George Hodgman – Io e Betty

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Coppia atipica nel Missouri profondo

recensione di Camilla Valletti

dal numero di settembre 2016

George Hodgman
Io e Betty
ed orig. 2015, trad. dall’inglese di Manuela Fainoli
pp. 382, € 18
Bollati Boringheri, Torino 2016

George HodgmanMemoir dalla scrittura irriverente, il racconto del celebre editor americano è ben saldato a una tradizione ormai consolidata. Ovvero la confessione spietata del proprio personale rapporto con un genitore malato. La Betty del titolo è infatti la madre novantenne dello scrittore, affetta da una forma gravissima di demenza senile, che costringe il figlio a tornare nel rurale Missouri, a Paris, su cui non poca ironia Hodgman dispiega. Il ritorno a casa è ovviamente un doloroso esercizio di reminiscenza e anche una constatazione dell’irrimediabile malattia che si sta portando via la Betty della memoria, un tempo brillante, acuta, eccentrica, oggi proterva nell’esigere condivisione rispetto alle scelte più assurde. In questo spazio aperto tra il tracollo di Betty e l’afasia dello scrittore, si pongono però le basi per un rapporto finalmente liberato, soprattutto dalla presenza castrante del padre. Ora Hodgman non ha ritrosie nel dichiararsi omosessuale alla madre che lo ha sempre saputo imponendo però il silenzio sull’argomento per non turbare il già fragile equilibrio familiare. Scritto a brani sospesi, come se l’autore rincorresse una ridda di ricordi che non si vogliono fare afferrare, il testo è una galleria di episodi molto divertenti e illuminanti su un’America profondamente retrograda. L’atipica coppia si staglia con tutte le sue miserie tra centri commerciali, parrucchiere sfatte, amiche di vecchia data, pranzi consumati a qualsiasi ora.

Sorprende la corrente affettuosa di un figlio dimenticato e poi riabilitato con la malattia. Malattia che per una volta, generosamente, unisce e non divide. Da benedire la traduzione esperta che riesce ad evidenziare l’umorismo latente e le svolte drammatiche lasciando il fluire leggero delle pagine. Un testo che rimanda, per chi lo conoscesse, a quello autobiografico di Alan Bennett, Una vita come le altre (Adelphi, 2009) sulla relazione con il padre di professione macellaio. Vi si trova una familiarità nella scelta del registro e nella sospensione di qualsiasi tipo di moralismo.

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