Nicola Labanca – La guerra italiana per la Libia

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Un piccolo impero in ritardo

recensito da Giorgio Rochat

dal numero di maggio 2013

Nicola Labanca
LA GUERRA ITALIANA PER LA LIBIA 1911-1931
pp. 293, 24 €
Il Mulino, Bologna 2012

L’anno 2011 ha riportato alla nostra attenzione la conquista italiana della Libia, merito del centenario dell’occupazione di Tripoli, ma forse più della crisi della lunga dittatura di Ghedaffi, la guerra civile che si è aperta nel febbraio 2011 e che ha trovato appoggio e risonanza nell’intervento militare francese e britannico, con l’appoggio della Nato e un concorso italiano ora coperto, ora mediatizzato. Centinaia e migliaia di missioni di bombardamento sistematico su un territorio piatto che offre ben poche possibilità di scampo dinanzi alle offese aeree. Un rapporto cento a uno con i bombardamenti italiani degli anni venti e trenta, che pure ebbero effetti devastanti sulle popolazioni seminomadi.

Un centenario vale spesso come riorganizzazione della memoria nazionale, come riepilogo e rilancio degli studi storici specifici. Non è il nostro caso, il centenario ha evidenziato che gli abbracci tra Ghedaffi e Berlusconi non avevano modificato lo scarso interesse nazionale per le vicende libiche di ieri e di oggi. Né toccato il ritardo degli studi sull’occupazione italiana della Libia. Possiamo registrare soltanto diversi volumetti d’occasione e di basso livello e un paio di volumi di maggiori orizzonti, che per il tema in questione si limitano a utilizzare gli studi esistenti senza quasi ricordarli.

la-guerra-italiana-per-la-libiaIl volume che presentiamo offre un salto di qualità per la lunga esperienza di Nicola Labanca su due fronti. Prima la guerra italiana in Etiopia, da Adua a Mussolini, e la colonizzazione della Libia, con un’attenzione costante alle fonti libiche e alle ricerche di storia etnografica e culturale. Poi le sue ricerche sull’esercito italiano e la sua organizzazione, dalle riforme del ministro Ricotti, anni ottanta dell’Ottocento, agli studi innovativi sul reclutamento, infine con un forte (e raro) interesse per la politica militare e le forze armate nella seconda metà del Novecento.

Questa sua lunga esperienza porta Labanca a ridefinire l’ambito del suo volume con un passo indietro: la storia della guerra di Libia è stata finora vista e ridotta come storia dell’occupazione italiana della Libia, ma neppure di questa è possibile una storia organica per il doppio ritardo degli studi italiani e libici. Le ricerche di Angelo Del Boca e di altri pochi autori (tra i quali mi iscrivo) hanno rovesciato la versione colonialista tradizionale e riconosciuto la base di popolo della resistenza libica. E tuttavia gli archivi italiani sono stati finora utilizzati soprattutto per le operazioni militari, ben poco per il retroterra dell’occupazione italiana e poi per le sue ripercussioni internazionali. Dalla parte libica, il regime di Ghedaffi ha strumentalizzato la resistenza come base di consenso e come formazione di un’unità nazionale tra regioni divise fino al 1911, sacrificando la tradizione e la poca documentazione scritta a una memoria di popolo costruita con molte forzature. Dire che Labanca riparte da zero non avrebbe senso, vista la mole di studi e documentazione che utilizza, anche con nuove acquisizioni e aperture. Però ripercorre le diverse vicende della guerra di Libia senza dare nulla per scontato, rifiutando miti e leggende e sottoponendo gli studi esistenti, anche i migliori, a una revisione e a un nuovo inquadramento. Con una forte sottolineatura del ruolo determinante che la dimensione militare, la priorità degli aspetti militari ha avuto fino almeno al 1931, la sconfitta definitiva della resistenza libica. Come evidenzia il titolo del volume, non “la guerra di Libia”, ma “la guerra italiana per la Libia”, una delimitazione e un approfondimento.

Dobbiamo limitarci a pochi momenti. Innanzi tutto il ricollocamento dello sbarco a Tripoli in un quadro di lungo periodo, non soltanto gli entusiasmi del 1911, ma la continuità di una politica di espansione coloniale come ricerca di uno status di grande potenza, dopo Crispi il moderato Giolitti. Di cui si ricorda sempre l’accorta preparazione diplomatica dell’impresa, ma non la brutale offensiva verso l’impero turco. Labanca segnala la “assoluta refrattarietà degli studi italiani a recepire o anche solo a conoscere la versione turca del conflitto”. È poi la totale ignoranza, oggi riconosciuta, che il governo e i militari italiani avevano della situazione della Cirenaica e della Tripolitania (il nome Libia venne dopo, è noto che fu un’invenzione italiana, l’unico apporto del colonialismo che Ghedaffi abbia accolto nel suo tentativo di dare vita a un nuovo stato unitario). Oggi è riconosciuta anche la mancanza di obiettivi economici nell’invasione italiana, l’unico obiettivo era la ricerca di prestigio con un impero coloniale anche piccolo. Torniamo quindi alla tesi di Labanca, la dimensione militare come fondamento principale, se non unico dell’occupazione italiana della Libia. A cominciare dal 1911, quando fu Giolitti, anticipando i suoi generali, a raddoppiare le truppe inviate per forzare una situazione senza ritorno, il dominio italiano dei nuovi territori senza badare ai costi crescenti. I generali erano più prudenti, non così i comandanti sul campo; il disastro delle operazioni di conquista dell’entroterra negli anni successivi dimostrò che il ricorso alla forza militare in termini e modi ancora congeniali a una guerra europea non bastava a sormontare la resistenza delle genti libiche.

sbarco_tripoliIl tentativo di una politica libica non basata soltanto sulle armi fallì nel 1919-1921 in sostanza per la mancanza di una cultura e una tradizione coloniale articolata come quella britannica e francese, capace di mediazioni e soluzioni alternative al ricorso alle armi in un mondo che cambiava. È noto che fu un liberale di grande profilo come Amendola, ministro delle Colonie nel 1922, ad autorizzare la ripresa delle operazioni di “riconquista”. E quindi la dimensione militare della guerra per la Libia tornava incontrastata fino al successo completo del 1931. Labanca ne sottolinea le due caratteristiche principali, prima la decisione del governo fascista di condurre la repressione della resistenza libica con tutta la violenza possibile e necessaria, senza più la ricerca di alleanze e compromessi con le genti libiche, fino al conseguimento di una vittoria totale. Da ricercare anche con l’impiego terroristico dell’aviazione e delle armi chimiche, i gas, seppure di limitata efficacia nei deserti libici. Come era possibile soltanto per una dittatura che aveva il controllo dei mezzi di informazione nazionali e il consenso passivo degli stati europei.

L’altro elemento essenziale fu lo sviluppo di uno strumento militare adeguato al terreno, un piccolo gruppo di ufficiali coloniali che avevano appreso il mestiere sul campo, battaglioni di ascari libici e soprattutto eritrei con mezzi moderni, automezzi, radio e aviazione, ma anche cammelli. Uno strumento efficace, anche se questi ufficiali non conoscevano la lingua né la cultura delle genti libiche, né erano incentivati a studiarla. A differenza degli ufficiali francesi e inglesi, per i quali la conoscenza della lingua e della cultura delle popolazioni africane era uno strumento per un dominio più efficace. Le operazioni italiane per la “riconquista” della Libia dal 1921 al 1931, che Labanca ripercorre con un nuovo inquadramento e nuovi apporti agli studi esistenti, furono quindi condotte soltanto con la ricerca di una maggiore efficienza della repressione, con l’impiego coordinato di mezzi moderni, radio, aviazione, automezzi, e per il controllo del terreno battaglioni eritrei e truppe libiche su cavalli e cammelli. E pure per venire a capo della resistenza delle genti del Gebel, l’altipiano cirenaico, fu necessario il ricorso alla loro deportazione in campi di concentramento. Una misura estrema non rara nei fasti del colonialismo, ma qui più efficace per le dimensioni ridotte delle genti coinvolte, circa centomila seminomadi del Gebel cirenaico. Poco meno della metà morirono nei campi in pochi anni. Cifre da rivedere, che comunque autorizzano il ricorso alla categoria del genocidio, scrive Labanca. Un “salto in avanti” della violenza coloniale, che avrebbe avuto seguito nella conquista dell’Etiopia e nella successiva repressione della resistenza abissina. Un piccolo impero coloniale in ritardo sui tempi, che l’Italia fascista ricercò senza risparmio di violenza e di spese. Oggi rimosso, Labanca ce lo ricorda e documenta.

giorgio.rochat@tin.it

G. Rochat è professore emerito in storia delle istituzioni militari all’Università di Torino

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