Igiaba Scego – Adua

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Quelli che parlano agli elefanti

recensione di Federica Ditadi

dal numero di novembre 2015

Igiaba Scego
ADUA
pp. 192, € 13
Giunti, Firenze-Milano 2015

Igiaba Scego - AduaIl titolo del nuovo romanzo di Igiaba Scego riprende il nome della protagonista della narrazione, una donna matura, immigrata in Italia negli anni settanta non solo per fuggire dal regime di Siad Barre ma anche per realizzare il sogno di diventare una diva del cinema. Adua però non è un nome qualsiasi. È un momento storico prima ancora che un luogo: nei dintorni di questa città, nel 1896, l’Italia subì una sconfitta così pesante da fermarne le mire coloniali nel Corno d’Africa per ­quarant’anni.

Il nome della donna e, di conseguenza, il titolo del romanzo svelano come il fulcro della trama ruoti intorno a due momenti storici: il colonialismo italiano e la Somalia degli anni settanta. Nel riflettere sul nome dato alla figlia, Zoppe, il padre, spiega: “Ti ho dato il nome della prima vittoria africana contro l’imperialismo. Io, tuo padre, stavo dalla parte giusta. E non devi mai credere il contrario. Dentro il tuo nome c’è una battaglia, la mia”. Padre e figlia si configurano come figure allegoriche di due periodi storici differenti e la loro voce, all’interno della narrazione, si alterna, dando vita a un romanzo polifonico e inclinato sul piano temporale. La complessità dell’impianto narrativo si riflette anche nella lingua, definita dalla stessa scrittrice multitasking e in between: essa cambia non solo in relazione al diverso io narrante (Adua o Zoppe), ma adotta anche un’ampia gamma di sfumature che va dal linguaggio diretto, a tratti volgare, fino a quello lirico il cui modello viene individuato nella tradizione letteraria italiana (Scego fa riferimento a Dante, a Boccaccio e a Italo Calvino) e nei racconti mitologici delle comunità nomadi somale.

Nonostante le numerose diversità, sia Adua che Zoppe condividono un senso di sconfitta nei confronti della vita oltre che un sentimento di vergogna per le proprie azioni: il desiderio di denaro aveva spinto Zoppe a lavorare come interprete per l’esercito italiano; mentre Adua, dopo aver barattato la sua dignità di donna per la fama, è rimasta invischiata nel torbido ambiente cinematografico dei soft porno, girando un solo film, Femina somala, titolo che riprende quello di un romanzo di ambientazione coloniale di Gino Mitrano Sani. Il legame tra Adua e Zoppe è reso più stretto da una serie di elementi e oggetti, presenti in entrambe le storie, per esempio i due personaggi confidano il proprio dolore a una presenza elefantina: nel caso del padre è lo spirito di un uomo con le orecchie di elefante, mentre per la figlia è l’obelisco della Minerva del Bernini. Un altro aspetto condiviso è il complesso rapporto con l’Italia e, in particolare, con Roma: all’immagine di una “reggia a cielo aperto”, suggerita da libri e film, si contrappone la realtà di una città latrina in cui “ci pisciano cani e umani” così che la capitale diventa l’allegoria della caduta delle illusioni e della fine delle speranze.

L'arco di trionfo di Mogadiscio costruito per la visita del Principe Umberto

L’arco di trionfo di Mogadiscio costruito per la visita del Principe Umberto

Il confronto delle aspirazioni di Adua con quelle del padre permette di far emergere il profondo cambiamento socioculturale avvenuto in Somalia nell’arco di una generazione: in un passo del testo viene sottolineato come la donna fosse cresciuta ascoltando le canzoni di Gianni Morandi; segno di come, nonostante la breve durata del colonialismo, alcuni aspetti della cultura italiana fossero penetrati in profondità nella tradizione somala.

L’ambientazione di parte del romanzo nella Roma capitale dei nostri giorni suggerisce come a essere raccontata non sia soltanto la storia della Somalia di ieri ma anche quella dell’Italia di oggi: in età matura, Adua decide di sposare un giovane conterraneo da poco arrivato a Roma dopo essere sbarcato a Lampedusa. Il matrimonio tra la Vecchia Lira e Titanic (questi sono i nomignoli con cui ciascun coniuge si rivolge all’altro) si configura fin da subito come un’unione di comodo che costringe Adua a fare i conti con il proprio passato. Se nel linguaggio e nell’immaginario diffuso, l’unica contrapposizione accertata e accettata è quella tra italiani versus stranieri, il rapporto tra Adua e Titanic permette di svelare la complessa dinamica presente nelle comunità di immigrati, anche qualora essi condividano la cultura d’origine. Con Adua Igiaba Scego sembra voler squarciare non solo il velo del silenzio che troppo a lungo ha avvolto il colonialismo italiano ma anche la banalizzazione propria della narrazione televisiva, mettendo in scena le contraddizioni umane, senza ometterne la violenza e la mostruosità che le caratterizza: il risultato finale è un complesso affresco di corpi usati, offesi e umiliati dal colonialismo, dal razzismo e dal totalitarismo, in cui però c’è anche spazio per ­speranza e solidarietà.

federicaditadi@hotmail.it

F. Ditadi è dottoranda in italianistica all’Università di Padova

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