Amin Maalouf – Una poltrona sulla Senna

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Casi di metempsicosi storico-letteraria

recensione di Marco Carassi

Amin Maalouf
UNA POLTRONA SULLA SENNA
Quattro secoli di storia di Francia
pp. 358, € 21
La nave di Teseo, Milano 2016

Amin MaaloufSulle rive della Senna, nel tempio dedicato alla difesa della lingua francese,  si presentano sovente  straordinari casi di metempsicosi storico-letteraria. Infatti, per consuetudine, chi viene eletto a far parte di quell’illustre consesso a numero chiuso che è l’Académie Française, è tenuto a pronunciare un discorso in lode di chi ha occupato quel seggio in precedenza. Un altro membro  risponde con un intervento in cui motiva la decisione della nomina. Si crea così una catena di relazioni che lega attraverso i secoli i personaggi che hanno successivamente occupato quella prestigiosa poltrona.

Al seggio che era stato di Claude Levi-Strauss viene eletto nel 2011 il sociologo e letterato libanese, naturalizzato francese, Amin Maalouf. Egli si accinge dunque a tratteggiare il profilo dell’antropologo, suo illustre predecessore, ma mentre pronuncia il suo discorso si rende conto che attorno a lui aleggiano i fantasmi dei diciotto personaggi che dal 1634 lo hanno preceduto. La curiosità storica lo spinge dunque a indagare su uomini (niente donne all’Académie fino al 1980) molto diversi l’uno dall’altro e lo conduce di scoperta in scoperta, di stupore in stupore.

Una successione di politici e letterati

Fin dall’origine stessa dell’Académie (che da ritrovo spontaneo di alcuni letterati è trasformata in istituzione ufficiale dal riconoscimento statale), sono evidenti i tormentati rapporti tra cultura e politica. I primi membri di nomina ufficiale sono tre persone gradite a Richelieu, elette per spirito cortigiano, e anche nell’età di Mazzarino e di Luigi XIV avere aderenze a corte continua ad essere essenziale per entrare nell’Olimpo degli intellettuali francesi. Il quinto a sedersi sulla poltrona ora di Maalouf, e il primo a suscitare la sua chiara simpatia, è François de Callières, che invece è finalmente un accademico che non teme di dire al re quel che pensa della sua politica bellicista. Una delle sue opere (De la manière de négocier) diventa un classico trattato su come conciliare interessi divergenti e prevenire conflitti, tanto da farlo ritenere l’inventore del soft power. Il suo trattato è apprezzato da Jefferson, è tradotto da un alto diplomatico inglese durante la prima guerra mondiale ed è fonte di saggi consigli politici ancora attuali.

Il cardinal Fleury, eletto all’Académie perché influente uomo di potere della corte di Luigi XV, non dedica certo molto tempo alla letteratura ma almeno ha il grande merito di gestire lo Stato con moderazione e intelligenza, preservando la pace, stabilizzando la moneta e sviluppando l’economia. Il successore è un altro ecclesiastico, il vescovo de Luynes, ostile allo spirito del Lumi e zelante tutore della moralità, ma poco interessato alle lettere. Dopo la parentesi rivoluzionaria, la rinascita dell’Académie porta al ventinovesimo seggio successivamente l’ex giacobino Cailhava, definito da un collega il modello della mediocrità letteraria, e il giornalista Michaud, noto per una monumentale Storia delle crociate e per pronunciare con un filo di voce i suoi discorsi alla Camera dei deputati alla Restaurazione. Seguono due scienziati, Pierre Flourens, l’inventore dell’anestesia moderna, e Claude Bernard, propugnatore di una rivoluzione sperimentale nella scienza medica, e accorato interprete del trauma nazionale provocato dall’aggressione prussiana del 1870.

Il suo successore, eletto nel 1879, è il filosofo Ernest Renan, noto per aver suscitato una tenace ostilità con la sua tesi che Gesù Cristo sia stato soltanto un uomo, per quanto straordinario. Ma rimangono memorabili le sue riflessioni sui dilemmi identitari (specialmente la sua opera Che cos’è una nazione?) e il suo discorso di accettazione. Egli vuole ridare fiducia ai francesi con un grande elogio dell’Académie come luogo dove, contrariamente alle attese del fondatore Richelieu, si coltivano i principi di tolleranza, pluralismo e libertà di pensiero. Un elogio che riprende ciò che aveva angosciato il suo predecessore al momento della perdita di Alsazia e Lorena, tema che si allarga alla difficoltà di cogliere la vera essenza della cultura. Renan era stato un grande ammiratore della cultura tedesca, della scienza e della virtù germaniche,  del protestantesimo, della filosofia di Kant, Fichte, Hegel. Deluso dall’ubriacatura nazionalista di molti intellettuali tedeschi tra i quali il grande storico Theodor Mommsen, Renan non cade in un nazionalismo eguale e contrario: sa che solo pochi decenni prima erano state truppe francesi a invadere mezza Europa e non ha cambiato opinione su Goethe o Herder. Piuttosto teme il prevalere di una cultura erudita, pedante, senza nobiltà di spirito, che non rende l’uomo né più amabile né migliore. Egli rifiuta tra l’altro l’argomento secondo il quale l’Alsazia deve appartenere alla Germania perché vi si parla tedesco. Una nazione, sostiene, è una famiglia spirituale, unita dal desiderio di vivere insieme, intessuta di ricordi, glorie, rimpianti e speranze condivise, è un plebiscito rinnovato ogni giorno indipendentemente dalla lingua e dalla razza dei suoi cittadini, perché ogni uomo è un essere libero e appartiene solo a se stesso.

Ci si sarebbe potuti aspettare una continuità ideale con il politico repubblicano, laico e anticlericale, che gli succede nel 1893, Paul-Armand Challemel. Invece il suo elogio del predecessore prende i toni di una requisitoria. Forse tanta ostilità si spiega con l’accusa rivolta a Renan di essersi “venduto” al regime imperiale di Napoleone III, che gli aveva finanziato una missione di studio in Libano. La risposta del latinista Boissier cerca di rimediare evocando i grandi meriti di Renan, e non risparmia qualche frecciata ironica tessendo l’elogio della tradizione dell’Académie di accogliere non solo intellettuali, ma anche uomini di Stato, raccogliendo “le macerie” dei successivi regimi politici francesi. Il nuovo eletto riceve così pan per focaccia, essendosi presentato con tutti i suoi vecchi rancori, pur essendo appunto un rottame eccellente in quanto ex rivoluzionario quarantottino, ex-ministro della terza Repubblica e  diplomatico in pensione.

Nel 1896, alla morte di Challemel, gli accademici accolgono con un certo imbarazzo l’autocandidatura del ministro degli esteri in carica, Gabriel Hanotaux.  Archivista di formazione e storico in gioventù, si era sentito dire dal presidente della Camera Gambetta, preoccupato dai dissidi tra repubblicani e monarchici, tra laici e clericali, “Lasciate i vostri archivi, venite in politica, portateci dei giovani!”. Accettando, Hanotaux riteneva di dover contribuire a combattere il rischio di revanchismo antitedesco della destra nazionalista e a tal fine pensava che la sinistra dovesse fare propria la linea dell’espansione coloniale. Il suo ritorno agli studi e all’Académie è favorito dalla brusca fine della sua carriera politica, a causa della disastrosa spedizione militare in Sudan del 1898 e dal silenzio da lui mantenuto in relazione all’affare dell’ufficiale ebreo Dreyfus, pur sapendolo ingiustamente condannato da un tribunale militare. Dopo la Liberazione, l’Académie lo sostituisce con il dreyfusardo innocentista André Siegfried, un professore di scienza politica che attira le folle con il fascino delle sue lezioni. A questi subentra a sua volta nel 1963 il romanziere e drammaturgo Henry de Montherlant, un appassionato di corride, considerato un collaborazionista per le sue ambigue parole sulla necessità di accettare l’occupazione nazista.

Finalmente Maalouf giunge a studiare il suo immediato predecessore nella persona dell’antropologo Claude Levi-Strauss, insediatosi nel 1974 con un discorso che esamina i riti della “venerabile tribù” di cui è chiamato a far parte, paragonandoli a quelli di certe popolazioni amerindie. Egli dubita che nel mondo sia possibile tracciare una gerarchia e un confine preciso tra “civilizzato” e “incivile”. Le società cosiddette primitive gli paiono talora più equilibrate e umane di quelle che riducono alla fame milioni di uomini con speculazioni finanziarie (1929 docet) o scatenano carneficine mondiali. Se il cambiamento non risulta sempre un progresso e se le guerre hanno origine nella mente degli uomini, allora è proprio nelle menti umane che occorre costruire i contravveleni per salvaguardare la pace. Così si spiega lo stupefacente ultimo capitolo di Tristi tropici dove Levi-Strauss, senza alcuna preoccupazione di essere “politicamente corretto”, applica anche alla civiltà musulmana lo stesso rigore critico da lui usato verso la civiltà occidentale. Se la Francia, egli scrive, avesse saputo integrare sulla base dell’eguaglianza dei diritti, rispettandone la dignità, i milioni di musulmani del suo impero coloniale, forse l’Islam e l’umanità intera avrebbero prospettive meno tragiche. Da ultimo poi egli aveva denunciato con forza il grave pericolo del diffondersi di una omologazione culturale di massa, “come la barbabietola”. A rispondere a Levi-Strauss il giorno dell’accoglienza in Académie è proprio quel Roger Caillois che lo aveva ferocemente criticato per non aver saputo riconoscere il prezioso apporto dell’Occidente all’umanità con i principi di libertà e di eguaglianza. Il nobile tentativo di superare la disputa accademica non risulta però interamente riuscito, nota Maalouf, anche perché le questioni a suo tempo sollevate rimangono di tale delicatezza e rilevanza che sarebbe inutile nascondere il nervo scoperto identitario, e i dolorosi dilemmi che attendono ancora di essere approfonditi, certo con rispetto reciproco, ma senza equivoci. Il tipo di confronto cui appunto si dedicano i soci dell’Académie.

Marco Carassi è Presidente del Collegio dei probiviri dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana,
già Soprintendente archivistico per il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Lombardia

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