Massimo Cirri – Un’altra parte del mondo

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Ai margini di un Novecento grande e terribile

recensione di Aldo Agosti

dal numero di settembre 2016

Massimo Cirri
UN’ALTRA PARTE DEL MONDO
pp 347, € 18
Feltrinelli, Milano 2016

CirriPuò sorprendere chi l’ascolta anche saltuariamente che Massimo Cirri, l’autore e voce di una delle trasmissioni cult di Radio 2, Caterpillar, abbia scritto un libro come questo, che tratta di una storia profondamente triste. Ma poi apprendiamo, o ci ricordiamo, che Cirri da venticinque e più anni, oltre a divertirci per radio, si occupa della salute mentale delle persone, e allora ecco che ci spieghiamo la straordinaria padronanza con cui maneggia questa storia.

È la storia di Aldo Togliatti, il figlio di Palmiro Togliatti e Rita Montagnana: non la “vera storia” – come recita con comprensibili intenti di lancio la fascetta di copertina, – perché in realtà non ne esiste un’altra. La storia è una sola, certamente non molto conosciuta né mai sbandierata ai quattro venti, ma anche mai taciuta: la storia di un uomo che è –fra le tante spiegazioni possibili – schiacciato dalla durezza tragica della storia del Novecento, e anche dal nome ingombrante che porta, quello di una delle più grandi figure del comunismo mondiale. Aldo Togliatti, nato nel 1925, ha vissuto 86 anni: sempre ai margini, prima nel turbine della tempesta che scuoteva l’Europa tra la metà degli anni trenta e la metà degli anni quaranta, poi nel febbrile periodo della ricostruzione e della tumultuosa trasformazione della società italiana, mentre il partito diretto da suo padre – e in cui anche sua madre aveva all’inizio un ruolo ben visibile – diventava protagonista della vita politica. Aldo, semplicemente, si è estraniato da questa vicenda: si è chiuso sempre più in sé stesso, si è chiamato fuori da quello che Gramsci definiva “il mondo grande e terribile”, o meglio si è rifugiato “in un’altra parte del mondo”; e quando è morta la madre, con cui viveva ritirato e sottratto all’attenzione del grande pubblico, ha trascorso gli ultimi suoi anni (tantissimi, trentuno) in una casa di cura della provincia di Modena, aiutato dal partito e dalle cure premurose mai venute meno della famiglia Montagnana. Quando le due istituzioni che avevano regolato il ritmo della sua vita, la famiglia e il partito, hanno dovuto arrendersi alla sua malattia mentale, è subentrata, ancora in collaborazione con loro, l’“istituzione totale”, la clinica psichiatrica. E il Cirri medico sembra sommessamente interrogarsi se la psichiatria, con questa scelta di segregazione totale, sia stata all’altezza dei suoi compiti.

Il libro ha grandi meriti, perché ha scavato in profondità nel contesto storico in cui si è consumata questa parabola umana così dolorosa. Ha setacciato con pazienza tutte le schegge di ricostruzione storica e autobiografica, non moltissime, che permettono di inquadrare la vicenda di Aldo in Unione Sovietica e poi in Italia: ha dedicato pagine molto toccanti soprattutto all’istituto di Ivanovo, la città russa che è stata il centro dell’industria tessile, destinato a ospitare ed educare i figli dei dirigenti comunisti stranieri, a volte i loro orfani. Ha scoperto – si può dire, perché nessuno ne aveva fatto un uso così attento e completo – le memorie di Gino Longo, il figlio maggiore di Luigi Longo e Teresa Noce, coetaneo di Aldo, che sono una straordinaria miniera di notizie, di particolari, di aneddoti e – curiosamente – di divagazioni erotiche (quattromila pagine messe coscienziosamente a disposizione dei lettori, in rete, da un uomo che ha compiuto 92 anni). Si è mosso con disinvolta padronanza nel panorama della storiografia e soprattutto della memorialistica sul Pci: mettendo a profitto per esempio il diario di Luciano Barca, che contiene una delle poche testimonianze dirette sulla personalità di Aldo. Attraverso altre testimonianze e ritagli dimenticati di giornale ha ripercorso le tappe del suo viaggio: una gioventù che l’invalicabile barriera della timidezza gli impedisce di vivere pienamente a Torino, una città che pure cercava di accoglierlo e di proteggerlo; la confusa aspirazione a un viaggio per mare, con il suo vagabondare nei porti (dove sarà ritrovato due volte, smarrito, a Civitavecchia e a Le Havre) che forse gli appaiono la finestra verso mete lontane, “altre”, appunto. Ne è venuto fuori un libro che si legge senza potersi interrompere. Un libro a tutti gli effetti di storia, ma anche un racconto affascinante, con uno stile narrativo personalissimo e di grande efficacia, in cui è sempre presente una cifra di blanda ironia e di complicità affettuosa con il personaggio di Aldo.

È un esempio riuscito della capacità di attraversare la storia di un fenomeno grandioso e tragico come il comunismo del Novecento con un atteggiamento che uno storico del risorgimento ha definito di “osservazione partecipante”: diretto ad ascoltare e capire meglio i percorsi, i giudizi, le aspettative delle persone che ne hanno vissuto speranze e tragedie, ricostruire i loro quadri mentali, le loro esperienze, con il rispetto di chi entra in un modo sociale e culturale diverso. Poche volte ho visto applicare con tanta efficacia questa prospettiva alla storia del comunismo.

aldo.agosti@yahoo.it

A Agosti è professore emerito di storia contemporanea all’Università di Torino

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