Radclyffe Hall – La sesta beatitudine

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Una donna isolata

recensione di Maria Micaela Coppola

dal numero di novembre 2016

Radclyffe Hall
LA SESTA BEATITUDINE
ed orig. 1936, trad. dall’inglese di Claudio Marrucci
pp. 205, € 16.50
Fandango, Roma 2016

Radclyffe HallLeggere l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Radclyffe Hall (1880-1943), è come sfogliare un album fotografico di una persona lontana e ancora sconosciuta: istantanea dopo istantanea, scorre davanti ai nostri occhi un anno di vita di Hannah Bullen, la protagonista, e ogni immagine svela una storia, e ogni storia mette in luce uno scorcio diverso, fino a comporre un patchwork che entra a far parte della nostra vita e dei nostri ricordi. Rileggendo La sesta beatitudine (grazie alla nuova traduzione di Claudio Marrucci e alla riedizione di Fandango, la prima di una serie dedicata a Hall), ci pervade il senso di nostalgia per un passato che possiamo solo contemplare e la certezza che le storie conservate fra le pagine siano, in fondo, anche parte della nostra storia. Perché il personaggio centrale del romanzo, pubblicato nell’ormai lontano 1936 e ambientato nell’Inghilterra sudorientale, è una donna tradizionale e moderna insieme, inserita in un microcosmo distante, la cui eco risuona fino ai giorni nostri.
Incontriamo Hannah per la prima volta mentre, immobile, inerte e sola, volge lo sguardo oltre la palude di fronte a lei, fino al mare. Il terreno paludoso, impermeabile e immoto, si riflette su Hannah, che in questa prima istantanea è intenta a contemplare il mondo che si muove intorno a lei (la natura, le navi) ma sembra refrattaria al cambiamento. Un cambiamento che pure si percepisce come imminente e ineluttabile. In bilico fra il mare e l’entroterra (l’immaginario villaggio rurale inglese di Rother), fra l’anno che si sta per concludere e un nuovo inizio (la donna è immortalata in un momento di passaggio, segnato dal suo trentesimo genetliaco e dal Capodanno), Hannah è figlia del suo tempo ma è anche una donna in cui molte (e molti) oggi si possono identificare. Il volto mostra i segni del tempo e del vento gelido che sferza impietoso la regione; il corpo è stanco per il duro lavoro manuale e le gravidanze, ma ancora forte e bello; le giornate si dividono fra il lavoro come cameriera tuttofare, le faccende domestiche nella sua casa di Croft Lane («il vicolo dei diseredati») e la cura delle due figlie e di tutta la famiglia. La pazienza e lo spirito di sopportazione con cui affronta la durezza della vita familiare, le asperità della natura, la difficoltà del lavoro e, successivamente, i timori per la disoccupazione: tutto contribuisce a tracciare i contorni di una donna d’altri tempi, che si conforma al tradizionale ruolo femminile.

La ricerca della solitudine

Le istantanee successive svelano una donna che, al contrario, contraddice gli stereotipi di mater dolens, figlia o nipote compassionevole e compagna fedele. Hannah concepisce tre figli da tre uomini diversi. I primi due uomini spariscono ben presto dall’orizzonte, prima dell’inizio della storia, il terzo viene allontanato dalla donna stessa, che non vuole appartenere a nessun uomo. In tutti e tre i casi, i figli sono frutto di una passione vissuta «ciecamente e avidamente», rispondendo al desiderio impetuoso del proprio corpo e all’impulso del momento.
Ritornando all’immagine che apre il romanzo, possiamo dire che la solitudine di Hannah si rivela contraddittoria tanto quanto la sua inerzia. Se all’inizio Hannah è isolata rispetto al contesto familiare e sociale, successivamente si scopre che la solitudine e l’indipendenza (in primo luogo dagli uomini) sono in buona parte volute: Hannah cerca la solitudine, nella consapevolezza che «per soddisfare la sua mente doveva starsene da sola». Quando poi, sola, contempla la natura (immagine che ricorre più volte nel romanzo), ella mostra una sensibilità particolare: riesce a penetrare la realtà che la circonda, ad entrare in sintonia totale con essa e a trasfigurarla. Persino la palude, o la casa e la strada in cui vive (un «mucchio di polvere disperata») sotto il suo sguardo si trasformano in una visione di bellezza, che a sua volta risveglia desideri intensi e porta gioia e vita.

È in questi momenti di compenetrazione con la natura (magistralmente descritti da Hall) che si scorge il senso di beatitudine cui fa riferimento il titolo. Proprio richiamando la sesta beatitudine del Vangelo secondo Matteo («Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»), osserviamo che, per Hall, la limpidezza d’animo e la compassione permettono di raggiungere momenti di visione profonda, di comprensione e, in ultima analisi, di felicità. Proprio in un momento come questo, nell’ultima istantanea del romanzo, a un anno esatto dalla prima, Hannah compie un gesto di sacrificio estremo, tragico e straordinario insieme. L’immagine finale è la più potente del romanzo, ma anche quella che più ci mostra come La sesta beatitudine sia un testo ancora attuale e, al tempo stesso, un prodotto della sua epoca e di un’artista anticonformista e conservatrice insieme. La visione cattolica della sofferenza, della compassione e della beatitudine (eterna più che terrena) è rintracciabile in tutte le opere di Hall (convertitasi al cattolicesimo nonché fervente seguace dello spiritualismo), dalle poesie pubblicate in gioventù al suo romanzo più controverso, Il pozzo della solitudine (1928), fino alle pagine conclusive di La sesta beatitudine. Qui le istantanee scattate si uniscono e ci mostrano «un unico splendido bagliore».

mariamicaela.coppola@unitn.it

M M Coppola insegna letteratura inglese presso l’Università di Trento

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