Doctor Sleep: Stephen King prosegue in contrappunto con Kubrick

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Il ragazzino dell’Overlook Hotel

di Mario Cedrini

dal numero di aprile 2014

Stephen King - Doctor sleep“E se dovesse iniziare a vedere la gente morta, tipo il ragazzino di quel film?”. Così la madre di Abra, uno dei due personaggi centrali dell’ultimo libro di Stephen King, Doctor Sleep (ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Giovanni Arduino, pp. 516, € 19, 0 Sperling & Kupfer, Milano 2014). Abra è una ragazzina dotata dello shining, proprio come Dan Torrance, o Danny, e cioè “il ragazzino di quel film”: Shining (1980) di Kubrick. Ma Danny è anche il protagonista di Doctor Sleep, nel quale King vuole soddisfare la curiosità dei lettori del suo Shining (1977) circa il destino (post Overlook Hotel) di Danny. Come Don Chisciotte, Danny è preceduto dalla sua fama, ma non lo sa. È con questo espediente che King introduce i suoi lettori non all’“attesissimo seguito di Shining” annunciato nella copertina del libro, ma alla continuazione della “vera storia della famiglia Torrance”, come spiega nella nota che chiude il volume. Certo, sarebbe opportuno, come ha giustamente scritto nel suo blog Loredana Lipperini il 27 gennaio 2014, recensire un libro per quello che è, e non per il fatto di essere il seguito di un altro. Ma è impossibile, e per certi versi scorretto. Perché è King stesso a descrivere la sua opera più recente come dettata dalla curiosità di sapere che cosa è accaduto a “quel ragazzino”. Che tuttavia non è quello del film, come subdolamente suggerito dalla citazione. King è ancora più esplicito: è solo per “motivi a me ignoti”, ricorda, che molti ricordano il film di Kubrick “come assolutamente terrorizzante”. Intervistato dalla Bbc in occasione della pubblicazione di Doctor Sleep, King rifiuta la coldness del film: personaggi in fondo sguaiati, senza evoluzioni, in una storia senza storia, senza cioè quella di Jack, scrittore alcolista in rapporti di costante tensione con il figlio, e senza quella dell’Overlook Hotel, che King racconta per bocca di Jack (e dei suoi datori di lavoro) quando quest’ultimo trova “l’album dei ritagli” in cantina. Quello che il King del 1977 e del 2013 hanno invece in comune, racconta, è la volontà di scrivere una “storia formidabile”.

La storia di Doctor Sleep è quella di Danny, sopravvissuto all’Overlook Hotel ma non al destino alcolista del padre reale (Jack Torrance) e di quello figurato (King, che non si accorse, scrivendo Shining, del carattere autobiografico del suo lavoro). L’alcol è un toccasana per una vita squallida e tormentata dalle visioni, che si conclude idealmente con il derubare una donna, con la quale era stato (di mezzo la cocaina) una notte, frugando nel suo portafoglio mentre dormiva, sotto gli occhi innocenti del figlio di pochi anni. La visione del macabro destino di madre e figlio è ciò, in definitiva, che fa scappare Dan a Frazier, nel New Hampshire, per sfuggire al passato. Lavorerà dapprima nella Microcittà, attrazione turistica di Frazier, poi all’ospizio della Rivington House, dove – con l’aiuto dello shining, e di un gatto che entra nelle stanze degli anziani appena prima del loro trapasso, per poi lasciar posto a Dan stesso – accompagna i morenti negli ultimi attimi di vita, meritandosi l’appellativo di “Dottor sonno”. Come l’autore, e gli alcolisti anonimi che incontra a Frazier, Dan non beve più. La sua mente continua però a ricevere visite, quella di una ragazzina dotata di un potere ancora più grande, rispetto allo shining di Danny. Insieme i due riusciranno a tener testa (è il caso di dirlo) alla confraternita del Vero Nodo, un gruppo di donne e uomini che girano l’America su enormi suv, in tutto simili a quegli anziani in perenne gita turistica, visibili solo negli autogrill. Un’abile copertura per esseri che hanno (quasi) sconfitto la morte, cibandosi del “vapore” (lo shining appunto) delle persone che ne sono dotate e che riescono a uccidere, meglio se bambini. Come Abra, la più dotata, che con Danny ingannerà e sconfiggerà i moderni zombie.

Stephen King - ShiningUn libro che contiene la solita maestria di King. Impossibile non restarne catturati, come quasi sempre accade con gli ormai più di cinquanta lavori dello scrittore. Doctor Sleep, che per altro condivide atmosfere con molti dei romanzi che lo precedono, è l’ennesimo atto di bravura di un “inventore di trame”, se dobbiamo utilizzare un’espressione tratta da un’intervista di Kubrick. E di fatto si deve utilizzarla, perché il parallelo con Shining è un tema portante del libro, un elemento in realtà indispensabile. Doctor Sleep è letto da chi ha letto Shining e visto Shining, e cioè da chi segue King dall’esordio, e ha ammirato il film di Kubrick, amandolo eccome, a differenza di King. Perché il problema è proprio lo scollamento tra il King critico di Kubrick, al punto di girare in proprio un altro Shining (la quasi sconosciuta, e poco riuscita miniserie televisiva del 1997) pur di evitare l’identificazione tra la sua opera e quella del regista newyorkese, e il lettore che ha amato il libro così come il film (di Kubrick). Al contrario di quello che sostenne Morandini recensendo quest’ultimo, alla vigilia di Natale del 1980, sembra che si possa ammirare e amare lo Shining di Kubrick proprio per i motivi che spingono King a rifiutare l’accostamento.

Un bel saggio di Giorgio Cremonini (Shining, Lindau, 1999) discute i tanti espedienti (l’ineliminabile simmetria delle inquadrature, sostenuta dall’uso spregiudicato della steadycam; una simmetria a sua volta riflessa negli innumerevoli “doppi”, di personaggi, temi e situazioni; e poi il vero e proprio gioco con la dimensione temporale, dalle schermate dei giorni alla fotografia che ritrae Jack al ballo del 4 luglio 1921) che Kubrick utilizza proprio per sottrarre alla trama di King la storia, e anzi renderla una forma (della quale King non si curerebbe, nell’interpretazione implicitamente critica di Kubrick). David Cronenberg ha detto, intervistato, che si tratta di una freddezza studiata a tavolino per ragioni commerciali. King spiegò, ai tempi dell’uscita del film, che il film di Kubrick intendeva esplicitamente far male. Entrambi sostengono che Kubrick non fosse in grado di comprendere davvero l’horror, e che dunque non potesse cimentarsi con successo nel genere. La decostruzione proposta dal recente documentario Room 237 (Ifc Films, 2012) di Rodney Ascher, abile “messa accanto” di una serie di teorie sullo Shining di Kubrick presentate (ne udiamo le voci, ma non li vediamo) da appassionati rimasti “incastrati” nel film, permette però, forse, di cogliere gli orizzonti aperti dalla scelta di Kubrick. C’è un richiamo al genocidio degli indiani, uno all’Olocausto, si sente il clima della guerra fredda, si vedono le Identical Twins di Diane Arbus e l’Apollo 11 (sul maglione di Danny), ci sono messaggi subliminali. Ci sono oggetti che scompaiono, ci sono capovolgimenti, errori voluti (Grady, il vecchio custode, è chiamato alternativamente Delbert e Charles). E poi c’è, da parte nostra, la disponibilità a immedesimarsi in tutti e tre i personaggi del film (persino in Jack, quando viene ingiustamente accusato di aver picchiato Danny dopo la visita di quest’ultimo alla stanza 237), nonostante l’assenza di chiaroscuri, e cioè nonostante i personaggi siano sempre, al contrario, a noi estranei.

Danny Torrance in una scena del film

Danny Torrance in una scena del film

La storia, in altri termini, è lì dentro, ma ha bisogno di emergere, ed è forse compito dello spettatore farlo. È un film che possiamo costringere a parlare di noi, anche perché non oppone resistenza: se ammalia, è perché contiene una sorta di abstract dell’uomo, che richiede a chi lo scrive di concentrarsi sull’essenza del comportamento umano senza però tralasciare nulla, e anzi inserendo tutto; e che consente a chi lo legge di ritrovarsi, fuori dal tempo, senza veri riferimenti esterni, anche perché ci sono tutti. Shining è un film che non si può, letteralmente, dimenticare: perché, che lo vogliamo o no, Jack e Wendy si rivolgono a noi e di noi, non di altri, parlano: uno dei pochi temi ai quali siamo realmente, senza condizioni, interessati. La grandezza di King, visibile a questo punto non nonostante, ma anche grazie allo scontro con Kubrick, è quella di aver costruito una storia che la freddezza kubrickiana rende universale.

E in fondo, a ben guardare, la storia stessa di Doctor Sleep, la storia di Danny dopo l’Overlook Hotel, è una storia che ha sì molto di personale (i tratti autobiografici), ma che sfocia nella costruzione di un personaggio che fa da tramite tra vita e morte, e anzi dona la morte stessa (in positivo e in negativo, trasferendo malattie); che ha rapporti sempre condizionati, dall’alcool o dallo shining (di cui sono dotati quasi tutti i personaggi del libro), e che (nota Robert Luckhurst sulla “Los Angeles Review of Books”, del primo ottobre 2013) combatte contro esseri la cui caratteristica principale è quella di vivere al di fuori della storia, tanto che di loro non ci è quasi dato sapere, se non del passatempo omicida. Sono i seguiti a far riscoprire l’originale, e a ristabilire connessioni. Si legga Doctor Sleep e si ritorni a Shining, per riscoprire ciò che Kubrick ha volutamente nascosto alla telecamera. Non solo scene, come quella splendida dell’ascensore (parte 36), ma anche e soprattutto storie, come quella dei rapporti tra Jack e Danny, che ritorna, con nuovi protagonisti, in Doctor Sleep. Poi si apra allo Shining di Kubrick: e allora forse il film sembrerà finalmente rendere giustizia a King. Sia pure, ancora una volta, una volta di più, sconfessandolo.

mario.cedrini@unito.it

M. Cedrini insegna economia politica all’Università di Torino

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