Amitav Ghosh e la Trilogia dell’Ibis – Diluvio di fuoco

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 La più lunga short story mai scritta

recensione di  Alessandro Vescovi

Amitav Ghosh
DILUVIO DI FUOCO
ed orig. 2015, trad. dall’inglese di Anna Nadotti e Norman Gobetti
pp. 703, € 18,50
Neri Pozza, Milano 2015

GhoshCon la pubblicazione di Diluvio di fuoco, Ghosh porta a compimento la Trilogia dell’Ibis, il lavoro di un decennio, cominciato con la stesura di Mare di papaveri, uscito nel 2008, e proseguito con Fiume d’oppio nel 2011. Il primo volume si svolgeva tra le piantagioni e le fabbriche di oppio del Bihar e la città di Calcutta, per finire in mezzo all’Oceano Indiano, dove tutti i protagonisti si erano ritrovati a bordo della stessa nave, la Ibis appunto, diretta alle isole Mauritius con il suo carico umano di migranti, marinai lascari e deportati. Nel secondo volume tornavano in scena solo alcuni dei personaggi che avevano animato la storia, e la narrazione si concentrava invece su Seth Bahram, un mercante d’oppio di famiglia parsi, che si trovava a fronteggiare il blocco delle transazioni economiche voluto dalle autorità cinesi nel 1839.

In Diluvio di fuoco la tensione che era montata nei mesi precedenti scoppia come una tempesta in quella terribile operazione militare che prenderà il nome di prima guerra dell’oppio, grazie alla quale gli inglesi strapparono Hong Kong alla Cina e imposero ai “celesti” l’acquisto dell’oppio che le autorità avevano cercato di bandire. La maggior parte dei personaggi dell’Ibis, cui si aggiunge un nuovo formidabile protagonista, il fratello di Deeti, Kesri Singh, si ritrova di nuovo, questa volta in Cina tra Canton e Hong Kong, a causa delle operazioni militari. L’oppio, che aveva segnato i loro destini con la forza di una congiuntura astrale, torna ad unirli, li fa scontrare, amare e odiare, e muta radicalmente le loro personalità: la pia Mrs Burnham diviene amante di due uomini, il buon Zachary (e questo è il momento più triste dell’intera vicenda) viene corrotto dalla ricchezza, Jodu diventa un fondamentalista, Nabob Kissin, come un novello Tiresia di eliotiana memoria, sembra l’unico che capisce la portata distruttiva di quello che avviene e cerca a modo suo di accelerare gli eventi verso la fine del Kali Yuga, una sorte di apocalisse dopo la quale potrà cominciare una nuova età dell’oro.

Chi era rimasto affascinato dalla vividezza dal dettaglio storico, che è una delle cifre stilistiche di Ghosh, non verrà deluso da Diluvio di fuoco. Mentre il primo volume conduceva il lettore nei campi e nelle fabbriche di oppio e il secondo lo portava nelle tredici hong, le residenze dei mercanti fuori dalla città di Canton, Diluvio di fuoco lo guida attraverso gli accampamenti dei sepoys – i soldati indiani al servizio degli inglesi – li segue nelle loro marce, nei loro alloggi fino sui campi di battaglia, dove il fischio delle palle si confonde con il suono dei pifferi usati per impartire gli ordini. I dettagli materiali sono tutti rigorosamente autentici, ma purtroppo non è giunto fino a noi alcun diario o alcuna lettera che ci possa illuminare su come si sentissero i soldati indiani impiegati nelle spedizioni fuori dal loro paese; così l’autore, per non dipendere solo dalla propria immaginazione, si è rivolto ai diari e alle lettere dei soldati indiani che avevano servito in Mesopotamia durante la prima guerra mondiale.

Diluvio di fuoco non solo conclude la storia dell’Ibis raccontando cosa il destino abbia in serbo per alcuni dei personaggi, ma dà anche un senso alla lettura della trilogia, cui ora possiamo guardare come opera compiuta e non più in fieri. Ogni parte di cui la narrazione si compone, dunque non solo i tre volumi, ma anche i capitoli al loro interno, acquista un significato più stabile grazie alla certezza dei rapporti con l’intero. Si può dire che con la pubblicazione di Diluvio di fuoco, anche Mare di papaveri e Fiume di fumo si comprendano meglio. Ciò di cui il lettore di Fiume di fuoco si rende conto con sorpresa è che, nonostante le oltre duemila pagine di narrazione, non si trova tra le mani un’opera che si debba leggere come un romanzo, ma piuttosto come una short story. Certamente la short story più lunga della narrativa mondiale (finora il record era probabilmente detenuto dall’Ulisse di Joyce), ma pur sempre una short story.

La Trilogia dell’Ibis, una narrazione storica oltre i suoi personaggi

510xYPv3d+L._SX323_BO1,204,203,200_È difficile dire se durante la stesura dei tre volumi della storia dell’Ibis la poetica di Ghosh sia mutata ovvero se l’autore avesse in mente fin ab initio i dettagli della vicenda e la forma dell’opera. Mare di papaveri appariva come la prima puntata di un romanzo storico molto ampio che, come il precedente Palazzo degli specchi, assumeva anche il carattere della narrazione famigliare e che avrebbe dovuto coprire la storia di molte vite in parecchi decenni. I primi capitoli di Fiume di fumo, con la storia di Seth Bahram, un personaggio mai incontrato prima, potevano essere una delle molte digressioni che Ghosh ama inserire nei suoi romanzi, ma con la conclusione del secondo volume si affermava l’idea che un romanzo storico famigliare di quella ampiezza non era sostenibile e che qualcosa andava cambiando nel progetto della trilogia. La scrittura di Ghosh aveva imboccato una via che esigeva non solo un immane sforzo immaginativo, ma insieme a esso una tale ricchezza e precisione di dettagli e una tale messe di informazioni storiche da rendere impossibile il progresso della narrazione o il suo compimento nell’arco di una normale vita umana. Sembrava quasi che Ghosh fosse in difficoltà con il suo stesso racconto, che qualcosa gli impedisse di procedere più spedito riassumendo e omettendo qualche dettaglio per giungere alla fine.

Il rischio avrebbe potuto essere un romanzo senza proporzioni, come quelle serie enciclopediche che cominciano con A-B nel primo volume per concludersi con O-Z al volume tre. Ghosh invece ha saputo rendere la lentezza una caratteristica dominante della sua prosa, facendo di necessità virtù. Intendiamoci, la narrazione non è lenta: ci sono scene d’azione con un ritmo estremamente serrato, scene di battaglia che ricordano Guerra e pace, alternate a sequenze decisamente umoristiche, come la liaison tra Zachary e Mrs Burnham o i disegni arcani di Nabob Kissin. La lentezza sta altrove, e anche in questo caso Ghosh ci ricorda Tolstoj, nel riempire la storia di personaggi le cui vite parallele si dipanano quasi ignare della portata storica delle loro piccole azioni. Perché i grandi movimenti storici, sembra sostenere Ghosh, sono il prodotto di tante piccole azioni orientate nello stesso verso senza che chi le compie si renda davvero conto della portata di quello che sta succedendo.

La Trilogia dell’Ibis non è dunque la storia dei suoi personaggi, di Deeti, Zachary, Mr Burnham, Ah Fatt, Seth Bahram, Shireen, Paulette, Kalua… che pure appassionano il lettore. Il vero protagonista della trilogia è la storia, così come il paesaggio dei Sunderban era stato il vero protagonista del Paese delle maree. Come capita spesso nei racconti modernisti, Ghosh ha scelto una breve tranche de vie del suo personaggio principale, la storia appunto; un passaggio cruciale, epifanico, del suo sviluppo per dare il senso di una vita che proprio da quel momento verrà determinata. La storia della modernità dura diversi secoli e si dipana in diversi continenti: se la storia degli ultimi cinque secoli potesse essere un romanzo, la parte che ne racconta Ghosh non può che essere una short story. La narrazione della trilogia copre infatti circa tre anni della storia del mondo moderno, tre anni in cui non si sono verificate grandi scoperte geografiche, in cui non si sono combattute guerre mondiali, non si sono compiute grandi rivoluzioni. L’unico evento degno di nota è una remota guerra tra l’Inghilterra e la Cina, che andrà sotto il nome di prima guerra dell’oppio. Un evento che i più nemmeno sanno sia mai accaduto e di cui quasi tutti ignorano i dettagli.

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Un impasto di lingue e linguaggi per raccontare la guerra dell’oppio

Perché allora, ci si può chiedere, Ghosh ha scelto di parlare proprio di oppio e di quel periodo? Perché esso è secondo l’autore uno dei momenti cruciali della modernità, quando l’Occidente ha imposto con la forza il “libero” scambio e il “libero” commercio all’Oriente. Il modello capitalista, consumistico e voluttuario che caratterizza le economie moderne, e che sta conducendo il pianeta al collasso, si è affermato esattamente in quegli anni, quando l’occidente ha esportato il proprio modello di vita imponendolo all’Asia. La modernità, le guerre mondiali, la globalizzazione, la penuria di risorse energetiche, e persino il surriscaldamento del pianeta dipendono tutto sommato dalla spinta propulsiva e aggressiva del capitalismo ottocentesco.

Se l’autore di una short story riesce a dare il senso di una vita raccontandone solo poche ore, questo è possibile grazie alla sua capacità di rendere l’intensità di quelle ore. Ghosh immagina l’intensità di quei pochi anni di storia raccogliendo dettagli con una cura quasi maniacale e componendo con essi un gran numero di vite diverse. Poiché non vi è personaggio in un racconto che non sia fatto di parole, anche a queste Ghosh ha dedicato la stessa cura che ha rivolto alla storia navale o militare. Le lingue e i linguaggi, con i loro impasti sonori sottendono diverse culture, diverse ideologie, diverse sensibilità e non sono certo la parte meno affascinante della ricerca storica di Ghosh, anche se forse la più ardua da tradurre. Molto bene hanno fatto allora i due traduttori, Anna Nadotti e Norman Gobetti, a confermare anche per il terzo volume un modo di lavorare destinato a fare scuola, lasciando parti del testo come sono nell’originale e facendo riferimento non a un italiano letterario standard bensì ai molti possibili italiani: tecnici, gergali e letterari del passato e del presente. Sarebbe interessante leggere il diario di bordo dei due traduttori; la ricerca e l’invenzione linguistica sono un riflesso della ricerca storica e dell’invenzione romanzesca tout court e un tale diario ci sarebbe davvero prezioso.

alessandro.vescovi@unimi.it

A. Vescovi insegna letterature dei paesi anglofoni presso l’Università degli Studi di Milano

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