Xiaolu Guo – 20 frammenti di gioventù vorace

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Fame di futuro

recensione di Annalisa Oboe

Dal numero di febbraio 2016

Xiaolu Guo
20 FRAMMENTI DI GIOVENTÙ VORACE
ed orig. 2008, trad. dall’inglese di Gaia Amaducci
pp. 200, € 14.50
Metropoli d’Asia, Milano 2015

Xiaolu Guo - 20 frammenti di gioventù voraceXiaolu Guo è una scrittrice, sceneggiatrice e regista cinese-inglese che ha lasciato Pechino all’inizio del nuovo millennio per spostarsi a Londra, una delle contact zones più creative del mondo globale. In poco più di un decennio Guo è riuscita a trasformare il suo “inglese da immigrata” in uno strumento espressivo potente, con cui ha pubblicato sei romanzi, uno dei quali è stato finalista del prestigioso Orange Prize for Fiction nel 2007 (Piccolo dizionario cinese-inglese per innamorati, Rizzoli, Milano 2007). Nel 2013 è stata selezionata dall’influente rivista letteraria “Granta” come una delle giovani voci più promettenti della scrittura britannica contemporanea e ha recentemente vinto in Italia il Premio Acerbi per il suo ultimo corposo lavoro, La Cina sono io (Metropoli d’Asia, 2014). La sua filmografia conta oltre una decina di titoli fra brevi documentari e film, tra cui She, a Chinese, premiato con il Pardo d’Oro al Festival di Locarno nel 2009.
L’ultimo romanzo di Guo pubblicato in Italia è il suo primo, scritto in mandarino, tradotto in inglese e parzialmente riscritto: 20 frammenti di gioventù vorace narra la voglia di affermazione, affrancamento e futuro di una giovane che si sposta dalla campagna alla città in cerca di un lavoro nel cinema. La ventenne Fenfang Wang vede nella Pechino contemporanea la possibilità di sfuggire ai campi di patate fra cui è cresciuta e di mettere a frutto i diplomi che ha nel cassetto. Ma ciò che l’aspetta è un mondo complesso e in trasformazione, legato a un regime comunista che ormai ha perduto le sue motivazioni ed è proiettato su un modello di sviluppo che distrugge le certezze antiche e propone senza mediazioni il progresso capitalistico. Fenfang però insiste nel volere una vita all’altezza dei suoi desideri: desidera una vita moderna che accolga la sua voglia di uscire dai confini del mondo piccolo da cui è venuta. Usa dunque con grande determinazione il suo coraggio e il suo istinto di sopravvivenza, che nel testo è chiaramente indicato dalla “voracità” con cui la giovane pensa al cibo, ma l’ambiente del cinema e della televisione le offrono solo piccole e insignificanti comparse, nonché esperienze tipiche di una società profondamente sessista. Quando alla ricerca fallimentare del lavoro si unisce il fallimento della sua ricerca d’amore, Fenfang comprende che solo la sua stessa creatività le può dare ciò che non riesce a trovare: la scrittura, e un lavoro da sceneggiatrice, saranno la sua fonte di autonomia e futuro.

Folla, rumore e scarafaggi

Risaltano nel romanzo le immagini mai “esotiche” di una Pechino affollata, caotica e piena di scarafaggi. La città che Fenfang percorre, cambiando continuamente lavoro e casa, è un vero e proprio personaggio, descritto con acume, vivacità e umorismo pungente, lo stesso che la protagonista ormai adulta riserva al suo io più giovane e inesperto, quando racconta che all’arrivo dal villaggio era solo “una diciassettenne convinta che bere una lattina di Coca gelida fosse la cosa più fantastica del mondo.” E si rinvengono già in quest’opera prima, che al contempo risente e gode della freschezza dello sguardo e della penna dell’autrice, le cifre della scrittura di Guo: il racconto di formazione, con tratti anche fortemente autobiografici, la schietta voce femminile (tutt’altro che stereotipata) della protagonista, la forma ibrida del narrare sempre in bilico fra generi diversi, con l’inclusione di immagini e varie tipologie di testi, la contiguità/continuità fra cibo-sesso-amore, lo spostamento culturale dal locale al globale, e dalla comunità all’individuo. Tratti che fanno parte dell’esperienza esistenziale, letteraria e artistica della contemporaneità che è l’oggetto del narrare.

Pechino, città mutante

Pechino, città mutante

Come artista Guo si muove fra una pluralità di culture, di lingue e mezzi espressivi, e i suoi testi sono esempi di intricati processi di traduzione culturale, secondo quanto lei stessa ha spiegato in un intervento al convegno AISCLI all’Università di Bologna il 14-15 gennaio 2016, dal titolo Lost and Found in Self-Translation as a Bilingual Novelist. Usando parole e immagini, esperienze proprie e altrui, Guo descrive la ricerca di senso in un mondo in cui si è tutti stranieri, che si tratti di vivere a Pechino nel rinnovato assetto capitalistico della politica economica cinese, o nel centro metropolitano inglese, diventato “casa provvisoria” per milioni di persone di ogni parte del mondo, che nella sua opera non figura come avamposto inespugnabile della Fortezza Europa ma piuttosto come uno degli snodi di transito di un ordine linguistico ed economico globale delocalizzato.

Lo sguardo disincantato dell’artista si concentra sui guadagni e sulle perdite per la vita delle persone causati dai flussi migratori che hanno cambiato la Cina ma anche l’Europa, e produce opere che “traducono” la migrazione e l’alienazione, la continua negoziazione linguistico-epistemologica e i processi di costruzione della memoria che caratterizzano la vita del migrante, nonché gli aggiustamenti necessari alla sopravvivenza (dei corpi e delle identità) quando si vive al centro del ciclone, come accade in 20 frammenti per Fenfang, e per molti cinesi intrappolati in cambiamenti socio-economici vorticosi e difficilmente controllabili.
Se la prima storia cinese di Xiaolu Guo ci fa toccare con mano tali questioni attraverso una forma letteraria già profondamente ibrida, uno dei suoi ultimi documentari, Late at Night: Voices of Ordinary Madness, 2013, cuce insieme una serie di interviste ai diseredati che vivono nelle strade di Hackney a Londra, dove lei stessa abita, per produrre un guerilla film, una forma di cinema militante che guarda all’allargarsi progressivo della massa dei dannati della terra globale. Guo si identifica con i suoi personaggi, sapendo che potrebbe essere una di loro, o diventare una di loro se il suo progetto artistico fallisse.

Flussi contaminanti dall’ovest all’est

Il rapporto con Londra e con l’occidente per Guo è al tempo stesso ammirato, critico e utilitaristico. Riconosce di dovere moltissimo alla letteratura occidentale, che ha avuto un impatto decisivo sul suo percorso formativo di adolescente negli anni ottanta, quando il governo centrale aveva permesso la traduzione di opere della Beat Generation americana, di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, ma anche J. D. Salinger e Sylvia Plath, aprendo per la sua generazione possibilità di fuga intellettuale e di espressione individuale impensabili rispetto a una tradizione letteraria locale imponente e immobile. E ricorda con gratitudine l’incontro successivo con il cinema europeo alla Beijing Film Academy, i grandi registi e autori che ancora oggi sono i suoi modelli, come Pasolini, Calvino, Godard, Buñuel, e Fassbinder. La sfida per l’artista è scrivere e fare film contaminando continuamente i linguaggi e le storie dell’est e dell’ovest, e così riposizionare la Cina e la sua esperienza di cinese al cuore della contemporaneità.

Ma Guo confessa anche di intrattenere una relazione di sfruttamento capitalistico nei confronti dell’Europa, e in particolare di Londra, che le permette di vivere vendendo libri. Ama e odia la metropoli caotica e impietosa che ora è casa sua, come ama e odia l’impegno totalizzante della scrittura. In un incontro di un paio d’anni fa con gli studenti dell’Università di Padova, Guo ha raccontato come, nei quattro anni che ha dedicato alla scrittura di La Cina sono io, abbia praticamente smesso di respirare, abbia quasi sacrificato l’esistenza intera. “Vivere o scrivere?” è diventato per lei il dilemma attorno a cui organizzare un giorno dopo l’altro, ma il rovello amletico dell’artista sembra trovare risposta ancora una volta nel suo essere per l’arte, nello spostare su un piano contiguo le sue stesse potenzialità creative: la soluzione all’ansia di dover (anche) vivere, per Guo, è lasciare la penna e prendere la cinepresa, scendere in strada e cominciare a girare un film e, dice, I call that life.

annalisa.oboe@unipd.it

A. Oboe è presidente dell’AISCLI

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