World history e global history – Le molteplici vie alla modernità

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Effetto moda, presupposti, differenze, originalità e limiti

di Patrizia Delpiano

Dal numero di marzo 2016

Un mondo globalizzato richiede una storia capace di ricostruire sincronicamente le vicende di uomini dislocati nelle varie parti del pianeta e appartenenti a etnie, culture e religioni differenti: è questa la convinzione che anima gli studiosi che si riconoscono negli emergenti indirizzi storiografici della world history e della global history, studiosi giustamente sensibili ai problemi posti dalle odierne società multietniche e multiculturali.

journal-global-historySviluppatisi soprattutto nel mondo anglosassone e anglofono, i due orientamenti sono ampiamente diffusi negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (il “Journal of World History” esce nelle Hawaii e il “Journal of Global History” è pubblicato dalla Cambridge University Press), ma anche in Asia, in Giappone e in Cina in particolare, mentre paiono avere minore fortuna nell’Europa meridionale, almeno per il momento. Se guardiamo all’Italia, alcuni storici hanno iniziato a praticare la world e la global history, e non soltanto tra quanti provengono da ricerche su aree extraeuropee. Allo stato attuale, tuttavia, nella penisola le nuove tendenze sembrano piuttosto generi di importazione, benché non manchino sollecitazioni da parte di istituzioni culturali, quali – per restare a iniziative recenti – la Fondazione Gramsci di Roma, che nel dicembre 2014 ha promosso il convegno Storia d’Italia e storia globale, e da parte di riviste come il “Giornale di storia”, che ha dedicato un numero alla world history, segnalando il “serio ritardo” italiano rispetto al panorama internazionale degli studi (2015, n. 17, www.giornaledistoria.net). Anche nel nostro paese si stanno comunque moltiplicando libri, convegni e corsi di laurea caratterizzati dall’aggettivo “globale” e, in generale, la world history e la global history cominciano ad assumere il carattere di una seducente new wave, di fronte alla quale non si esplicitano dubbi e perplessità, che pure circolano a livello informale nel mondo accademico. E neppure è emersa finora una discussione sui mutamenti di breve e lungo periodo che la nouvelle vague sta introducendo nel mestiere di storico.

b6a40b1cover25883.jpegSe la pratica delle traduzioni è una delle vie con cui si importano e rinnovano saperi e metodologie, vale la pena di segnalare la versione italiana di due testi, editi entrambi nel 2015 e provenienti non dall’area anglosassone, ma dall’Europa continentale: l’Introduzione alla World History (Il Mulino, Bologna 2015), uscito in inglese (World History. An Introduction, Routledge, London-New York 2013), del belga Eric Vanhaute, docente a Gand ed esperto di storia economica e del lavoro, e la Storia globale. Un’introduzione (Carocci, Roma 2015), pubblicato in tedesco (Globalgeschichte. Eine Einführung, Verlag C.H. Beck, München 2013) da Sebastian Conrad, che è uno degli esponenti della global history in Germania insieme con Jürgen Osterhammel, peraltro precocemente tradotto in Italia dal Mulino. Si tratta di due volumi assai diversi: quello di Vanhaute, oltre a introdurre alla world history, offre in circa 250 pagine una storia dell’umanità dalla comparsa dell’homo sapiens a oggi, mentre quello di Conrad si presenta come una più organica opera di taglio storiografico. Entrambi i libri propongono, però, una riflessione su approcci, temi e problemi della storiografia, e sono l’espressione di un interesse verso gli aspetti teorici della ricerca storica non frequente nel panorama editoriale italiano (si ricordi, comunque, il precedente World History. Le nuove rotte della storia di Laura Di Fiore e Marco Meriggi, Laterza, Roma-Bari 2011: cfr. “L’Indice” 2011, n. 12). D’altro lato, proprio per l’attenzione riposta sulla dimensione teorica, essi introducono in Italia l’immagine di orientamenti in via di definizione e costruzione, più che di indirizzi di ricerca chiaramente stabiliti.

Non è facile differenziare le due prospettive, in parte per le diverse interpretazioni dei vari autori, in parte per l’effetto moda, che porta talvolta a presentare come world o global history anche studi non così chiaramente orientati in queste direzioni. In modo un po’ schematico si può comunque dire che la world history tende ad assumere il mondo come ambito di osservazione, mentre la global history è più attenta agli scambi che hanno portato alla creazione di un mondo globalizzato.

Forti sono però gli elementi comuni: in entrambi i casi, si mira ad abbattere sia i confini dei singoli stati, confini peraltro decisamente mobili nel lungo periodo… Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte 

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