Julio Llamazares – Le lacrime di San Lorenzo

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Cacciatore che guarda in su

recensione di Gabriele Di Fronzo

Julio Llamazares
LE LACRIME DI SAN LORENZO
pp. 177, 14.90
Codice edizioni, Torino 2015

Julio Llamazares - Le lacrime di San LorenzoQuando gli inuit vanno a pesca, non cercano il pesce, ma gli aironi blu. Il pesce sotto la coltre di ghiaccio non si può vedere, ma dove quegli uccelli volteggiano, dove questi precipitano in picchiata, lì sotto c’è il pesce. Gli inuit, quindi, invece che guardar giù, nell’acqua gelata e spessa, tirano su la testa e guardano in cielo. Non c’è il rischio di specchiarsi, anche se la vanità non credo rientri tra i vizi delle popolazioni antartiche, e se questi sono un briciolo più rapidi dell’agguato degli aironi, il pesce è cosa fatta.
Lo stesso esercizio lo fa, con una maestria dolce, il protagonista del nuovo romanzo di Julio Llamazares quando la sera tardi esce di casa e va a cercare i suoi ricordi più introversi guardando mica per terra, non è l’isola di Ibiza dove abita su cui posa gli occhi nella sua ricerca, ma spostando lo sguardo per aria, alla costellazione notturna che come un lenzuolo dà la notte a molti, meno a chi vuol ricordare. Scova le reminiscenze cui è più caro, gli affetti persi perché la vita di tanto in tanto fa la tara e gli amori che non si allontaneranno mai neppure tra dieci ere geologiche e a tremila anni luce di distanza. Capo all’insù, di gran lunga meglio se ad accompagnarlo c’è il figlio, l’uomo ritorna a certe estati, a certi giochi d’infanzia, a certe epidermidi di donne, come un vero gigante della malinconia. Julio Llamazares tessendo assieme episodi della vita di un uomo, alcuni leggiadri, altri disgraziati, e quanti ancora solo tristi o solo felici, erige un altare in memoria del passato, suo e a beneficio del figlio che porta con sé in questi agguati notturni, assecondando la disposizione puntiforme delle stelle nella volta celeste.

Pensare ma non afferrare

Il termine “memoria”, prima del suo significato francese, prima ancora di quello latino, greco e persiano, ad andare ancora più a ritroso, fino al termine indoeuropeo che sarebbe alla sua origine, mer – mer, indica quel che pensiamo ma non riusciamo ad afferrare. Con questo nuovo romanzo Julio Llamazares dispone i frammenti in cui si è disfatta la sua adolescenza, la sua giovinezza, i primi amori in spiaggia, il matrimonio, e li ripara con tutta la commovente acribia che ha in dote. Affianco al figlio Pedro pensa ciò che non riesce ad afferrare e domanda aiuto nelle luminosità della galassia. Ogni notte è lì a mendicare un altro ricordo, una nuova fissità lucente, una eco transepocale che di sponda con una delle tante stelle cada a terra, dalle parti dove l’uomo e il figlio siedono nelle loro adorazioni al buio e finisca tra i palmi protesi delle loro mani.

Un gruppo di scienziati ha calcolato il numero delle stelle esistenti nell’Universo, perlomeno quelle visibili al telescopio: sarebbero dieci volte più numerose di tutti i granelli di sabbia della Terra. Di episodi cui dare una corrispondenza celeste, dunque, il nostro gigante della malinconia ne ha a bizzeffe. Potrebbe persino non finire mai.
Julio Llamazares ha intonato una preghiera devota, contrappuntata dal cielo stellato, un dolente osanna alla beatitudine dei giorni andati, resa elegante dal fatto che non pretenda nulla in cambio. Del resto a nessun uomo è concesso di stipulare un patto facile col tempo passato. A meno che, forse, unica eccezione, questi porti davanti a una costellazione estiva, la stessa sotto cui quell’uomo ha trascorso la sua gioventù, meglio ancora se su isola, l’amato figlio maschio che tanto gli assomiglia. Così, orientarsi con le stelle è decisamente molto più che cavarsela.

Gabriele Di Fronzo è scrittore

 

 

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