Easter Rising – L’uomo nuovo di Roddy Doyle

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Quella terribile bellezza dell’Easter Rising

 di Derek Hand

Dal numero di marzo 2016

L’Irlanda celebra quest’anno il centenario dell’evento fondante della propria indipendenza: la Rivolta di Pasqua dell’aprile 1916, soffocata nel sangue dall’esercito britannico, e che si concluse con l’esecuzione dei sedici firmatari della Proclamazione della Repubblica e migliaia di arresti. In realtà l’ Easter Rising avviò il travagliato processo che portò prima alla nascita dello stato libero d’Irlanda e poi nel 1937 alla costituzione della Repubblica d’Irlanda. Il 14-15 gennaio si è tenuto a Roma un convegno internazionale dal titolo Writing the Rising, organizzato dal Centro di ricerca sugli studi irlandesi e scozzesi dell’Università di Roma Tre in collaborazione con l’Ambasciata d’Irlanda in Italia, in cui è stata esaminata la centralità della parola scritta, sia prima che dopo la Rivolta, quale fonte d’ispirazione, veicolo del messaggio politico, mezzo di reportage, testimonianza e critica. Quello che segue è un estratto dell’intervento “La Pasqua del 1916 e l’individuo moderno in Una stella di nome Henry di Roddy Doyle” che Derek Hand, professore di letteratura inglese alla Dublin City University, curatore di A History of the Irish Novel (Cambridge University Press, 2011) e collaboratore dell’“Irish Times”, ha tenuto al convegno di Roma.

Da quando ebbe luogo cent’anni fa, nella vita culturale e politica irlandese l’Easter Rising del 1916 è stato costante oggetto di polemiche sul suo significato ed importanza. La reazione più nota resta forse quella di W. B.Yeats. Per il poeta infatti, la ribellione coincise con la nascita d’una “terribile bellezza”, ossimoro che ben connota i fatti del 1916. Ogni generazione, ovviamente, commemora il passato in base ai problemi del proprio presente e perciò gli scrittori irlandesi hanno guardato alla ribellione del 1916 come ad uno strumento per analizzare la relazione tra la nazione e l’individuo, tra pensiero ed azione, ma anche la natura mediatrice della storia. La complessa forma del romanzo appare quindi la più appropriata per esplorare e articolare questi temi.

UNA STELLA DI NOME HENRYRoddy Doyle è uno degli scrittori irlandesi di maggior successo del momento e ha raggiunto un’audience che travalica i quartieri settentrionali di Dublino dove ambienta la maggior parte dei suoi romanzi. Il focus del suo mondo letterario non è propriamente quello metropolitano, quanto piuttosto il mondo suburbano delle numerose, anonime città satellite che sono sorte nelle periferie della città di Dublino in continua espansione. Comunità senza centro né passato, prive di tradizioni sociali, fatta eccezione per indifferibili codici di sopravvivenza. Nel suo romanzo Una stella di nome Henry (Guanda, 2000) Doyle si rivolge al passato storico per raccontare una storia che gli permette di spiegare la nascita delle esistenze marginalizzate di quelle periferie. Fin dall’inizio, la sua visione della ribellione del 1916 è cauta e diffidente, infatti la interpreta non come la storia di una liberazione nazionale, ma come un evento che ha reso strutturali le divisioni di classe all’interno della società irlandese. Il romanzo di Roddy Doyle cattura perfettamente le ansie d’una comunità ancora incerta sulla natura del suo passato rivoluzionario e sul significato ed importanza che esso ricopre sia nella storia che nell’attualità irlandese (…). I dubbi di Doyle rispetto al passato sono evidenti, come pure quelli verso una produzione letteraria locale, che gli appare limitata e arretrata. Una posizione contraddittoria perché lo scrittore ha in più occasioni espresso la propria diffidenza verso l’arte e il romanzo letterario in particolare. Proponendosi, di contro, d’offrire al lettore opere popolari e d’intrattenimento. Ed é questo modello iconoclastico che egli utilizzerà nella sua lettura dei fatti del 1916.

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Henry Smart, l’eroe di Una stella di nome Henry, viene dai peggiori slums di Dublino. Per le descrizioni della città, Doyle ha fatto ampie ricerche, come traspare dagli interludi “colti” che, insieme ai tentativi di “magico realismo”, interferiscono nel flusso narrativo del romanzo. Henry si ritrova coinvolto nella Rivolta di Pasqua a seguito dei suoi legami col leader socialista James Connolly, una sorta di padre elettivo: è lui che gli ha insegnato a scrivere e gli ha dato qualcosa in cui credere e, soprattutto, per cui combattere. Ma, per Doyle, Connolly è stato raggirato dalla natura piccolo borghese di quella che non è altro che un’insurrezione cattolica e quali che siano gli ideali in cui aveva riposto le speranze, sono destinati a perire nel momento in cui vengono espressi. I leader del 1916 sono descritti da Doyle come un gruppo di sognatori, poeti che odiano gli inglesi, con una morbosa fissazione per i simbolismi religiosi; i membri del Sinn Féin sono rappresentati come razzisti, bigotti assetati di sangue con in mente solo propaganda opportunista. James Connolly e la sua Citizen Army appaiono sotto miglior luce, sebbene come ingenui partecipanti alla guerra di qualcun altro. Tutti i guai dell’Irlanda contemporanea sembrano scaturire da questo singolo avvenimento (…). Il passato è semplicemente un incubo e un disastro.

Questa lettura è legata al fatto che l’autore concentra la sua attenzione sulla necessità di giustizia per una classe sociale che sembra esser stata dimenticata dal telos dominante politico/culturale irlandese. In realtà la risposta di Doyle è incerta e contraddittoria. Henry Smart lotta nel campo dell’idealismo politico. Il suo è un conflitto tra identificazione nazionale e identificazione personale. Verso l’inizio del romanzo Henry pensa: “Perché avevo detto a Sua Maestà il Re di Gran Bretagna e Irlanda di andare affanculo? Ero un repubblicano in erba? Un membro del Sinn Féin? Niente affatto. Non sapevo nemmeno di essere irlandese”. Henry rifiuta di far parte di qualsiasi gruppo. Riconosce i limiti dell’insurrezione irlandese nell’aver messo troppa energia politico/militare nel tentativo di liberarsi dall’Impero britannico e troppo poca nella programmazione di quello che sarebbe dovuto accadere dopo: “Passeremo il tempo a convincerli che devono andarsene. / – E dopo? / – Dopo quando? / – Dopo che se ne sono andati. / – Come sarebbe a dire?”.

In un certo senso Henry realizza la propria rivoluzione attraverso la scoperta e la creazione di sé. Henry è l’auto-prodotto del desiderio modernista. Qui si respira però una diffusa paura delle grandi idee, del grande telos della storia e della cultura. Nondimeno, questo riscoperto senso dell’individualità ricade a carico della comunità, che Henry finisce per tradire. Nel romanzo, un altro giovane ribelle, uno di quelli da temere nella Nuova Irlanda a venire, dichiara: “Io sono un uomo d’affari. (…) Sono un giovane ambizioso (…). Per tutti questi anni ho creduto di essere un soldato, anzi un guerriero. Combattevo per l’Irlanda, cazzo. Per creare una nazione (…). Ci doveva pur essere una ragione per ammazzare tutta quella gente (…) e non era l’Irlanda. È il controllo dell’isola quello che conta. Era per questo che combattevamo, non per l’arpa, i martiri e la libertà di giocare con le mazze da hurling”.

Il capitalismo e un nazionalismo pragmatico si fondono qui in modo pernicioso. Il problema è che lo Henry Smart di Doyle appartiene a quella stessa categoria, con la quale condivide un simile spirito imprenditoriale. Alla fine del romanzo Henry si lascia l’Irlanda alle spalle, dichiarando che ricomincerà come un “uomo nuovo”. Una visione vicina a quella decisamente conservatrice del thatcherismo degli anni ottanta del Novecento. Paradossalmente, anche se egli attacca il pensiero e l’ideologia borghese così come s’erano manifestate durante la Rivolta di Pasqua del 1916, Doyle di fatto ritorna ai tradizionali temi della classe media, originari della forma romanzo e del suo focus sull’unicità dell’individuo e la gloriosa celebrazione dell’abilità individuale di stagliarsi al di sopra della folla. Il problema di Henry sta nel trovarsi sia fuori dalla storia che nel bel mezzo, nonché nell’essere strumentale alla sua realizzazione.

In verità quella di Doyle è una posizione tory anarchicheggiante e il suo lavoro manifesta una tendenza al dissenso, che sfida facili classificazioni. Egli sa che i mali della società, come le soluzioni, sono multiformi. L’insurrezione della Pasqua del 1916 potrà forse non aver mantenuto fede alle sue promesse di giustizia sociale per tutti, ma ha creato lo spazio per lo sviluppo, l’invenzione e la determinazione di un individuo fuori dal comune. Le parole finali del romanzo sono: “Ero ancora vivo. Avevo vent’anni. Ero Henry Smart”. Eccetto questo, non vi sono altre certezze.

Traduzione dall’inglese di Elisabetta d’Erme.

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