William Shakespeare – Tutte le Opere

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Un nuovo ordine in un territorio troppo vasto

recensione di Stefano Bronzini

Dal numero di marzo 2016

William Shakespeare
TUTTE LE OPERE
vol II, pp. XLVII-2328, € 55,
Bompiani, Milano 2015

3453138-9788845280597Con tempismo e acume il direttore della collana, Nuccio Ordine, scavalcando i confini nazionali, propone “i classici della letteratura europea” e affida a Franco Marenco il coordinamento generale della raccolta di tutte le opere di Shakespeare. A oggi sono disponibili due volumi, uno uscito nel 2014 – Le tragedie (pp. LXIV-2969, € 49) – e questo appena pubblicato, che raccoglie le commedie; ma certi della solerzia del generale si è sicuri che gli altri (vol. III: I drammi storici e vol. IV: Sonetti, Tragicommedie e Drammi Romanzeschi) siano già in lavorazione e prossimi a raggiungere gli scaffali delle librerie. Un dono perché la raccolta presenta nuove traduzioni, affidate a giovani e meno giovani, tutti studiosi di indubbio valore, con testi a fronte tratti dalla aggiornata edizione Oxford.

“Ogni generazione ha bisogno di nuovi traduttori”, scriveva T. S. Eliot, avendo i testi l’ambizione e la necessità d’accorciare la distanza dal pubblico. Una stella polare per i traduttori delle opere, che risolvono la musicalità del verso inglese offrendo versioni in prosa. L’esito complessivo facilita il compito sia per il common reader sia per la recitazione dei plays, sempre presenti nei nostri teatri, senza per questo far arricciare il naso ai puristi. Confortano alcuni dei passi più noti: l’orazione, vero e proprio duello di retorica, nel Giulio Cesare, il “globo sconvolto” in Amleto, la lunga tirata di Enobarbo in Antonio e Cleopatra, il “ruvido” dire del nero Otello che incanta la bianca Desdemona, o ancora i giochi di parole e la coesistenza di generi che “dalle letterature classiche si sono riversati in quelle medievali e rinascimentali” del Sogno di una notte di mezza estate o gli “aspetti paradossali” di Molto rumore per nulla, i dialoghi tra Paragone e Jaques in Come vi piace. Sbirciando l’originale a fronte, però, si comprende quanto sia necessario sostare nelle pagine introduttive per comprendere la genesi di alcune scelte. Accattivanti e utili, infatti, sono le note introduttive alle opere che seguono alle presentazioni, in entrambi i volumi, di Marenco. Insieme alla attenta cura delle note ai testi e all’indice dei nomi, elenchi necessari in un lavoro così ampio, sono proprio le pagine introduttive, stilate dai traduttori, a indicare la direzione intrapresa.

L’impianto editoriale è stato dettato per dare omogeneità e contenere il già ampio numero di pagine. Inutile cercare le omissioni: in un territorio così vasto come quello shakespeariano sarebbe fin troppo facile contare le assenze. Invece è il filo del ragionamento che va seguito, sin dalla suddivisione per generi delle opere presentate in ordine cronologico. Solo nel volume III è prevista una brusca virata: i drammi storici saranno raccolti seguendo la successione dinastica dei sovrani. Scelta certo possibile, anche coraggiosa, dunque discutibile. Far riaprire la discussione, anche da noi, è sicuramente un merito. Le opere di Shakespeare, come dimostra il progetto di riscrittura dei plays realizzato dalla Hogart Press, possono essere una ottima opportunità perché nelle tante commemorazioni si discuta anche del futuro delle discipline letterarie. La stessa denominazione della collana e i titoli già editi, d’altra parte, impongono una riflessione anche nelle nostre università ancora condizionate da discipline confinate entro confini nazionali. Profetica la conclusione del Re Lear, la tragedia anche del conflitto tra generazioni: “Al peso di questi tristi tempi si deve obbedire; dire quel che si sente, non quello che si deve dire”.

Dei generi, dunque, si diceva: intensa e vivace è stata la disputa sulla questione. Tanto stringente e dibattuta che lo stesso bardo, come bene coglie Marenco, la pose in evidenza quando nell’intento di illustrare al suo eterogeneo pubblico il genere della commedia fece chiedere a Sly nella La bisbetica domata cosa fosse, appunto, una commedia. La risposta, per nulla irriverente, fu: “una specie di storia”. Allora si era quasi agli esordi, ma la questione fu ribadita in “una commedia solo per accidente” quale è Molto rumore per nulla, e tornò in Amleto, l’opera aperta per definizione dove “non conta come va a finire la storia, quello che conta è la dialettica”.

Nel ventennio 1590-1611, infatti, sulla scena si rappresentò la peculiarità del Rinascimento inglese segnato dalla coesistenza di motivi medievali e moderni: non ci fu alcuno strappo, ma solo quel lento movimento, “di minuto in minuto”, tanto caro a Montaigne. Il bardo rinascimentale si confrontò con le fonti latine e umanistiche, con la storiografia classica e moderna, a volte ricalcò quelle matrici e altre volte le rielaborò a modo suo dando spazio all’inventiva. Utili risultano i paragrafi dedicati alle fonti che mostrano riprese o rielaborazioni e anche gli innesti, le invenzioni accreditabili al drammaturgo.

Le forme si modificarono, gli intrecci si differenziarono, i contenuti e le questioni poste invece no. Il faro di Shakespeare fu sempre rivolto verso l’uomo, le contraddizioni e i meccanismi della mente umana, e che i plays fossero catalogabili come tragedia, commedia… Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte

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