Il Nobel a Bob Dylan è una bella sorpresa

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Folck singer militante e rocker rivoluzionario

di Andrea Carosso

dal numero di novembre 2016

Era quasi un quarto di secolo che il Nobel per la letteratura scansava gli Stati Uniti. L’ultimo riconoscimento a un americano era andato a Toni Morrison nel 1993 e per il penultimo bisogna andare indietro di oltre mezzo secolo, quando nel 1962 fu premiato John Steinbeck. Certo, nel mezzo c’erano anche stati Joseph Brodsky (1987) e Saul Bellow (1976). Ma Brodsky, dissidente sovietico rifugiato negli Stati Uniti a trent’anni suonati, ha sempre preferito definirsi «poeta russo»; e Bellow, pur avendo vissuto a Chicago per buona parte della vita, era per la verità nato e cresciuto in Quebec.

Troppo marginale, troppo insulare

D’altronde il segretario permanente dell’Accademia di Stoccolma lo aveva dichiarato nel 2008: la letteratura americana è «troppo marginale, troppo insulare», mentre è l’Europa «il centro dell’universo letterario». Potevano quindi mettersi il cuore in pace scrittori del calibro di Philip Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon o Cormac McCarthy, da anni dati come probabili vincitori nei borsini della vigilia ma regolarmente trombati alla resa dei conti. L’impressione è che questi eminenti autori, tutti bianchi, incarnino (indipendentemente dal contenuto delle loro opere) non tanto un’America «marginale e insulare», ma piuttosto quell’America brutale, imperialista e militarmente irrequieta che dalla fine della guerra fredda, anzi forse già dalla morte di John Kennedy, ha sempre meno ammiratori in giro per il mondo.

bobby

Ebreo come Roth (ma sedicente cristiano), anti-divo e inaccessibile come Pynchon e McCarthy, Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, rompe quest’anno l’embargo svedese e riporta, con una scelta non del tutto imprevista ma certamente controversa, il Nobel per la letteratura negli Stati Uniti. Non a caso la scelta cade su una figura che, molto più del nobilissimo quartetto in perenne attesa di cui sopra, immediatamente evoca un’America con una spiccata coscienza critica di se stessa, una voce fuori dal coro del consenso nazionalista ed eccezionalista che il resto del mondo sempre di più detesta. Oltre che un finissimo versificatore dalle molteplici voci e fasi artistiche, Dylan è la memoria di un’America sana e progressista, a disagio con la propria marginalità e insularità, un’America che valorizza la diversità delle proprie tradizioni, si nutre di Ginsberg e Rimbaud, Guthrie e Brecht, e ricorda a se stessa e al mondo intero quale follia rappresentino le guerre, fredde e non. E se l’arte di Dylan ha subito numerose mutazioni nei decenni, è nel suo contributo degli anni sessanta – album come Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde e Nashville Skyline – che ritroviamo ciò che egli eminentemente rappresenta per la cultura del secondo novecento: il folk-singer militante che canta alla manifestazione per i diritti civili del 28 agosto 1963 a Washington pochi momenti prima che Martin Luther King pronunci il discorso I have a dream; e il rocker visionario che con un colpo secco di rullante in apertura di Like a Rolling Stone (1965) inventa la musica popolare americana del secondo Novecento.

Testo e pentagramma

Dichiarandolo artista che ha «creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione della canzone americana», l’Accademia di Stoccolma riconosce Dylan tanto come poeta contemporaneo quanto come punto d’arrivo di una tradizione culturale che va da Robert Johnson  a Hank Williams, da Smokey Robinson ai Beatles e agli Stones, storicamente snobbata perché popolare e tendenzialmente commerciale, e che qui viene definitivamente elevata ad arte. Ecco: il Nobel sembra voler celebrare, forse per la prima volta, il grande contributo che la musica popolare d’America ha dato alla cultura del Novecento, nella sua straordinaria capacità di unire tradizioni lontane e apparentemente incompatibili, quella europea, quella caraibica e quella africana, country e blues, cultura bianca e cultura nera.

I puristi si sono risentiti, specialmente in Italia, con posizioni perlopiù di retroguardia, argomentando che la canzone popolare non c’entra nulla con la letteratura, che una cosa è la «vera» poesia, un’altra cosa sono le canzonette. Ma oltre al fatto che Dylan è autore letterario – la «selezione bibliografica» che accompagna le note su Dylan diffuse dall’Accademia di Stoccolma elenca trenta titoli, tra raccolte di testi, poesie e l’autobiografico e mai banale Chronicles. Volume 1 (Feltrinelli, 2008) –, il Nobel di quest’anno riconosce un lessico artistico calato in un’attività umana, il canto, la cui tradizione da sempre ha intersecato parola e musica, testo e pentagramma.
Come ha scritto David Hajdu su «The Nation», «è letteratura ma è anche musica, è  performance, è arte ed è anche molto commerciale»: se era da tempo che le vecchie categorie di arte alta e bassa erano in crisi, ben venga questo Nobel per celebrarne il definitivo funerale. Basta ascoltare (e leggere) per credere (ad esempio attraverso questo link: http://bit.do/thisisdylan).

Ora aspettiamo il discorso di accettazione: lui che è l’incarnazione dell’antiretorica, che durante i concerti rifugge il facile applauso e indispone i fan riarrangiando i pezzi più noti sino a renderli irriconoscibili; lui che, soprattutto in passato, si defilava su un lato del palco, spesso con le spalle rivolte al pubblico; lui che incarna un’idea di arte intesa, come diceva un altro eminente Nobel americano (perlomeno di nascita), T.S. Eliot, quale «estinguersi della personalità». Magari a dicembre non si presenterà neppure a ritirare il premio, come aveva già peraltro fatto al conferimento del Pulitzer nel 2008, quando al suo posto aveva mandato il figlio Jesse. O magari farà capolino per liquidare causticamente la propria arte, affermando (come ha già fatto) che chiunque avrebbe potuto scrivere Blowing in the Wind, a condizione di aver cantato John Henry (un classico del folk americano) tanto quanto lo aveva cantato lui – quindi sostanzialmente concedendo che la sua arte «ruba» a piene mani dal passato. Stesso concetto che ha ripetuto anche in Chronicles. Volume 1, in cui racconta di aver affinato la sua scrittura «modificando lievemente» melodie altrui sino a ottenere nuove canzoni, inserendo qui e là «strofe e versi di vecchi blues e spiritual».
Se è vero che, come affermava lo stesso Eliot, «i poeti immaturi imitano, i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso», Bob Dylan è certamente poeta «maturo» dell’onore ricevuto. Il bello del Nobel è che si dà solo ai vivi. Quest’anno va a un letterato/musicista nel pieno dell’attività, che pubblica nuovi album – spesso veri e propri gioielli – con regolarità e che dal 1988 è imbarcato in un Never ending tour dal quale sembra destinato a non desistere mai. Ascoltare per credere.

andrea.carosso@unito.it

A Carosso insegna letteratura americana all’Università di Torino

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