Paolo Morando – ’80. L’inizio della barbarie

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L’abbondanza perduta

recensione di Anna Tonelli

Dal numero di aprile 2016

Paolo Morando
’80. L’INIZIO DELLA BARBARIE
pp 232, € 16
Laterza, Roma-Bari, 2016

9788858122242L’Italia nordista, paninara, becera, rampante, razzista. Quella che grida “forza Etna” e inneggia al celodurismo, quella che si identifica nei wild boys e si picchia per un paio di Timberland, quella che si svela al “sex telephone” e rincorre il mito dei capitani d’industria, quella che sogna l’opulenza e si arresta davanti ai problemi dell’integrazione. Tutto questo, con altre numerose sfaccettature, è l’Italia degli anni ottanta. Un paese dove si mescolano ancora gli echi del piombo e le confessioni dei pentiti del terrorismo con le prospettive e i desideri di una vita spensierata e votata al massimo godimento. Paura e ricerca di felicità, lotta (anche armata) ed evasione, immagine e sostanza, profondità e superficialità. Tutte anime che convivono senza che una prevalga sull’altra. È troppo riduttivo etichettare gli anni ottanta solo come riflusso e disimpegno, meccanica reazione alla stagione dei movimenti e alle piazze insanguinate. Dentro un decennio così complesso che non può esaurirsi in un semplice prima e dopo, convivono e si scontrano tendenze diverse e contraddittorie che devono portare a un’interpretazione non a senso unico e soprattutto non semplificatoria.

È invece lecito chiedersi, come fa provocatoriamente l’autore senza peraltro dare una risposta articolata oltre il titolo, se gli anni ottanta coincidano con l’incipit della barbarie, intesa in senso lato, racchiusa fra l’ossessione di “fare i soldi per mezzo dei soldi” e la legittimazione delle “trame di sesso e di potere”. Certo, sono evidenti i segnali di questa deriva che avrebbe contagiato poi i periodi successivi. Ma diventano altrettanto essenziali simboli e riti di cambiamento che, senza darne un’accezione in senso positivo o negativo, finiscono per caratterizzare un’epoca. Siamo di fronte a un paese più laico e disincantato, con un senso di incertezza che produce la cultura dell’immediatezza e la costruzione di un’identità basata non più su quei valori cresciuti con la Resistenza e la Liberazione, ma su altri parametri: lo stile, l’apparenza, un modo di autorappresentarsi non anonimo e soggettivamente appagante. Le parole sono sempre meno un elemento unificante per l’identità di gruppo a favore dell’immagine che diventa più importante dell’esperienza. Nasce la nuova figura del consumatore che, come hanno dimostrato gli studi di Paolo Capuzzo ed Emanuela Scarpellini, non è un semplice terminale passivo di un processo che lo sovrasta, ma contribuisce attivamente ad attribuire significato al processo di consumo tramite il suo modo di essere. Si spiegano così, come suggerisce l’autore, i successi del Ciao della Piaggio, del Moncler, dello skateboard, degli orologi digitali Casio, del Cacao Meravigliao di Arbore, dell’irresistibile cult Sposerò Simon Le Bon (1986). A questa affermazione di una cultura individualista e arrivista si affidano le aspettative di arricchimento e di riconoscimento sociale, arrivando a coltivare quel fenomeno del rampantismo, incarnato da coloro che aspirano a posizioni di potere, di imitazione dello yuppismo americano.

Percorsi intrecciati per capire gli anni 80

anni 80Paolo Morando ha un grande vantaggio rispetto al tema trattato. Essendo un giornalista, non deve avere il rigore scientifico che sostiene i libri degli storici costretti a dare conto delle fonti e dei conseguenti modi di leggerle e interpretarle. Questo non significa che la sua non sia una ricostruzione puntuale e molto documentata, soprattutto grazie all’utilizzo dei giornali. Ma è affidato al lettore il giudizio attraverso un viaggio coerente, spesso anche molto divertente o disarmante, che deve portare a capire il senso di quel decennio. L’autore mette in guardia fin dall’inizio sul rischio nostalgia da parte di coloro che sono ancorati al “ricordo di un’età dell’abbondanza poi mai più ritrovata”. E proprio per questo il racconto-reportage – come recita la quarta di copertina – non indugia sul vintage, sulla cronaca complice, sul facile amarcord scandito dal refrain di Raf Cosa resterà degli anni 80, ma sceglie alcuni percorsi che intrecciano pubblico e privato, politica e società, mentalità e costume.

Resta da chiedersi, e sia gli studi storici che politologici lo stanno facendo, se si può trovare una linea di continuità che lega gli anni 80 alla realtà contemporanea. È però un interrogativo che non si può sciogliere semplicisticamente di fronte ad alcuni eventi dirompenti (il declino delle ideologie e dei partiti di massa, solo per citarne uno) che hanno modificato radicalmente la fisionomia del rapporto fra politica e società e fra passato e presente. Si può con certezza ribadire che gli anni ottanta hanno innescato un processo che poi ha accelerato altre e più complesse dinamiche: alcune hanno tratto alimento dalle radici di quella voglia di edonismo sfacciato, altre invece si sono sviluppate proprio in opposizione ad esso. Il paese “barbaro e feroce” c’era allora e c’è anche adesso. Ma sappiamo che la storia non si ripete mai uguale a se stessa.

anna.tonelli@uniurb.it

A Tonelli insegna storia contemporanea all’Università di Urbino

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