Dieci anni di Twitter – Rivoluzioni e twitteratura

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Cinguettii, potenzialità e limiti

di Roberto Casalini

Twitter ha appena compiuto dieci anni. È infatti del 21 marzo 2006 il primo cinguettio: “Just setting up my twittr”, “ho appena configurato il mio twittr”. Lo lancia alle 12.50 @jack, cioè Jack Dorsey, un informatico del Missouri. Verrà ritwittato, su Facebook si direbbe condiviso, più di 66.000 volte. In quel 21 marzo, i messaggi che Dorsey e una cinquantina di colleghi, amici e familiari si scambiano sono un centinaio, sino al tweet finale delle 22.41: “Sleep”, tutti a nanna. Troviamo il primo giorno «del social network più “immediato”, strillato, accelerato che ci sia», con tutti i suoi post in sequenza, nella Breve storia di Twitter (2016, Castelvecchi). L’ha scritta Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana all’università di Cagliari. La crescita di Twitter, racconta Arcangeli, è presto vertiginosa. Il primo tweet  all’esterno è del 15 luglio 2006. Il milionesimo aggiornamento arriva alle 19.52 del 28 febbraio 2007. Il primo trionfo, che porta il microblog a triplicare i messaggi giornalieri, da 20.000 a 60.000, è all’edizione 2007 del festival musicale e cinematografico South by Southwest di Austin, Texas, dove  i partecipanti, grazie all’invenzione di Dorsey e soci, vedono visualizzati i loro commenti su due schermi predisposti per l’occasione. Sempre del 2007 è la creazione dell’hashtag, il cancelletto che consente di seguire tutti i tweet legati da una parola comune: #allafacciadeigufi di Matteo Renzi, per esempio.

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Poi è la volta della prima notizia in tempo reale che bypassa i media tradizionali. La fornisce il 10 aprile 2008 il fotoreporter californiano James Buck, che in Egitto scatta foto durante una manifestazione contro il governo e viene portato in prigione dalla polizia. A Buck basta twittare “Arrested” e subito la notizia arriva in America, mettendo in moto legali e diplomatici e portando alla sua rapida scarcerazione.
Nel 2007 i tweet inviati sono 1.500.000, già nel 2008 diventeranno diverse centinaia di milioni. L’irresistibile ascesa prosegue: nell’aprile 2012 Twitter supera i 200 milioni di utenti attivi, nel 2014 arriverà a 320 milioni, per poi flettere: negli ultimi tre mesi del 2015 gli utenti sono passati da 307 a 305 milioni (Facebook viaggia sul miliardo e mezzo di utenti), di cui 254 soltanto negli Stati Uniti, in Italia quelli che twittano almeno una volta al mese sono 6,3 milioni.
La svolta intanto è avvenuta alle presidenziali americane del 2008, dove i social network sono i “grandi elettori” di Barack Obama, il primo presidente 2.0.  Alle elezioni del 2012, culminate con il celebre tweet di Obama “Four more years”, il microblog di Dorsey & c. la farà da padrone, basta citare le cifre prodotte da Stefano Lucchini e Raffaello Matarazzo in La lezione di Obama. Come vincere le elezioni nell’era della politica 2.0 (Baldini & Castoldi, 2014) sette milioni di tweet durante la convention repubblicana, nove e mezzo in quella democratica, con 52.000 tweet al minuto durante l’intervento di Obama (a cui sommare i 28.000 di Michelle Obama, i 22.000 di Bill Clinton e i quasi 18.000 di Joe Biden), contro i 14.000 di Mitt Romney e i neanche 23.000 di Marco Rubio, Clint Eastwood e Paul Ryan messi assieme.

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Già, la politica e le notizie, i due settori in cui Twitter ha operato con la forza di un ciclone. Per quanto riguarda le news, il ghiaccio su Marte  (2008), l’aereo precipitato nell’Hudson (2009), la primavera araba (2010), l’eliminazione di Osama bin Laden (“C’è un elicottero che volteggia sopra Abbottabad”, 2011), l’attentato terroristico alla maratona di Boston (2013) e lo slogan “Je suis Charlie”, subito dopo la carneficina nella sede di Charlie Hebdo (2015) sono partite da qui, e da qui si sono amplificate. Anche le soft news come il fidanzamento di William con Kate Middleton, annunciato via Twitter dal principe di Galles (2010) e il selfie di Ellen DeGeneres con altri attori durante gli Oscar 2014 (3.362.390 retweet, record) sono partite da un cinguettio.

Twitter, l’illusione di un modello bidirezionale

Basato sulla velocità e sulla concisione (140 caratteri di testo, 120 se si aggiunge un link o un’immagine), Twitter suscita l’illusione di abbattere i sei gradi di separazione, di farci entrare in contatto con perfetti sconosciuti o con molto conosciuti, di  “parlare con il mondo”. È un’illusione, appunto. Come scrive Arcangeli: «le relazioni fra i membri di Twitter non esigono reciprocità: puoi avere un milione di “seguaci” (followers) e decidere di non seguire nessuno. Il sistema è gerarchico, e riproduce i meccanismi di legittimazione del potere che furono alla base del feudalesimo». Chi ha voglia di essere vassallo? È forse questa caratteristica, assieme a un uso che ai neofiti appare complicato e poco intuitivo, e a una “freddezza” che contrasta con l’impressione di maggior calore offerta da Facebook, che spiega il relativo successo (rispetto non solo alla creatura di Zuckerberg, ma anche a YouTube e a WhatsApp, che viaggiano rispettivamente a un miliardo e 900 milioni di utenti) del microblog.
Per quanto rapido, divertente, non di rado utile, Twitter non mantiene le promesse internettiane di un modello di comunicazione da molti a molti, di un netcasting reticolare e bidirezionale. Anche se, va detto – lo dice molto bene Sara Bentivegna in A colpi di tweet. La politica in prima persona (Il Mulino, 2015) –, l’utopia di una piazza virtuale attiva richiede, come lo richiede una democrazia partecipata, interventi a monte che riescano a scalfire valori, comportamenti e rapporti sociali che separano gli individui dalla collettività.

Twitteratura e twittabolari

Resta la rapidità, buona non sono per coniare slogan ma anche per produrre letteratura. Scriveva Italo Calvino, nelle Lezioni americane: «Io vorrei mettere assieme una collezione di racconti d’una sola frase, o d’una sola riga, se possibile. Ma finora non ne ho trovato nessuno che superi quello dello scrittore guatemalteco Augusto Monterroso».  Si riferiva al celebre racconto: «Quando si risvegliò, il dinosauro era ancora lì». Un racconto pre-Twitter. Come il «M’illumino d’immenso» di Ungaretti. Come l’epigramma più sintetico che si ricordi («Carlo Bo: no» di Franco Fortini). Come legioni di raccolte di aforismi.
La rapidità era per Calvino uno dei cinque elementi fondamentali della scrittura letteraria che auspicava per il nuovo millennio, gli altri erano la leggerezza, l’esattezza, la visibilità e la molteplicità. Per il blogger Hassan Bogdan Pautàs, citato da Arcangeli, che scriveva nel 2012 sul sito Twletteratura, Twitter poteva possedere questi requisiti. Ma almeno sei elementi giocavano a suo sfavore: l’astoricità, l’apparente superficialità, la ridondanza, la violenza verbale (su questo punto segnaliamo un saggio appena uscito presso Cortina, L’odio online di Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’Università Statale di Milano), il rispecchiamento televisivo e la falsa pretesa di democrazia.
scatola-neraI tentativi di twitteratura comunque non sono mancati: da The French revolution di Matt Stewart (3700 tweet dal 14 luglio al 21 ottobre 2009) a Small places di Nicholas Belardes (600 tweet, sempre nel 2009) fino a #Black Box di Jennifer Egan, premio Pulitzer del 2011, scritto a ondate di tweet successivi in nove giorni del 2012 e tradotto anche in italiano (Scatola nera, Minimum Fax, 2013). E probabilmente non continueranno a mancare, Twitter ha una sezione Tweetbooks in cui per esempio compaiono i 14 reportage in miniatura dei viaggi papali scritti da Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica.

Più facile, tuttavia, che come è già accaduto con gli sms la twitteratura sia terreno fertile per gli esperimenti ludici e per le riscritture. Niente di male, ma a qualcuno interesserà leggere «Call me Ishmael. You could call me something else if you want, but since that’s my name, it would make sense to call me Ishmael» (Alexander Aciman e Emmett Rensin, Twitterature. The world’s greatest books retold through Twitter, Penguin, 2009)? E se in Italia gli esempi sono spesso buoni, o divertenti, o entrambi (le fiabe di Calvino riscritte a colpi di tweet da Marco Belpoliti, la riduzione del Decameron sponsorizzata dalla Dante Alighieri, le numerose opere procustizzate dall’ottimo sito Twletteratura), si sono fatte cose egregie anche prima che fosse inventato Twitter. Giuseppe Varaldo, per esempio, riassumeva capolavori in monoversi monovocalici (Le Mille e una notte: «All’alba Shahrazad andrà ammazzata»; Il deserto dei tartari: «Sono Drogo, lo scontro non godrò»; Natale in casa Cupiello: «Credere nel presepe, che demenze!»), e all’inizio del secolo Félix Fénéon, direttore della Revue Blanche, pubblicava 1.500 Romanzi in tre righe (Adelphi, 2009): «Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto».

Anche nel campo dei Twittabolari, in cui Massimo Arcangeli è attivo con esiti spesso notevoli («Algoritmo: movimento regolare praticato dalle piante acquatiche»), si tratta di un nome nuovo per pratiche vecchie, i mot-valise o portmanteau-word, le false etimologie che il giovane Alain Finkielkraut compilava in Francia, che Giampaolo Dossena praticava sulle colonne della Stampa negli anni ’80 del secolo scorso, e che Alberto Arbasino aveva portato a perfezione nel cabaret pop di Super-Eliogabalo (Feltrinelli, 1969). Volete due esempi? Eccoli.
«Populismo – Irritazione primaverile delle prime vie respiratorie e della laringe, provocata dal vellichio della lanugine dei pioppi».
«Incunaboli – Giovani invertiti parigini del periodo a cavallo fra il Terrore e il Direttorio, rinomati per i loro costumi eccentrici».
Due tweet prima di Twitter. Di una perfidia ben più raffinata di quella di Twitter.

robcasalini@gmail.com

R. Casalini è giornalista

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