Abram de Swaan – Da dove nasce la mentalità dell’omicidio di massa?

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Modelli e singolarità storiche

recensione di Marcello Flores

dal numero di dicembre 2015

Abram de Swaan
REPARTO ASSASSINI
La mentalità dell’omicidio di massa
ed orig. 2014, trad. dall’inglese di Piero Arlorio,
pp. 306, € 27,
Einaudi, Torino 2015

Nella ormai sterminata letteratura sulla violenza di massa che ha caratterizzato l’epoca contemporanea e in particolar modo il Novecento vi sono ancora interrogativi cui si cerca di dare risposte articolate e convincenti, ma che rimangono per molti aspetti inevasi e insoddisfatti. Tra questi, probabilmente, il più coriaceo da affrontare è l’esistenza o meno di una “mentalità” omicida, in qualche modo riconoscibile se non dalle sempre più sofisticate analisi di tipo genetico, da studi psicologici e comportamentali che si fondano ormai su una vasta esperienza di sperimentazione. Anche se nessuno degli scienziati e degli studiosi di oggi accetterebbe questa filiazione, si tratta in fin dei conti di rispondere alla stessa domanda che ha appassionato Cesare Lombroso, l’idea di poter trovare in qualche aspetto (all’epoca del suo positivismo scientista i tratti fisici, la conformazione del cranio, gli aspetti fisiognomici) la natura e verifica del comportamento umano deviato, violento, omicida.

Questo tema è oggi affrontato nuovamente da un sociologo olandese, Abram de Swaan, uno dei massimi scienziati sociali non solo del suo paese, che giunge a questo tema – molto dibattuto e oggetto di continue nuove ricerche, sia di tipo metodologico che storico o filosofico – al termine di una ricca carriera in cui ha affrontato aspetti sempre più generali e ampi della condizione e dell’agire umano. Oggetto del suo studio è l’“annientamento di massa” (un equivalente di sterminio, massacro, più ampio della categoria di genocidio, che tuttavia vi rientra) nelle situazioni di conflitto, ma soltanto nella dinamica in cui carnefice e vittima si trovano in un rapporto diretto, escludendo così, ad esempio, le stragi compiute con i bombardamenti o con armi che colpiscono da lontano. L’attenzione a questo fenomeno non è solo data dal fatto che questo tipo di violenza ha causato nel secolo scorso il maggior numero di vittime, ma dal permettere di scoprire cosa muove alla violenza, cosa spinge a scegliere consapevolmente di eliminare un gran numero di altri esseri umani.

Un’analisi del fenomeno di annientamento di massa

Come ogni sociologo che si rispetti de Swaan propone una griglia di categorizzazioni entro cui analizzare il fenomeno dell’annientamento di massa. Egli individua quattro diverse modalità di distruzione di massa (l’euforia dei conquistatori, il governo del terrore, il trionfo degli sconfitti, il megapogrom) studiati da quattro diversi livelli di analisi (macrosociologica, mesosociologica, microsociologica, psicosociologica), partendo dalla convinzione (in parte vera ma forse troppo estremizzata e assolutizzata) che “per circa mezzo secolo ha prevalso il punto di vista secondo cui la situazione straordinaria in cui vennero a trovarsi avrebbe trasformato in killer persone del tutto ordinarie”. De Swaan prende in considerazione elementi già noti e discussi da tempo: dalle posizioni di Hannah Arendt sulla banalità del male agli esperimenti di Stanley Milgram (studenti invitati a somministrare scariche elettriche – in realtà a un attore che fingeva – in nome di un principio di autorità) fino all’analisi storica di Christopher Browning sul famoso battaglione 101, formato da “uomini comuni” tedeschi che avrebbero potuto sottrarsi all’esecuzione di ebrei in Polonia ma che vi presero parte in modi sempre più partecipi.

De Swaan ritiene questi tre esempi i pilastri del “situazionismo”, dell’idea che solo la situazione determina chi, tra di noi, si trasformerà in assassino di massa. Egli stesso è consapevole che una “volgarizzazione della tradizione Arendt-Milgram-Browning ha creato il grande stereotipo dei nostri tempi” secondo cui siamo tutti potenziali esecutori genocidari, sottovalutando quanto sia ancora presente, nella mentalità comune corrente, una spiegazione di tipo biologico-razziale o culturale-ideologica, che non può essere ridotta al tema della situazione in cui ci si trova. Del resto l’attenzione rivolta da Browning, con un’analisi storica delle particolarità e delle differenze, alla pressione del gruppo nelle scelte dei singoli, sembra più vicina agli esperimenti di Philip Zimbardo (cui si dedica solo un piccolo accenno), ma si dimentica che l’idea “ognuno se la situazione lo richiede è un assassinio” non è la stessa secondo cui “chiunque in una situazione data può esserlo”.

De Swaan dedica moltissime pagine della sua analisi ad avvenimenti storici di massacri e annientamenti di massa, e cerca di farli rientrare in modelli sociologici di tipo più generale, che a volte sembrano ridurre la potenzialità della comprensione storica per potersi adattare a considerazioni di tipo generalissimo (“in conclusione, una situazione sociale generalizzata può trasformare le disposizioni delle persone”). L’influenza del contesto sociale e l’importanza del retroterra culturale sono fenomeni ben presenti a tutti gli studiosi dei genocidi e dei massacri. L’interrogativo cui nessuno sembra riuscire a rispondere in modo convincente è come mai, nella stessa situazione e retroterra culturale, alcune persone si comportano da assassini e altre invece no: e per questo non è sufficiente l’analisi delle compartimentazioni sociali e mentali o dei processi di “identificazioni gruppali con e disidentificazioni da altri esseri umani”. Nell’analisi delle grandi proposte interpretative della sociologia più moderna (Zygmunt Bauman e Michael Mann per esempio), de Swaan individua con efficacia limiti e vantaggi delle tesi sulla modernità della violenza di massa, ma sembra in ogni modo più a suo agio con le indicazioni ancora attualissime di Norbert Elias, cui fa continuamente riferimento.

TOCHMAN

Nella costruzione del nemico e nella contrapposizione noi/loro vi è una sottovalutazione degli elementi simbolici ed emotivi ben presenti anche nei casi storici presi in considerazione, e ci si limita a osservazioni giuste ma meritevoli di approfondimento riguardo alla minaccia non reale che le vittime di una campagna d’odio rappresentano per i carnefici. Rispondere, ad esempio sul genocidio in Ruanda, che ciò che aveva spinto gli assassini hutu “a partecipare e, successivamente, ad agire in un modo piuttosto che in un altro non è stato accertato” è riduttivo rispetto alla gran quantità di studi e analisi che sono emersi anche recentemente (si veda il bellissimo reportage di Wojciech L. Tochman, Oggi disegneremo la morte, Keller 2015) e che, se non hanno dato una risposta esaustiva o definitiva, sono stati comunque passi da gigante nel tentativo di comprendere le logiche, diverse e articolate, dei vari gruppi di carnefici.

Il libro di de Swaan è certamente utile per avere sott’occhio un dibattito e una serie di interpretazioni che si sono accumulate nel tempo, ma non riesce a offrire spunti originali per superarle, anche se può orientare meglio nuovi interrogativi di ricerca. Forse l’ambizione di trovare un modello di comprensione generale non può che scontrarsi con l’irriducibile ricchezza, complessità e contraddittorietà dell’esperienza storica, anche se è un tentativo che accompagna inevitabilmente gli studiosi. Proprio l’intreccio tra sociologia, antropologia, psicologia e storia è del resto lo strumento inevitabile per proseguire nello sforzo di comprendere questi aspetti dell’agire umano. Cercare di non perdere la singolarità dell’esperienza storica concreta ma di interrogarla in base a categorie più generali, non potrà darci probabilmente modelli onnicomprensivi ma potrà aiutare a comprendere meglio la storia.

flores@unisi.it

M. Flores insegna storia dei diritti umani all’Università di Siena

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