Mariana Enriquez – Quando parlavamo con i morti

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Una gothic novel in salsa argentina

recensione di Silvia Annavini

Mariana Enriquez
QUANDO PARLAVAMO CON I MORTI
trad. di Simona Cossentino e Serena Magi
pp. 112, € 9.50
Caravan, Roma 2014

Mariana Enriquez - Quando parlavamo con i mortiSono passati esattamente quarant’anni dal 24 marzo del 1976 in cui un colpo di stato instaurò il regime militare in Argentina. O meglio, sono passati solo quarant’anni; la stessa età di quegli scrittori che oggi militano nelle fila di quella che viene definita la “nuova narrativa argentina”. Quando parlavamo con i morti, la piccola raccolta di racconti di Mariana Enriquez – a oggi l’unica tradotta in Italia e edita da Caravan edizioni – è ancora più preziosa in quanto rara testimonianza nel nostro paese di una generazione che sente il bisogno di ricucire e riaprire, allo stesso tempo, le ferite inferte dalla dittatura militare.
Il ritmo narrativo della Enriquez trascina immediatamente il lettore in un’atmosfera gotica, lugubre. Nel primo racconto che dà nome alla raccolta, quattro adolescenti comprano un tavolino ouija per parlare con le anime dell’aldilà ma finiscono per rintracciare quelle dei cari scomparsi nel corso della dittatura. Il dialogo con il mondo dei morti va in cortocircuito quando entra in contatto con il mondo dei vivi creando un’equivalenza oscura fra la vita, l’assenza e la morte. Questa stessa ambivalenza ritorna nell’ultimo racconto – quello più corposo – in cui riemergono i temi dell’infanzia e dell’adolescenza. In Bambini che ritornano, Mechi, una giovane donna che si occupa dell’archivio nazionale dei bambini scomparsi, viene incuriosita dalla sparizione di una bellissima prostituta appena quattordicenne, Vanadis. Dopo una lunga ricerca, crede di averla trovata ma si rende conto che, in realtà, la ragazza è morta. In concomitanza di questa allucinazione i bambini scomparsi ritornano dai propri cari o, almeno, così lasciano credere, con le stesse fattezze di quando sono scomparsi, rivelandosi, però, copie inquietanti. In fondo, lo stesso Videla sosteneva che la condizione di chi scompare è un’incognita che deve il proprio stato di enigma all’indecidibilità fra la vita e la morte. Di conseguenza, chi scompare non ha identità mantenendo per sempre le fattezze di chi lo ricorda.

Donne ipnotiche e perturbanti

Nel secondo racconto intitolato Le cose che abbiamo perso nel fuoco, le donne iniziano a bruciarsi per poter rendere visibile il proprio dolore attraverso la trasfigurazione del proprio volto e del proprio corpo. Questo racconto, quasi ellittico all’interno della raccolta, sembra in realtà rimandare tacitamente al movimento delle donne della Plaza di Mayo che continuano con coraggio a portare avanti le atrocità della dittatura. Allo stesso tempo, tutti e tre i racconti presentano delle donne come protagoniste, personaggi ipnotici e dalle sfaccettature inaspettate che emergono da un fondale storico opaco come delle fiammelle colorate che sembrano rimandare esplicitamente a Marta Traba, un’altra penna argentina scomparsa prematuramente. A legare i primi due racconti non è soltanto il perturbante che scaturisce dall’ambiguità fra la scomparsa e la morte ma anche da un potente ritratto di quella condizione ambivalente per eccellenza che è l’adolescenza: “a quell’età la musica ti suona nella testa, tutto il tempo, come se avessi una radio che trasmette dalla nuca, sotto il cranio. Un giorno, questa musica comincia ad abbassarsi, o semplicemente si ferma. Quando succede è finita l’adolescenza”. (9) L’adolescenza appare come una condizione fugace, in bilico fra l’infanzia e l’età matura, sfuggente e misteriosa come quelle ombre e quei fantasmi che popolano le pagine di questi racconti.

Una veduta di Buenos Aires - Argentina

Una veduta di Buenos Aires – Argentina

A proposito di Quando parlavamo con i morti ci si è riferiti più volte alla gothic novel o all’horror story a cui la stessa autrice in alcune interviste ammette di aver fatto riferimento. L’influenza di alcuni autori come King appare in effetti esplicita ma non invadente. Tuttavia, l’orrore appare piuttosto interiorizzato e muscolarizzato. Il perturbante prende forma su una struttura che cerca di attagliarsi su quella tradizione tutta sudamericana che è il realismo magico nel quale vengono inseriti i temi più crudi della rielaborazione di una coscienza collettiva nazionale, il vero corpo sfigurato e assente che cerca di riprendere vita attraverso nuove forme e nuove voci.

silviaannavini@gmail.com

S. Annavini è comparatista e si occupa principalmente di letteratura portoghese e angolofona

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