Laura Lepetit – Autobiografia di una femminista distratta

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Lo scheletro portante di un’esistenza

recensione di Luisa Ricaldone

dal numero di ottobre 2016

Laura Lepetit
AUTOBIOGRAFIA DI UNA FEMMINISTA DISTRATTA
pp. 125, € 12
Nottetempo, Roma 2016

LepetitÈ una vera fortuna che una personalità così disincantata e antiretorica, superati gli ottanta – classe 1932 come Sylvia Plath – non si sia sottratta alla diffusa tentazione autobiografica. Nell’agile e denso volumetto dal titolo accattivante, entriamo nelle dinamiche della nascita (1975) di una casa editrice che tanta parte ha avuto nella formazione delle femministe italiane e non solo di esse: «Oggi incontro talvolta qualche donna che mi guarda con sbalordito affetto e mi sussurra: senza i libri della Tartaruga… E lascia presagire sconforto e sciagura». L’incontro che ha cambiato la mia vita è il titolo del capitolo in cui Lepetit racconta come conobbe  Carla Lonzi; alcune affermazioni della femminista teorica dell’autocoscienza e della differenza sessuale la colpiscono ancora oggi, come quella – contenuta nel Manifesto di Rivolta Femminile – che recita:  «La donna è stufa di allevare un figlio che le diventerà un cattivo amante», frase che «contiene tutta la saggezza, l’ironia, la sferzante cattiveria e l’amore che diecimila volumi filosofici non sarebbero in grado di evocare». «Svagata, ricettiva, presuntuosa, chimerica, dispersiva, discreta, in attesa dagli altri»: così la definì a propria volta Lonzi, e lei «sfidò» quel giudizio, dedicandosi «anima e corpo a fare una casa editrice inequivocabilmente femminista!». Conosciamo tutte La Tartaruga, il fiuto straordinario della sua fondatrice nel trovare il libro che la grande editoria ha tralasciato, i meriti per avere diffuso anni prima che diventassero famosi romanzi di autrici insignite poi del Nobel (Gordimer, Lessing, Munro); e tanto altro. Che si trova in queste pagine: la Milano della Libreria delle Donne, il Cicip & Ciciap, la pratica politica insita in quel progetto editoriale, le letture, gli incontri, i flashback sulla condizione delle donne-bene prima del femminismo; l’amore per i gatti e per i cavalli.

Avventure di carta e non solo

Il libro non è solo la storia delle «avventure di carta» dell’autrice; un «cartoccio di pesce», un «lavandino di piatti sporchi», danno la dimensione di uno sguardo sulla materialità dell’esistenza e del quotidiano, che solo una donna riesce ad avere mescolandolo – in questo caso con maestria sia pure, come vuole lei, «distratta» – con le attività intellettuali. D’altra parte, «il lavoro, se è tutto intellettuale, annoia e consuma». Sono pagine che pullulano anche di annotazioni sapienziali. Tre per tutte, molto utili, per giovani e meno giovani: «È necessario vivere guardandosi intorno e non dentro»; «È importante sapere che da vecchi e vecchie è necessario vivere di rendita». E ancora, l’utilità di partire dalle piccole cose, perché «i cambiamenti importanti avvengono così, attraverso piccoli spostamenti, dettati dalla necessità, che provocano straordinarie rivoluzioni».

Protagonista di questi anni recenti, vivaci e attivi, di Lepetit non poteva non essere la vecchiaia, colta nella sua inevitabile ambivalenza, «una stagione nuova, quasi regalata», accompagnata dalla consapevolezza che si tratta di un tempo «breve, ma è pur sempre un tempo», e insieme dall’incertezza «se vedrò i frutti dell’albero che ho piantato o se il mio gatto mi sopravvivrà». E poi subito, la virata ironica sulla possibilità di imparare, finalmente, a cucinare! In questi mesi di drammatici fatti di cronaca, ci toccano in modo particolare le parole che Lepetit riserva alle nuove generazioni, «che non hanno smesso di essere pericolanti»; pertanto «le nostre lotte e conquiste non sono finite», né «possiamo metterci il cuore in pace noi ragazze del Novecento».

luisa.ricaldone@tiscali.it

L. Ricaldone ha insegnato letteratura italiana all’Università di Torino

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