nigeriana e mia madre mi ha detto che eri una brava ragazza, tranquilla”, e con la pelle abbastanza chiara per avere dei figli che non sembrino troppo africani; va via invece senza voltarsi indietro la protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, fidanzata con un americano bianco innamorato di un’Africa romanticamente povera e bisognosa, che la ragazza lascia all’aeroporto per tornare a casa, in Nigeria. Vanno via anche Ujunwa, la scrittrice che appare in Jumping Monkey Hill, e Chioma, la protagonista del racconto che Ujunwa scrive durante il workshop per autrici e autori africani che si svolge nel lussuoso residence del titolo. La lettrice che conosca il profilo pubblico di Adichie, la sua carriera cominciata con un master in scrittura creativa alla Johns Hopkins University nel 2003 e consolidatasi con la vittoria dell’Orange Prize for Fiction per il romanzo Metà di un sole giallo (2006), non può che chiedersi se ci sia una traccia autobiografica nelle vicende raccontate in questa storia, nell’assembramento di scrittori tutti di nazionalità diverse, e spesso noti a chi legge solo come “l’ugandese” o “la senegalese”, a sottolineare il tokenismo di molta scrittura contemporanea da e sull’Africa. Edward, il pomposo professore inglese bianco organizzatore del workshop, vuole racconti che corrispondano al proprio desiderio d’Africa.

Parzialità di prospettiva

Il corpo delle donne e il corpo della scrittura si sovrappongono spesso in questi racconti, mettendo in scena il desiderio dell’Occidente di leggere di posti esotici e dei drammi umanitari dell’Africa subsahariana, e contemporaneamente sottraendosi a esso. La traduzione italiana rispetta questo lavoro di sottrazione che la scrittura di Adichie, qui più che nei romanzi, opera nei confronti del lettore, lasciando le parole in igbo nel testo in corsivo, senza un glossario che le addomestichi alla nostra comprensione, e più in generale rispettando i silenzi e gli sguardi parziali che queste brevi finestre narrative ci offrono. Questa parzialità di prospettiva emerge in particolare nei due racconti scritti in un’inusuale seconda persona, Quella cosa intorno al collo e Domani è troppo lontano, due tour de force stilistici in cui le posizioni narrative di chi racconta e chi viene raccontato si sdoppiano e conflagrano lasciando chi legge con pochi punti di riferimento, se non la solitudine e la rabbia che segna le protagoniste. La prima, vincitrice della lotteria dei visti per gli Stati Uniti, scopre che l’America non è questa terra dell’abbondanza che le era stata raccontata. Se lei però torna in Nigeria per scelta, la protagonista del secondo racconto in seconda persona ci torna invece temporaneamente, dopo molti anni, per la morte della nonna: il viaggio è l’occasione per ripercorrere una tragedia che ha segnato la sua infanzia, e che ha definito il suo percorso di bambina a cavallo non solo tra la Nigeria e gli Stati Uniti, ma anche tra più versioni della femminilità nel mondo, tutte con le proprie luci e ombre.

Il racconto di chiusura, La storica testarda, rilegge il classico Things Fall Apart (1958) di Chinua Achebe come genealogia di rivalsa femminile: da una vedova che si confronta con l’arrivo degli europei nelle zone del Niger arriva a sua nipote Grace, educata alle scuole dei bianchi in Europa, che userà quella conoscenza per ribaltare la versione “ripulita” del colonialismo inglese per decenni spacciata come storia. Grace va via da Cambridge per tornare a Lagos e farsi rinominare Afamefuna: vista da un’Europa sempre meno tollerante anche lei, come molte altre personagge di questa raccolta, è “quella che va via”: non per scomparire, ma per tornare a casa, e allo stesso tempo creare uno spazio nuovo tutto per sé.

serena.guarracino@gmail.com

S Guarracino insegna letteratura postcoloniale all’Università dell’Aquila e L’Orientale di Napoli

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