Vladimir Nabokov – Una risata nel buio

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L’implacabile arte del destino

recensione di Ennio Ranaboldo

dal numero di marzo 2017

Vladimir Nabokov
UNA RISATA NEL BUIO
ed. orig. 1938, trad. dall’inglese di Franca Pece
pp. 225, € 20
Adelphi, Milano 2016

Seducente brogliaccio tematico dei lavori successivi – L’Incantatore (1939) ma, soprattutto, Lolita (1955) – Una risata nel buio è prova generale del plurifecondo laboratorio nabokoviano: lo sguardo ustorio nella psiche, la disinvolta padronanza dell’impianto narrativo, e il prodigio di quella lingua inglese, impiegata agilmente per la prima volta in forma di romanzo, con pressoché impeccabile dominio stilistico. Il catalogo delle preoccupazioni di Nabokov (1899-1977) sembra già compiutamente allestito: il tracimare del personaggio, una caduta scevra di ogni caratterizzazione morale, più trappola della forza brutale delle pulsioni che non peccato originale. Lo sgretolamento progressivo della quieta identità borghese e del confortevole tessuto sociale e famigliare. La fredda malvagità che trasuda dalle azioni dell’abietta coppia di amanti clandestini che sfruttano la vulnerabilità del protagonista. Una misura di iniquità pura che infetta l’aria fino ad eliminare ogni possibilità di salvezza. E al centro – come potrebbe essere altrimenti con Nabokov? – il motore immobile, la causa originale di tutto: l’eros dominante, compulsivo e la sua scompaginante fenomenologia: la perversione dell’anima, l’infedeltà, l’asservimento della dipendenza, la menzogna, fino alla caduta libera in una spirale di impotenza fisica e psicologica. In equilibrio funambolico tra commedia degli inganni e noir, sono molte le “risate nel buio” di cui il lettore gode, grazie alla dissettoria ma sofisticata lievità, marchio di fabbrica nabokoviano, e al registro molto spesso esilarante di questa burla dissacrante, simultaneamente crudele e brillante.

Nel buio di un cinema

Dove uno dei geni più versatili e polisemici della modernità voglia condurre per mano l’attenzione del lettore lo si intende nelle primissime righe. Eclissando ogni buona regola di suspense, la voce narrante esordisce con una sorta di necrologio, svelando la storia ed il destino finale del protagonista, in un incipit succinto e senza scampo: “C’era una volta un uomo che si chiamava Albinus, il quale viveva in Germania, a Berlino. Era ricco, rispettabile, felice; un giorno lasciò la moglie per un’amante giovane; l’amò; non ne fu riamato; e la sua vita finì nel peggiore dei modi”. Albert Albinus è un molto benestante berlinese (sono gli anni trenta del secolo scorso, ma non c’è, nel romanzo, alcuna coloratura storico-politica di rilievo), padre di famiglia e affermato critico d’arte, con una stravagante e dilettantesca vena creativa: “Aveva a che vedere con i cartoni animati a colori che proprio allora cominciavano a fare la loro comparsa… riprodurre sullo schermo, con la massima precisione e a colori smaglianti, un dipinto famoso, meglio se di scuola fiamminga”.

L’apparente solidità dell’uomo e della sua tranquilla posizione famigliare si frantuma a causa dell’attrazione nei confronti della diciassettenne di estrazione lumpenproletariat Margot Peters, incontrata casualmente nel buio di un cinema: arrivista, petulante e completamente priva di scrupoli. Accecato dal crescente turbamento erotico per la ragazza, Albinus sarà prima raggirato, poi sfruttato e infine demolito dagli intrighi di questa sensuale e volubile ingenue, aspirante attrice ambiziosa ma senza talento, del tutto irresistibile per Albinus. La giovane è manovrata come un pupazzo dal suo luciferino amante, Axel Rex, illustratore satirico di mestiere ma anche archetipo del truffatore; appena tornato dall’America è accolto come un fratello dallo sprovveduto Albert, che spera nel suo aiuto per il progetto cinematografico (che non sarà molto più fortunato del reale adattamento per lo schermo del romanzo che, nel 1969, ebbe buona fortuna critica ma scarsissima distribuzione).

Axel è un’anima nera, un corruttore dal passato torbido e, nel presente, un complice opportunista del crimine in atto, sfoggiante la casuale efferatezza del parassita: “Godeva immensamente a mettere in ridicolo la vita trasformandola a poco a poco e inesorabilmente in caricatura”. Neppure la morte della figlioletta, il dolore brutale della moglie, gli sforzi dell’onesto cognato saranno in grado di scuotere Albinus dalla sua ostinata passività. Ad un certo punto, un’amara consapevolezza si fa strada ma sarà troppo tardi, la frana è inarrestabile: “Forse per la prima volta nel corso dell’anno passato con Margot, Albinus fu pienamente conscio del sottile, viscido strato di turpitudine che si era depositato sulla sua vita”. Il cinema ha, come abbiamo visto, ampio significato nel romanzo: lo schermo è quello deformato dalla vanità ottusa di Margot, che mal digerisce il suo fallimento, e sarà Albinus a pagarne le spese: “Quel mostro sullo schermo non aveva nulla in comune con lei… era orrenda, orrenda!”. Ma è anche l’altra musa elettiva, in simbiosi con la letteratura, a cui guarda funzionalmente ed esteticamente la scrittura di Nabokov: il montaggio delle sequenze narrative, fortemente “filmiche”, i tempi dell’azione, la loro ambientazione sapiente, sia in esterno che in claustrofobiche case ed alberghi e, naturalmente, i dialoghi dei personaggi. Nella sua composizione cadenzata, il romanzo si legge come fosse una sceneggiatura pronta per la messa in scena e l’inizio delle riprese.

Non sogni, ma incubi

Una risata nel buio fu scritto in russo, in poco più di sei mesi, da un Nabokov povero in canna, dopo la tragica morte del padre e in esilio a Berlino, negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre. E pubblicato a puntate, nel 1930, su una rivista russa (“Camera Oscura”). La prima traduzione in inglese di qualche anno dopo verosimilmente inorridì Nabokov, ma il vero problema – com’è stato rivelato in anni recenti – non era tanto la versione perché Nabokov riscrisse sostanzialmente il libro, trasformando il feuilleton dell’edizione russa nella sua memorabile opera prima in inglese, già arricchita dall’inimitabile filigrana della sua prosa: “La nudità di Margot era naturale, come se da molto tempo avesse l’abitudine di correre sulla battigia dei sogni di Albinus”.

Nell’universo nabokoviano, i sogni raramente conducono ad un dolce risveglio e più spesso invece hanno natura raggelante di incubo. Non c’è mai vera liberazione da se stessi, dalla piaghe delle proprie ossessioni, né si sfugge all’indifferente implacabilità del destino. Se non, forse, nel momento del trapasso e dell’abbandono definitivo, come accade all’ormai annichilito Albert: “Albinus sentì una trafittura nel fianco che gli riempì gli occhi di una luce abbacinante di beatitudine”.

ennio.ranaboldo@gmail.com

E Ranaboldo è saggista

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