Andrea Camilleri compie novant’anni

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Un trapezista della scrittura

di Giovanni Capecchi

Segnale CAMILLERI - La forma dell'acquaIl cadavere dell’ingegner Luparello, cattolico praticante, uomo di spicco del suo partito, capace di gestire la stragrande maggioranza degli appalti pubblici e privati attraverso gare truccate e tangenti miliardarie, viene ritrovato alla mànnara, una zona alla periferia di Vigàta in cui il commercio del sesso si intreccia con quello della droga. A scoprirlo sono due netturbini, che decidono di recarsi al commissariato locale: “Il commissario (…) era di Catania, di nome faceva Salvo Montalbano; e quando voleva capire una cosa, la capiva”. Sono queste le parole che chiudono il primo capitolo del romanzo La forma dell’acqua (Sellerio, 1994), nel quale compare per la prima volta il nome del commissario Montalbano, che subito dopo viene descritto alle prese con un sogno erotico in cui è coinvolta la fidanzata di Boccadasse, Livia: un sogno interrotto dalla telefonata mattutina fatta dal brigadiere Fazio. Ventun’anni dopo, nell’ultimo episodio della serie intitolato La giostra degli scambi (pp. 257, € 14, Sellerio, Palermo 2015), il commissario, svegliato da una mosca alle cinque e mezzo di mattina, inizia la sua nuova indagine e il congegno narrativo sembra viaggiare in automatico, afferrando il lettore fino all’ultima pagina. Il cantastorie Camilleri può ancora una volta passare a raccogliere l’obolo del suo pubblico, secondo l’immagine da lui stesso adoperata in varie interviste: “Io sono un cantastorie. Il cantastorie, se è bravo, raccoglie intorno a sé un pubblico che lo sta a sentire, poi si leva la coppola e passa in mezzo alla gente”.

La storia di Andrea Camilleri inizia ovviamente molto prima del 1994: ed è la storia di un intellettuale amante della letteratura e della poesia. Ha esordito pubblicando versi e racconti su riviste e giornali degli anni quaranta (“Mercurio”, “Inventario”, “L’Italia socialista”, “L’Ora” di Palermo); ha dedicato una vita al teatro, come docente all’Accademia di arte drammatica di Roma, come regista teatrale, radiofonico e televisivo; ha pubblicato il suo primo romanzo – un romanzo rifiutato per dieci anni dagli editori – nel 1978 (Il corso delle cose); nei primi anni ottanta ha esordito con la casa editrice Sellerio grazie al saggio storico La strage dimenticata (1984), nato dal desiderio di riscattare i 114 detenuti uccisi nel carcere di Girgenti nel 1848 (“servi di pena” che – senza il suo racconto – avrebbero rischiato una seconda strage, quella della memoria), edito anche grazie all’interessamento di Leonardo Sciascia (che alla scrittura restauratrice di verità, alla penna utilizzata per riempire colpevoli vuoti storici, alla narrazione come azione morale, ha dedicato la vita) e primo tassello nella lunga vicenda d’amicizia con Elvira Sellerio, ripercorsa dallo stesso Camilleri in apertura del volume La memoria di Elvira (pp. 260, € 10, Sellerio, Palermo 2015), che raccoglie testimonianze e ricordi di amici e scrittori dedicati a una straordinaria esperienza editoriale. Un volume, questo, che traccia un ritratto a più mani di Elvira Sellerio, come donna e come intellettuale, che riesce a raccontare, pur puntando i riflettori su di lei, la vita culturale e sociale italiana dagli anni sessanta a oggi, e che esce come numero 1000 della collana “La memoria”. Si apre il secondo millennio di questa fortunata e deliziosa collana: e non a caso si apre – numero 1001 della serie – con La giostra degli scambi.

Segnale CAMILLERI - La giostra degli scambiSe la lunga storia di Camilleri, nato il 6 settembre del 1925 a Porto Empedocle, affonda le radici nel tempo e diventa fondamentale per comprendere la sua scrittura (una scrittura che fa tesoro delle esperienze compiute: basterebbe pensare all’importanza della narrazione in sequenze appresa dal cinema e alla capacità di far dialogare i personaggi nata dalla lunga consuetudine con il teatro), è certo che la vicenda pubblica del cantastorie siciliano si è sviluppata nell’arco cronologico che separa il primo episodio di Montalbano da quello che, solo per il momento, risulta essere l’ultimo. Ed è una storia, appunto, che inizia nel 1994, quando si affaccia sulla scena della narrativa (ma sarebbe meglio dire: sulla scena della vita culturale e sociale italiana) il commissario più amato dai lettori, rafforzato, nella sua popolarità, dalla serie televisiva che lo vede nei panni di Luca Zingaretti: un commissario che si muove nei giorni nostri (con punte di attualità in episodi come Il giro di boa, del 2003, aperto da una amara riflessione sui fatti accaduti a Genova in occasione del G8), che si forma e si trasforma nel tempo. Montalbano, a differenza di Maigret, non è un personaggi statico, cresce romanzo dopo romanzo, non solo letterariamente (da personaggio-funzione in La forma dell’acqua a personaggio a tutto tondo già a partire da Il cane di terracotta e Il ladro di merendine), ma anche anagraficamente e umanamente: appare sempre più stanco e invecchiato, con una svolta in La gita a Tindari, edito nel 2000, in cui vomita di fronte a delitti che gli fanno venire il voltastomaco. Si modifica lui e si trasformano i rapporti con gli altri, con l’eterna fidanzata Livia (della quale sente in maniera crescente la mancanza, avvertendo il vuoto della solitudine nella sua casa in riva al mare) e con i collaboratori del commissariato, con i quali svolge indagini “di gruppo”, non più cane segugio isolato nelle sue ricerche del colpevole, ma affiatato componente di una triade investigativa formata anche da Fazio e dal vice Mimì Augello.

Luca Zingaretti interpreta "Il commissario Montalbano" in una scena della serie tv

Luca Zingaretti interpreta Montalbano in una scena della serie televisiva

Tuttavia Camilleri non è solamente il padre di Montalbano, un commissario amato anche perché paladino della giustizia, aperto verso gli altri, leale, capace di indignarsi di fronte alle prepotenze e ricco di umanità davanti alle miserie. Camilleri ha inventato un linguaggio, misto di italiano e di siciliano (vero, appartenente al mondo del passato e anche inventato), con sperimentazioni che hanno coinvolto altre lingue e dialetti (il genovese in La mossa del cavallo, lo spagnolo – o gli “azzardi “spagnoli” – in alcuni romanzi storici): un linguaggio che nel 1980 spingeva l’editore Garzanti a pubblicare Un filo di fumo con un glossario finale siciliano-italiano e che oggi, con la sua espressività, è diventato familiare ai lettori e, soprattutto, inscindibile dalle storie di Camilleri. E ha scritto, nel corso degli anni, romanzi “civili” destinati a rimanere nella storia delle nostre lettere, nati attraverso un processo di creazione che parte da un fatto reale (spesso poche righe rintracciate in qualche trattato storico) sul quale l’inesauribile fantasia dell’autore edifica vicende inventate. Attraverso i suoi romanzi civili ha affrontato, con leggerezza e ironia (leggerezza e ironia consapevolmente scelte come strumenti per affrontare riflessioni dolorose, secondo quanto ha dichiarato programmaticamente in La bolla di componenda), momenti drammatici della storia. Basterebbe ricordare le vicende ambientate nella Sicilia post-unitaria, che si inseriscono in una tradizione letteraria che – con Verga, De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello, Sciascia, il meno amato, da Camilleri, Tomasi di Lampedusa del Gattopardo – ha guardato l’Italia unita dalla prospettiva meridionale: Il birraio di Preston (1995), per esempio, con la stupida colonizzazione del Sud da parte di autorità inviate dal Nord; e la Concessione del telefono, autentica commedia degli equivoci, che mette alla berlina l’eterna burocrazia e l’arroganza del potere. Attraverso i romanzi civili, ha immortalato anche momenti di speranza che, nonostante la breve durata, occorre non dimenticare: le speranze suscitate dal sogno di uguaglianza e di giustizia di Zosimo, il re contadino che prende il potere a Girgenti nel 1718, prima di essere sconfitto e impiccato in un finale drammatico e poetico, tragico e magico (Il re di Girgenti, 2001) o concretamente alimentate da donna Eleonora di Mora, che governa la Sicilia per ventisette giorni nel 1677, facendosi paladina dei più deboli e portatrice di una religiosità che non è sopraffazione ma amore verso gli altri (La rivoluzione della luna, 2013).

Tradotto in tutto il mondo, seguito fedelmente da decine di migliaia di lettori, pubblicato principalmente da Sellerio ma stampato anche da altri editori (Mondadori, Rizzoli, Skira), talvolta snobbato dalla critica ma con attenti studiosi anche nel mondo accademico (Nino Borsellino ha introdotto nel 2002 il Meridiano delle Storie di Montalbano; Salvatore Silvano Nigro ha curato nel 2004 il secondo Meridiano dedicato ai Romanzi storici e civili e accompagna ogni uscita per Sellerio firmando la quarta di copertina), Camilleri ha scritto e continua a scrivere con gioia e umiltà, lontano dalla boriosità che spesso discende dal successo, utilizzando per i suoi libri (che, secondo l’acuta riflessione svolta da Carlo Bo in un articolo del 1998, hanno occupato uno spazio vacante in Italia: quello della scrittura di intrattenimento alto) immagini che ne ridimensionino la portata: non cattedrali di Notre Dame de Paris – ha avuto modo di spiegare – ma “piccole, meravigliose, godibilissime chiese di campagna”. La sua aspirazione resta quella di assomigliare, come scrittore, a una trapezista del circo: bella, truccata, elegante, con il sorriso sulle labbra, che esegue il triplo salto mortale senza far avvertire al pubblico la tensione, la stanchezza, la fatica degli allenamenti quotidiani. Sembra impossibile immaginare gli ultimi vent’anni senza i suoi libri e senza di lui. Viene da dire, semplicemente ma in maniera convinta, e in occasione del suo novantesimo compleanno, che l’Italia, senza Camilleri, sarebbe stata più povera: culturalmente, ma anche umanamente.

giovanni.capecchi@unistrapg.it

G. Capecchi insegna letteratura italiana all’Università per stranieri di Perugia

 

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