Tony Judt – Postwar

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Imponente, ineguagliato, magistrale, british


recensione di Guido Franzinetti

dal numero di Ottobre 2017

Tony Judt
POSTWAR
La nostra storia 1945-2005
ed. orig. 2005, trad. dall’inglese di Aldo Piccato
pp. 1075, € 25
Laterza, Roma-Bari 2017

Tony Judt - PostwarOpera magistrale dello storico britannico prematuramente scomparso nel 2010, Postwar è un libro imponente, incredibilmente ben scritto, ineguagliato e forse ineguagliabile. Dalla fine della guerra fredda in poi non sono mancate storie dell’Europa del XX secolo, di valore assai diseguale. Più rare le storie del secondo dopoguerra europeo, almeno sino alla pubblicazione di Postwar, nel 2005, meritoriamente ora riedito da Laterza (e a un prezzo accessibile) a dieci anni dalla prima uscita italiana (Mondadori, 2007). Il libro è fondamentale per molti versi. Innanzitutto, è la prima narrazione storica a coprire effettivamente l’intero arco del dopoguerra, ricostruendo in parallelo e nel loro intreccio le vicende dell’Europa occidentale e orientale, senza limitarsi a tre o quattro grandi stati europei, ma esaminando adeguatamente anche quelli minori o periferici (dal Belgio alla Scandinavia, alla Grecia o al Portogallo, all’Ungheria o alla Iugoslavia). Inoltre, l’ampiezza della narrazione stessa (più di mille pagine) permette a Judt di superare il limite delle più brillanti storie del Novecento (Hobsbawm, Mazower), che tendevano a dare per scontate le conoscenze necessarie a una comprensione adeguata da parte dei lettori. Judt offre un racconto basato su informazioni puntuali, illustra idee e processi di mutamento spaziando dalla politica alla cultura, dal cinema ai costumi sociali alla demografia, citando dati statistici essenziali e pertinenti a mettere a fuoco i contesti socio-economici di volta in volta affrontati.

Nel testo, suddiviso in quattro parti, l’accento si sposta variamente sulle diverse tematiche in relazione al periodo trattato. Il punto di partenza è quello dell’eredità della guerra e della ricostruzione europea. La resistenza al nazismo era rimasta l’unica forma di legittimazione politica accettabile, e la punizione per il collaborazionismo era dunque imperativa. In realtà, osserva Judt, punire i colpevoli si rivelò in molti casi difficile (e politicamente inopportuno): in Francia, come in Italia, la tendenza fu quella del colpo di spugna sul passato (accompagnandolo, semmai, con una mitizzazione conveniente della Resistenza), mentre in altri paesi le sanzioni furono molto più estese (in Norvegia, furono processati 55.000 individui su una popolazione di 3 milioni). Anche in Europa orientale le scelte di perseguire (o meno) i collaborazionisti furono attuate in funzione delle necessità politiche dei sistemi comunisti allora creati e imposti. Né ad Est né ad Ovest, viene fatto notare, si produsse un discorso pubblico specificamente volto a rievocare lo sterminio degli ebrei. Al massimo si commemoravano genericamente le “vittime del nazismo”. La codificazione di una memoria incentrata sulla Shoah avrà luogo solo a partire dagli anni ottanta.

Judt considera futile interrogarsi sulle cause e responsabilità per lo scoppio della guerra fredda con la divisione della Germania e dell’Europa che, in ultima istanza, “fu l’inevitabile esito della personalità del dittatore (Stalin) e del sistema… Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte 
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