Chitra Banerjee Divakaruni – La ragazza oleandro

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Dall’India all’America in cerca di un’identità

recensione di Carmen Concilio

Dal numero di gennaio 2016

Chitra Banerjee Divakaruni
LA RAGAZZA OLEANDRO
ed. orig. 2012, trad. dall’inglese di Federica Oddera
pp. 387, € 22
Einaudi, Torino 2015

Chitra Banerjee Divakaruni - La ragazza oleandroIl romanzo di Chitra Banerjee Divakaruni pone al centro della narrazione la città di Kolkata e il Bengala. Alcuni nuclei narrativi forti vi si intrecciano: l’autrice ritaglia nel cuore della città uno spazio che è omphalos e magnete. Si tratta della vecchia, grande casa dei nonni materni di Korobi, la ragazza oleandro, con il suo giardino pieno di alberi e il tempio dove si celebrano regolarmente le cerimonie di preghiera per la dea Durga, molto venerata in Bengala. È uno spazio conservativo e conservatore da cui tutti restano irretiti, e una volta entrati non ne escono più. Svetta, poi, quello stesso Howrah Bridge immortalato già da Amitav Gosh in Le linee d’ombra (Einaudi, 1990) e dal film di Mira Nair. Infine, come Lahiri in La moglie (Guanda, 2013), anche Divakaruni fa compiere alla sua giovane protagonista, promessa sposa, un viaggio prima a New York poi in California.
Tutto intorno a quel nucleo centrale imperversa la modernità con le sue contraddizioni irrisolte: i genocidi tra musulmani e indú in Gujarat restano sullo sfondo, ma nella fabbrica di proprietà dei Bose gli operai delle due comunità si affrontano a fior di lama; il sindacato musulmano indice scioperi; qualcuno teme che i naxaliti fomentino la rivolta. La vita in fabbrica e la sudditanza degli imprenditori verso politici-faccendieri è simile a quella messa in scena nella Bangalore dei romanzi di Lavanya Sankaran, in particolare in La fabbrica della speranza (Marcos y Marcos, 2014). L’immigrazione verso gli Stati Uniti non è più il sogno pavimentato d’oro del passato, ma si incaglia nelle difficoltà, dopo l’11 settembre, in particolare per i musulmani di mantenere lavoro e dignità.

Questione di viaggi

Divakaruni mette poi alla prova una certa visione dell’“altro”. Al contrario di quanto accade nella trilogia della Ibis di Ghosh, dove un nero americano durante il suo viaggio verso l’India diventa bianco, qui una giovane indiana viaggia verso gli Stati Uniti per diventare nera. In questo modo l’autrice prova a sfidare quel baluardo incrollabile delle differenze castali: l’amicizia profonda e leale tra una ragazzina indú di famiglia benestante (per quanto si tratti di nouveau riche) e l’autista musulmano insieme all’accettazione delle differenze sociali più improbabili, grazie al matrimonio, ripropongono quegli ideali gandhiani di uguaglianza ed emancipazione che sembrano ancora irrealizzati. Se vi è un messaggio in questo romanzo – godibile e avvincente anche grazie alla traduzione di Federica Oddera – che utilizza sequenze alternate per ritrarre i personaggi principali, secondo una tendenza molto in uso, è la ricerca di uno spazio democratico.

Questa preoccupazione è costantemente presente nell’opera di Ghosh, il quale cerca e trova luoghi o spazi – utopici e reali – in cui vigono pratiche democratiche, come ad esempio la stiva della nave Ibis dove tutti sono fratelli e sorelle, figli della nave; oppure le isole Sundarbans fondate sull’utopia di un uomo che non credeva nelle caste; o, paradossalmente, come l’esercito dove tutti sono uguali, nonostante il rango. Lo stile realistico prevale in questi autori, tutti di origine bengalese, ad eccezione di Sankaran, tutti legati a due mondi: quello di Calcutta, dove principiano e terminano le loro narrazioni e quello degli Stati Uniti, dove lavorano e vivono; tutti molto attenti anche ai minimi dettagli della vita materiale.

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