Gozzano e l’Esposizione Internazionale di Torino del 1911

0

L’anima del cronista

In occasione delle celebrazioni dedicate a Guido Gozzano
ospitiamo questo intervento di Alessandro Stillo

Le Esposizioni Universali sono sicuramente una sfida della modernità, termine che viene non a caso usato a partire dalla metà dell’ottocento (la prima Expo è Londra, 1851, cui seguirà Parigi nel 1855), e di essa interpretano lo spirito più profondo, il legame tra lo sviluppo industriale, la sua estensione e quella del commercio dei suoi prodotti ai mercati di tutto il mondo  e la costruzione di un immaginario di questo sviluppo.

Quello che Benjamin chiama feticismo delle merci, sottolineato commentando la prima Esposizione di Parigi,  è  la costruzione di una narrazione dei prodotti, di una loro trasfigurazione per staccarle dalla materia bruta di sudore, fatica, ambienti malsani e sfruttamento in cui sono prodotte, e per dare loro un’aura. Contemporaneamente, con la riproduzione di disegni artistici affissi sui muri a Parigi, nel periodo della Esposizione del 1855, nasce la pubblicità. Con le tipiche contraddizioni del nuovo che avanza, l’Esposizione produce anche l’incontro tra i lavoratori, che venivano selezionati e inviati dalle imprese in “visite guidate” pagate dagli imprenditori a visitarle: dall’incontro, a Londra nell’edizione del 1862, di delegazioni di operai francesi e inglesi, nascerà, due anni dopo, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, conosciuta anche come la Prima Internazionale.

Palais_de_l'Industrie_(Exposition_universelle_de_1855)

Quando arriva a Torino, l’Esposizione Internazionale del 1911 è alla sua 18° Edizione: in sessanta anni quattro le ha ospitate Parigi, due Londra, undici altre città europee e mondiali e tra esse una italiana, Milano nel 1906. L’Esposizione del 1911 è divisa tra tre città, le tre capitali d’Italia, Roma, Firenze e Torino. L’appuntamento di Torino è dedicato, ovviamente, all’Industria e al Lavoro, mentre quello di Roma è dedicata alle Belle Arti e all’Archeologia e quello di  Firenze al Ritratto Italiano e alla Floricultura Internazionale. Così da sabato 29 aprile sino a domenica 19 novembre 1911 è aperta sulle due sponde del Po, tra il Parco del Valentino e il Pilonetto, un’area di 1.200.000 metri quadrati (per fare un paragone, Expo Milano 2015 è stata realizzata in un’area di “soli” un milione di mq), affidata nella gran parte a tre architetti, Pietro Fenoglio, Stefano Molli e Giacomo Salvadori.

Gozzano cronista dell’Esposizione Internazionale del 1911

Guido Gozzano dedica all’Esposizione Internazionale (allora così veniva definita) nove articoli da “gazzettiere”, come lui definisce il mestiere del cronista, con il quale ha un rapporto di odio amore che si sposterà verso l’aperto rifiuto negli anni successivi. Per Gozzano le cronache riflettono un mestiere che, orrore, mischia il vil denaro alle belle lettere, e dal quale dall’India, successivamente, dichiara di volersi distanziare, a costo di “morire di fame”. Del resto non è che la produzione giornalistica di Gozzano si evidenzi per prolificità: i nove articoli sull’Expo rappresentano un terzo di tutta la sua produzione.

Ma questa è un’altra storia: ora vediamo come descrive l’Esposizione Internazionale il cronista Gozzano. La sua ambizione, neppur troppo nascosta, e secondo alcuni realizzata, è stare a Torino come Baudelaire sta a Parigi, in particolare con riferimento all’Esposizione di Parigi del 1855, cantata dal poeta francese. Non a caso l’ultima delle sue cronache, La città moritura, dedicata alla chiusura della Esposizione e alla inevitabile malinconia che produce, si apre con una citazione:

“In un paese qualunque, fuori del mondo!, gridava Baudelaire al fiaccheraio sbigottito; all’Esposizione, si gridava noi balzando in una pubblica carrozza dopo una giornata di studio meditativo.”

5-via romaGli articoli compaiono uno su “La Lettura”, rivista mensile del “Corriere della Sera” che viene pubblicata sino al 1945, cinque sul quotidiano cattolico “Il Momento”, stampato a Torino fino al 1929, e tre sul “Giornale ufficiale illustrato dell’Esposizione Internazionale delle Industrie e del Lavoro”. Gozzano affronta l’Esposizione Internazionale unendo la sorpresa voluta, cercata, accolta verso le meraviglie che visita,  alla malinconia insita nella sua poetica.

Si inizia con una passeggiata nel cantiere dell’Esposizione Internazionale dopo la grande nevicata del 3 gennaio, visita probabilmente del 13 febbraio, riportata in “Un vergiliato sotto la neve”. Gozzano incontra un’amica, Jeannette, alias Giovannina, figlia della sua portiera, ora diventata direttrice di una maison di moda (e di conseguenza con un nome nuovo) e con lei compie questo Vergiliato, termine dannunziano che richiama la visita all’inferno di Dante guidato da Virgilio. Qui è Gozzano che conduce Jeannette alla ricerca del costruendo Padiglione della Moda, attraversando tutto il cantiere della Esposizione, coperta dalla coltre bianca. In questo caso la malinconia è favorita dalla neve, che tutto attutisce e che porta i visitatori a guardare con sguardo nuovo luoghi che ben conoscono. Jeannette al termine del racconto denuncia:

“Che malinconia! (…) -Malinconia? Perchè?-chiedo io curioso di quel cervello. -Perchè non so. Tutto questo è veramente bello, più grande e più stupefacente di quanto mi sarei pensato: e tutto questo mi fa malinconia. Penso che si invecchia…che si muore. Sono una sciocca. Sono fatta così…”

Il poeta, scrittore, cronista Gozzano unisce alla malinconia la meraviglia portata dall’Esposizione Internazionale, che permette ai torinesi di scoprire la città con occhi nuovi. Così nell’incipit di Superga, uno degli script per il Giornale delle Esposizioni ci dice:

“Io vorrei non essere torinese per poter vedere Torino con occhi nuovi.”

La meraviglia di fronte alle proposte della Esposizione Internazionale, alle novità tecniche e scientifiche è esplicita e dichiarata, già in “Un vergiliato sotto la neve”:

”Ecco a destra la galleria delle macchine in azione. (…)Quel vuoto che si profonda per 60.000mq. -leggo nella piccola guida- quello spazio immane che sarà tra poco animato dal rombo delle macchine volanti e pulsanti, dall’agitarsi dei volanti, delle turbine, dei propulsori, delle puleggie, dalle più grandi conquiste che l’uomo abbia fatte col metallo soggiogato dal calcolo esatto, quell’edificio così silenzioso e deserto incute un senso di misterioso terrore.”.

La meraviglia dunque, che, non dimentichiamolo, è riservata agli uomini colti, in generale al sesso maschile, negata alle donne e ai negri: non dimentichiamo che siamo in pieno Orientalismo, nella descrizione del selvaggio da portare alla civiltà, missione dell’uomo bianco (affermazione di Kipling).

Nello stesso tempo questo stupore e l’affermazione di Gozzano della necessità di avvicinarsi all’Esposizione con atteggiamento scevro da snobismi, si intreccia con uno sguardo da dandy dichiarato, per cui l’Esposizione cerca di instillare il Buon Gusto nella Gran Bestia, la folla ignorante e preda dei bassi istinti. Gozzano nelle sue cronache, come in gran parte della sua produzione letteraria, cita, calca, saccheggia i suoi amati poeti: Baudelaire, come abbiamo visto, D’Annunzio (sua la Vergiliana, la Gran Bestia), De Amicis, Rousseau, il Baedeker, se stesso, visto che molte delle composizioni ne citano altre.

Gozzano cantore di Torino

Gozzano è infine il cantore della città, l’innamorato di Torino che descrive non solo l’Esposizione Universale ma de-scrive per questo evento, scrivendo articoli che meritano gli onori della fotografia dei luoghi in copertina del bollettino ufficiale L’Esposizione di Torino, per numeri dedicati a Superga, nel settembre  e, in uno degli articoli più affascinanti, a Torino Suburbana-La Gran Cuoca, cioè Porta Palazzo, nel numero 25 del giugno 1911.

Direi molto interessante concludere proprio con questo scritto, che dal titolo ci offre una fulminante definizione del mercato: La gran cuoca.

_DSC5120bn_th“Parlavo di signore a colloquio con la cuoca: parlerò della Gran Cuoca di Torino: Porta Palazzo. Il forestiero non ha bisogni di ragguagli per giungervi: dove termina via Milano e i tramvia e le carrozze s’arrestano tra una folla densa, varia, turbinosa dove il vociferare copre le parole con un fragorio continuo e assordante di selvaggio tam-tam, là è Porta Palazzo.

Il quadro è veramente grandioso: tale è l’abbondanza, la varietà delle forme, delle tinte, degli odori, che la materia bruta destinata al bruto bisogno quotidiano, diventa quasi poetica, tale da far delirare lo scrittore stanco di snobismi intellettuali, il pittore desideroso di gamme nuove. I banchi delle verdure si succedono all’infinito, unendosi allo sguardo in un solo mare dalle tinte delicate e perlacee di certi acquerelli moderni. Le insalate, le lattughe, le cicorie dal cuore appena schiuso, ancora grasse di terriccio, i cumuli di spinaci, di carciofi, di piselli, tutta la gamma del verde chiazzata qua e la dalla nota acuta delle carote fulve, delle rape violacee, dei pomidoro sanguigni; la merce è infinita: piramidi di peperoni enormi, verdi, ranciati, rossi, barricate di cavoli duri e compatti come sfere di metallo verde, altri aperti dalle foglie larghe, ricciute come immense corolle. Ed ecco la frutta: le belle ceste ricolme di fragole dall’aroma delizioso, cataste di aranci d’oro, d’albicocchi, di ciliegie lucenti come lacca vermiglia, caschi di banane tigrate, evocanti le selve d’oltremare. La fragranza dei frutti muore nel fetore acre della carne macellata. Passiamo in fretta tra l’ecatombe di vittime: agnelli, maiali, vitelli scuoiati, aperti, penduli dagli uncini robusti. Una schiera di macellai ci sbarra il passo, intenti a disporre sopra i carretti le teste mozze e glabre dei manzi novelli, le trippe annodate in matasse, le cervella, i fegati violacei. Due donne passano reggendo una tinozza di sangue. Intorno è un vociferare sordo, un sollevarsi o abbassarsi di scuri lucenti che dimezzano le parti, frangono le ossa con urti sordi: uno spettacolo da far allibire tutta la Società protettrice degli animali… Ma ecco altre vittime: eserciti di polli schierati all’infinito, con le tre sole penne superstiti della coda eretta, con i colli penduli pietosamente, fagiani, tacchini, faraone; ed ecco i pesci annunziati da un fresco odore salso e amaro, l’odore delle rocce quando la marea si ritira e l’alghe si prosciugano al sole.”

Alessandro Stillo è direttore artistico

Condividi.