Maria Callas inconsapevole e travolgente messaggera

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La sua assunzione allo statuto di mito 

di Gabriele Bucchi

dal numero di aprile 2017

Nessuno degli spettatori riuniti in quella sera d’estate del 2 agosto 1947 per assistere a una delle tante Gioconde del dopoguerra avrebbe certo immaginato che a quel donnone di origine greca sbarcato dall’America che rispondeva (allora) al nome di Maria Kallas, sarebbero state un giorno dedicate decine di biografie, discografie commentate, film, serie televisive, drammi, siti internet, poesie, cartoline, magneti per il frigorifero e persino un convegno universitario. Proprio questo incontro, svoltosi all’Università di Roma Tre nel 2007, è all’origine del bel volume pubblicato da Quolibet, curatissimo in ogni sua parte e corredato di una ricchissima bibliografia (Mille e una Callas. Voci e studi, a cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini, pp. 639, € 26) che raccoglie, in cinque sezioni per oltre seicento pagine, una trentina di interventi dedicati alla personalità artistica che più d’ogni altra scosse il teatro d’opera del Novecento, suscitando entusiasmi, delirî, polemiche, ostilità, disprezzo, mai indifferenza. “A occuparsi della Callas c’è sempre da battagliare contro qualcuno o qualcosa” dice giustamente Jacopo Pellegrini nel suo contributo sulle interpretazioni del Rossini comico.

Maria Callas nel 1958

Maria Callas nel 1958

C’è poco da fare: nonostante in ognuno di noi possa insinuarsi una certa, legittima, sazietà nel sentire celebrare per l’ennesima volta il nome della cantante greca (magari dimenticandone tanti altri che servirono più a lungo di lei e con altrettanta dedizione l’arte del canto), questa voce, a quarant’anni dalla scomparsa (16 settembre 1977), impressiona e scuote l’animo di chi la ascolta, dal neofita al collezionista più smaliziato, come il richiamo, notturno e inquietante, di un altro mondo, cui pure noi sentiamo misteriosamente di appartenere. Dall’esordio italiano, dopo quasi un decennio di gavetta in Grecia, al ritiro dalle scene (1965) furono nemmeno vent’anni di carriera, di cui non più di una decina nel pieno dei mezzi vocali. «Divina !» gridò qualcuno dal loggione sulle ultime battute dell’aria finale dell’Anna Bolena (Milano, aprile 1957), quasi a spezzare anzitempo l’insopportabile incanto prodotto da quella voce che dipanava la semplice e triste melodia donizettiana in una tensione senza fine, tenendo tutto il teatro sospeso a una voce. La divinizzazione, l’assunzione allo statuto di mito della cantante giunse allora ad accertare definitivamente la portata storica di quella meteora, di cui nessuno fino a quel momento aveva visto fino ad allora l’eguale, e ad accompagnarne da lontano lo spegnersi (dopo il chiasso prodotto dalle vicende private di separazioni e amori impossibili) nella solitudine e nel silenzio di un lussuoso appartamento parigino.

Raccogliendo le testimonianze giornalistiche, anche le più recondite, di quanti ascoltarono la Callas agli inizi della sua carriera italiana (dal 1947 fino alla consacrazione del 1953), questo volume ben documenta come ascoltatori e critici si trovassero a tutta prima disorientati; soggiogati sì, ma non di rado anche infastiditi da una voce inclassificabile che passava, con la stessa facilità e la stessa immedesimazione, in uno slancio metamorfico e sacrificale apparentemente senza limiti, dal Parsifal al Turco in Italia, dalla Gioconda ai Puritani, dalla Sonnambula alla Tosca. Nel sostanziale classicismo vocale italiano, avvezzo a ricercare sempre e comunque la «bella» voce anche nei temperamenti più focosi, l’irrompere sulle scene della Callas fece un effetto simile alla riscoperta di Shakespeare nel Settecento: il caso singolo diventava occasione per un dibattito estetico più ampio, acceso e persino tumultuoso (vedi le polemiche sulla sua Medea, che coinvolsero personaggi del calibro di Praz e Paratore, qui illustrate da un bel saggio di Franco Serpa).

Callas filologa e grande attrice, luoghi comuni da sfatare

Il primo dei meriti di questa raccolta di saggi sta nella revisione di alcuni luoghi comuni impostisi nella storiografia, o meglio nella mitografia e agiografia callasiane degli ultimi trent’anni: primo tra tutti quello della presunta fedeltà assoluta della cantante greca allo spartito e alle intenzioni del compositore. Di qui la leggenda di una Callas «filologa» o l’altra, anche più inverosimile (ma quanto tenace!), di una Callas restauratrice dell’autentico spirito della musica di Donizetti, di Verdi e di altri ancora (magari con l’immancabile richiamo alla lezione di Toscanini, col quale il soprano sembra avere avuto in comune soprattutto una mancanza pressoché totale di senso dell’umorismo e di autoironia). Con questi ditirambi spavaldi e strambi è chiaro che oggi, dopo decenni di agguerrita filologia esercititasi sul melodramma primo-ottocentesco, si è avuto buon gioco nel ridimensionare e persino demolire, non senza facili sarcasmi, le tradizionalissime (almeno sul piano testuale) scelte callassiane  nonché le idee, o meglio gli umori, della Divina in fatto di tagli, puntature e licenze.

Persino il mito della grande attrice non va esente, in più d’uno dei saggi qui raccolti, da un giusto revisionismo: la Callas fu infatti anzitutto una grande attrice nella voce prima che nel gesto o nel movimento scenico (di cui rare sono peraltro le testimonianze video e quasi tutte ormai, per così dire post res perditas), in ciò erede e maestra di quel «cantar recitando» che fu, secondo la formulazione di Nino Pirrotta, alle origini del rinnovamento musicale da cui sarebbe scaturito il teatro per musica. È solo nel canto, infatti, nell’accento, nella dizione scolpita, nel fraseggio dalle sfumature infinite che va cercata la Callas. Poche frasi di un recitativo cantato da lei bastano a tratteggiare una figura a tutto tondo. Riascoltiamola nella Gioconda («Profonda è la laguna… », IV atto) e noi vediamo la Giudecca inghiottita nella notte inchiostrata a colpi di grandiosi effettacci da Boito & Ponchielli; «Dammi tu forza o cielo…» (La traviata, atto II) e sentiamo dentro di noi tutta l’eroica voluttà masochistica di Violetta, sacrificata all’onore del clan Germont; «Invan…» (una parola!) e in quel sospiro c’è tutta la composta rassegnazione di Aida chiusa nella tomba con Radamès; « Gli dicevo che oggi è Pasqua… » e da quei suoni (non belli, ma che importa?) prorompe tutta la gelosa protervia della Santuzza verghiana. Norma, Butterfly, Lucia, Abigaille, Anna Bolena, Medea, Armida, Lady Macbeth, Imogene…: una galleria di personaggi (spesso interpretati una sola volta e per poche recite) l’uno diverso dall’altro per ognuno dei quali, con una  stupefacente « abilità trasformistica » (Pellegrini), trovò linee e colori sempre diversi, se pur con quella medesima tinta di fondo fosca, affranta, da tregenda (persino nelle rare incursioni comiche) che fu solo sua.

Maria Callas - Amsterdam 1973

Maria Callas – Amsterdam 1973

I ricordi dei testimoni dell’arte callasiana

Uno degli aspetti più interessanti di questo volume risiede nelle testimonianze di critici, studiosi, intellettuali che furono anche giovani spettatori delle recite callasiane, molti dei quali oggi non sono più tra noi. Il tono accademico cede allora alla rievocazione divertita, entusiastica, commossa di interpretazioni che il disco non ci ha conservate: dal Don Carlo e Ratto dal Serraglio scaligeri (Marcello Conati) alle recite romane di Medea del 1955 che innescarono una polemica tra critici e filologi (qui ripercorsa da un filologo e callasiano come Franco Serpa) fino alle mirabolanti pagine del fedelissimo Alberto Arbasino da cui è tratto il titolo, immaginifico e eloquente, di tutto il volume. Accanto a queste, particolarmente preziose sono le memorie di altri testimoni dell’arte callasiana che nessuno fin qui aveva mai interpellato, come il compianto Bruno Bartoletti (collaboratore degli anni fiorentini che consacrarono il soprano greco), Filippo Crivelli (assistente di Zeffirelli nel Turco in Italia e di Visconti nella Sonnambula), il compositore Hans Werner Henze (suo precoce ammiratore, con l’amica Bachmann), gli amici Paolo Poli e Franca Valeri, il traduttore inglese William Weawer, interprete di rango dei nostri classici, che firma in questo volume un piccolo capolavoro di ammirazione, di umorismo e di pietas, da mettere tra le pagine più vere e toccanti mai scritte sulla Callas.

Accanto ai ricordi non mancano ovviamente gli studi, i ritratti più propriamente storico-interpretativi, spesso su zone meno indagate o discusse della carriera callasiana, tra cui ricordo almeno (ma andrebbero citati tutti) i saggi di Aldo Nicastro sul repertorio francese e di Cesare Orselli sul verismo, mentre Gina Guandalini (autrice di uno dei più bei libri nella nostra lingua, Callas l’ultima diva, edito nel 1987 e purtroppo mai ristampato) illustra entusiasmi e resistenze della critica italiana e straniera. Originale e sorprendente, infine, la sezione di contributi dedicata al «mito», dove persino il fan più agguerrito scoprirà il proliferare di film, racconti, romanzi, documentari, quadri e ritratti a lui ignoti, prodotti negli angoli più diversi del mondo e ispirati alla vita e all’arte (spesso più alla prima che alla seconda) della cantante greca. Segno di una passione collettiva che, nonostante la sazietà di cui si diceva, non sembra destinata a spegnersi. Montale, se pur a denti stretti (lui che avrebbe immortalato in una poesia del 1978 un’altra, diversissima, «Divina» della sua gioventù, la schiva ed elegiaca Claudia Muzio), l’aveva a suo tempo riconosciuto: «fenomenale soprano leggero tragico di sapore espressionistico. Un miscuglio di cui non avevamo precedenti. Sacerdotessa e Pizia invasata, quando non canterà più lascerà dietro di sé una leggenda; e anche allora avrà i suoi fanatici e i suoi avversari… » (recensione alla Sonnambula scaligera del 1955). Forse il segreto di questa passione collettiva sta nel fatto che ciò che quella voce ci porta va ben al di là del sopracuto abbagliante, della volatina, del trillo, del prodigio vocale o della correttezza testuale (tutti aspetti in cui la Callas è già stata e sarà superata da cantanti tecnicamente e culturalmente ben più agguerrite di lei). È, rubando le parole al citato Weaver, un «fremito di immedicabile tristezza » proveniente da zone più lontane e profonde dell’esistenza umana, di cui la Callas si fece allora sulla scena, e grazie al disco si fa ancora oggi, il vas electionis, l’inconsapevole e travolgente messaggera.

gabriele.bucchi@unil.ch

G Bucchi è ricercatore all’Università di Losanna e critico musicale

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