Adriano Prosperi – Delitto e perdono

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L’anima del patibolo   

recensione di Vincenzo Lavenia

Adriano Prosperi
DELITTO E PERDONO
La pena di morte all’orizzonte mentale dell’Europa cristiana XIV-XVIII secolo
pp. XII-578, 35 €
Einaudi, Torino 2013

“Quel che mi fe’ più guerra / fu che dormendo presso a la aurora / cantando sentii dire: ‘per voi s’òra’”. Dal carcere (1513) lo spirito bilioso di Machiavelli, vigile alle prime luci dell’alba, registrò in un sonetto il fastidio per il rumore di catene e il brusio della preghiera che accompagnava il conforto dei condannati svolto abitualmente a Firenze. Lo ricorda Prosperi nel fluire di una selva di racconti che compone un affresco degno di eguagliare per tessitura e sapiente riesumazione di tracce “minori” quelli che l’hanno preceduto (in particolare Dare l’anima, del 2005, a cui idealmente si ricollega). Ma chi vi si accosti pensando di leggere una storia-trattato sulla pena di morte (ne esistono tante) resterà forse deluso. Perché quella di Prosperi è una storia notturna del patibolo – preparata in anni di indagini – che insiste sui nodi cari all’autore: il concreto esercizio della giustizia, i riti di passaggio di un mondo perduto (nascita, perdono, morte), il rapporto tra cristianità e forme del potere. Non vi troveremo perciò lo “splendore dei supplizi” (non da protagonista), perché l’Italia protomoderna non è la Francia di Foucault che vendica l’offesa alla sovranità regale per le folle pronte a inneggiare o a rivoltarsi davanti agli strazi; né l’Inghilterra che punisce le violazioni minime della proprietà alla stregua di sacrilegi. Prosperi intende parlare di una giustizia meno eclatante che volle perdonare e farsi perdonare, creare un purgatorio, ammazzare con il consenso dei sentenziati, strappare l’anima al fuoco eterno nelle ore che precedevano (per il corpo) la forca o la decapitazione (perché le pene, in antico regime, non erano uguali, e si perdeva la vita da signori o da infami). Si tratta dunque della storia di una morte assistita: quella dei destinati al castigo più grave; di una storia della chiesa in Italia attraverso le confraternite specializzate nel conforto prima del patibolo; del racconto del diritto pubblico di uccidere e del suo risvolto in penombra: l’ambigua consolazione e riconciliazione impartite da una giustizia che cercava uno stigma terminale di legittimazione nel perdono che elargiva al reo prima del trapasso.

prosperi_delitto_perdonoIl cristianesimo, ricorda Prosperi, approvò la morte per sentenza (e la guerra) fin dal momento in cui Teodosio dichiarò quella fede la sola lecita per l’impero; e da allora (da Agostino) quanto aveva scritto Paolo ai romani (il potere emana da Dio) servì a stabilire che per la giustizia pubblica non valevano né il quinto comandamento né le pagine più perturbanti del Nuovo Testamento. Eliminare il colpevole, in un mondo gravato dal peccato, fu ritenuto giusto non solo per i delitti di lesa maestà umana e divina (l’eresia), ma anche per i crimini che dopo l’anno Mille infestarono l’Europa delle città e l’Italia dei comuni: cruente faide, furti, sodomia, infanticidio, tradimento. Che ne fu dunque del perdono, dei riti giubilari e della dialettica di una fede fondata sulla sequela di Cristo, che aveva fermato i lapidatori, confortato per primo un ladro crocifisso, morendo da infame quale emblema di una giustizia ingiusta? Mentre l’Inquisizione adottava la procedura romana per perseguire le intime convinzioni, il mondo urbano italiano scosso dalla crisi del XIV secolo vide la nascita di confraternite che, dopo la predicazione di Venturino da Bergamo, scelsero come terreno di carità la cura dell’anima del reo vivo e la sorte del suo corpo dopo l’esecuzione. Da Genova e Firenze, alla fine del Quattrocento, quel modello di confraternita si diffuse nella Roma dei papi (dove nacque il sodalizio di San Giovanni Decollato), e dalla capitale della chiesa latina nel resto delle città italiane: Napoli, Bologna, Ferrara (dagli archivi di questi istituti provengono le fonti più originali del libro). Promosse da devoti mercanti e artigiani, le confraternite presero tuttavia sempre più un carattere nobiliare e clericale; e se ne comprende il motivo: convertire i condannati, riconciliarli con la comunità e le istituzioni, seppellire cadaveri altrimenti minacciosi, graziare un criminale significava addolcire il castigo senza mettere in causa i tribunali, ecclesiastici o civili, che al contrario uscivano rafforzati da uno speciale rito di passaggio. Significava prestigio per le congreghe e i confortatori, che furono committenti d’arte. Il condannato moriva in pace con Dio, accettava una meritata sanzione, “escolpava” e restituiva il mal tolto o la fama del prossimo, grazie a una prassi culminante in una metanoia (segreta e poi pubblica) che si raffinò regolando le “notti malinconiche” prima del supplizio e l’esercizio della confessione e della comunione impartite al pentito.

Ma fuori d’Italia la concessione dei sacramenti ai colpevoli (e dunque la loro completa riabilitazione nella cittadinanza spirituale) non fu scontata: la si negava (specie l’eucaristia) sia in Francia sia in Spagna; quanto al Portogallo e al mondo extraeuropeo, la storia delle confraternite somiglia al percorso italiano di quegli istituti, che produssero una casistica impastata di concretezza e astrattezza e accompagnarono i condannati coprendone il viso con tavolette decorate da scene della Passione perché nulla, ai margini del corteo, turbasse la messinscena degli incappucciati. Prosperi del resto non si limita alla nostra penisola, ma apre alla comparazione seguendo le suggestioni di uno speciale cronista come Montaigne. Non sono le sole pagine illuminanti del libro, perché se ci si volge all’Andalusia del Siglo de oro e ai gesuiti (veri maestri di conforto), incontriamo l’analisi simpatetica del superbo “diario” di Pedro de León, confessore e teologo alle prese con i delitti di una città di traffici. Ma con le anime Prosperi segue il destino dei corpi martoriati, ricomposti e seppelliti con pietà, o temuti come ombre redeunti e furiose, ricercati (insieme con i cappi) per formulare sortilegi e votati spesso alla violazione postuma dell’anatomia. Né poteva mancare il boia, antagonista dell’infame di cui si faceva un martire con la conversione. Eppure anche il carnefice conobbe un riscatto dopo la Riforma, che da Agostino riprese una nozione della giustizia come medicina necessaria per l’umanità segnata dalla colpa. Estinte le confraternite, luterani e calvinisti finirono tuttavia per legittimare la sola giustizia secolare, anche se le pratiche seicentesche del pietismo palesano molte analogie con la realtà cattolica.

Poi giunse il secolo dell’opinione pubblica, con i suoi racconti del patibolo, le cause celebri, le cronache nere, gli schizzi di Hogart e i fogli volanti alla cui stesura parteciparono i confortatori (e persino gli inquisitori un tempo gelosi del segreto). E in queste pagine troviamo l’analisi di una via al suicidio (destinarsi alla pena capitale compiendo crimini) attestata nel mondo riformato per schivare il peccato di disperazione. A chiudere una lunga storia (che in Italia ebbe un’appendice ottocentesca fino a Porta Pia) è Beccaria, sono i codici, è la Rivoluzione e la nascita di uno spirito conflittuale che moltiplica, anche nei ceti popolari, un rifiuto del conforto poco attestato in età moderna (Machiavelli ringhiò da solo). Del resto, vivere dopo la morte era anelito comune, e c’è poco da stupirsi, chiosa Prosperi, se il perdono estremo consolava i condannati. Tutti: anche le streghe che un gesuita confortatore che curiosamente non compare nel libro, Friedrich Spee, dichiarò innocenti denunciando i roghi grazie alle estreme confessioni. Oggi, nelle lunghe attese nel braccio della morte delle carceri statunitensi, nulla di tutto questo. Nulla di tutto questo nella Cina che si è inventata un reality per dare la parola ai sentenziati al solo scopo di dileggiarli prima della pena capitale (ma i condannati chiedono comunque di proferire le loro ultime parole). Che genere di sacrificio è mai questo, ci si può domandare con Girard?

Il libro di Prosperi, ispirato anche dalla lettura di Dostoevskij, a cui allude il titolo, è buio come le stanze di una confraternita; ma come in una Scuola con le tele di Tintoretto rivela guizzi di luce. E narra di un passato che sa rievocare con lo spirito dei maestri della storiografia: Febvre, certo, ma anche l’Huizinga di Autunno del Medioevo, che è forse la lontana sorgente di questa ricca indagine.

vincenzo.lavenia@tiscali.it

V. Lavenia insegna storia moderna all’Università di Macerata

La morte, il perdono, la verità. L’anima del condannato tra patibolo e bisogno di riconciliazione – Intervista a Adriano Prosperi, di Massimo Vallerani  (Indice dei Libri del Mese, dicembre 2013)

 

 

 

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