Michela Marzano – Papà, mamma, gender

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Ognuno si porta dietro la propria norma

recensione di Rossella Sannino

dal numero di giugno 2016

Michela Marzano
PAPA’, MAMMA, GENDER 
pp 151, € 12
Utet, Torino 2016

Michela Marzano - Mamma papà gender“Ci si batte sempre a partire da quello che si attraversa o che accade”. Citando Oscar Wilde – le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano – Michela Marzano ricorda che il pensiero che è realmente incarnato “non può che partire dall’evento, da ciò che ci attraversa e ci sconvolge, da ciò che ci interroga e ci costringe a rimettere tutto in discussione”. Il volumetto Papà, mamma, gender entra nel vivo delle discussione che ha iniziato ad animare il dibattito pubblico a partire dagli anni duemila, quando il termine gender viene coniato e diffuso per pubblicizzare e diffondere facili slogan nella campagna contro l’adozione di riforme giuridiche a tutela delle persone non-eterosessuali. È l’ambito cattolico oltranzista, rappresentato per esempio dall’Associazione Pro Vita, da Manif Pour Tous Italia, dal giornalista e attivista cattolico Mario Adinolfi, a impegnarsi per creare e diffondere un monstrum orribile che sia in grado di sollecitare a livello popolare la paura verso il culto della differenza come valore.

Strutturato in capitoletti che rievocano in casi concreti il modo in cui la questione gender viene affrontata in Italia – dichiarazioni di autorità cattoliche, interviste, costruzione di eventi ad hoc – Marzano ripercorre, con passione e con linguaggio immediato, gli scenari in cui mistificazione, ignoranza, paura vengono sollecitati a difendere un sistema di credenze che garantisca il controllo e la conservazioni di inveterati poteri; primo fra tutti quello della supremazia maschile e virile, della forza ad esso connessa, aspetti che giustificano a tutto tondo la gerarchizzazione sociale.

Secondo il documento del Pontificio Consiglio della Famiglia, anno 2000, esiste un’ideologia gender che attacca le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali perché sostiene che “l’essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura”. Marzano smonta le ambiguità lessicali su cui si fonda l’argomentazione ecclesiastica: “Peccato che un conto sia la differenza dei sessi, altro conto siano i ruoli di genere. Peccato che le coppie omosessuali, quando rivendicano la possibilità di sposarsi, chiedano solo che la loro ‘donazione reciproca’ possa essere giuridicamente riconosciuta”; in effetti, è proprio nel documento che si afferma la “naturale inclinazione della libertà umana alla donazione reciproca”.

La confusione ideologica raggiunge però anche ambienti meno oscurantisti del mondo dei credenti: il sito dell’Azione Cattolica riporta un articolo di Carlo Cirotto in cui si afferma che “le teorie di genere esaltano la categoria genere a scapito della categoria sesso. Arrivano ad affermare che non si nasce maschi o femmine ma uomini e donne e che maschi o femmine si diventa sulla base delle scelte psicologiche individuali, delle aspettative sociali e delle abitudini culturali, a prescindere dal dato naturale”: all’assurdità, al nonsenso di tale affermazione, e di altre consimili falsificazioni di concetti, l’autrice reagisce con puntuale analisi. La sua vis argomentativa alterna pagine di emozionata indignazione a passi densi di riferimenti alla cultura filosofica e letteraria. Il pensiero corre a Simone de Beauvoir, alla sua lotta per dire basta all’essere la donna “altro” in relazione all’uomo: “certo, la donna è altro rispetto ad un semplice corpo programmato per la sessualità e la riproduzione e poiché non esiste alcuna necessità biologica del fare figli, l’altro cui deve aspirare la donna è la propria razionalità”. Nel ripensare continuamente i ruoli di genere, sottolinea Marzano, consiste l’eredità della scrittrice francese; non per cancellare le differenze, ma per promuovere l’uguaglianza, per allontanarsi dall’idea che le donne dovessero “per natura” accontentarsi di procreare e di dedicarsi alla vita domestica.

Educazione all’affettività

Un capitolo è dedicato al tema dell’educazione all’affettività a scuola. Tema ancora scabroso, ancora di non facile accettazione, perché “quando si parla di educazione all’affettività o di educazione sessuale c’è sempre chi pensa che si tratti di un tema che esuli dal contesto scolastico, un tema sul quale solo i genitori dovrebbero avere il diritto di dire la loro”. Per quale motivo non si dovrebbe insegnare che il sesso e il genere non determinano necessariamente l’orientamento sessuale e viceversa, esattamente come si spiegano altri importanti principi? “Uno degli scopi più importanti dell’educazione è aiutare a capire il mondo che ci circonda per determinare non solo i margini di libertà d’azione che esistono, ma anche gli strumenti da adottare per cambiare le cose che non vanno all’interno dell’inferno che abitiamo tutti i giorni. Educare, che vuol dire creare e diffondere cultura, significa anche educare i bambini a trovare le parole per qualificare quello che vivono: trovare la parole, infine, significa darsi forza e resistere”.

 E’ un libro asistematico, a tratti denso, a tratti più lento, che si avvicina con circospezione alle grida di chi rifiuta – per incapacità, per malizia, per ottusità – di capire un mondo che vuole dare spazio alla diversità. “Di normale e di anormale nella vita c’è ben poco. Visto che ognuno si porta dietro la propria ‘norma’ e balbetta con quello che ha e che non ha, quello che è e quello che non è. Fino alla consapevolezza che ciò che ci tiene insieme, quasi sempre, è ciò che si coagula attorno a una parola o a un’immagine”. Fu una tragedia, per i genitori, accettare l’anoressia della figlia e l’omosessualità del figlio; ci vollero le parole del cardinal Martini, che a Gerusalemme conobbe Arturo, il fratello di Michela, per ricollocare nella vicenda umana il dramma familiare: “Non ha fatto altro che lodarlo e complimentarsi con noi per il figlio che avevamo, mi ha poi raccontato la mamma”.

ross.sannino@gmail.com

R Sannino insegna latino e greco al liceo “Giovanni Berchet” di Milano

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