Angelo Bolaffi – Cuore tedesco. Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea

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Acuta la diagnosi, incerta la prognosi

recensione di Alessandro Cavalli

dal numero di novembre 2013

Angelo Bolaffi
CUORE TEDESCO
Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea
pp. 265, € 18
Donzelli, Roma 2013

cuore_tedesco_bolaffiPer l’Europa e per il mondo intero il crollo del muro di Berlino ha segnato i confini tra due epoche storiche. Per gli italiani, se per un momento prescindiamo dal fatto che come europei siamo tutti sulla stessa barca, quella data ha messo in moto una serie di processi che hanno condotto alla fine della Prima repubblica: è finito il patto ad excludendum per gli ex-comunisti ed è venuta meno la funzione dello “scudo crociato”. Non c’è che dire: un bel sommovimento. Niente di paragonabile però col significato che quel 9 novembre 1989 ha avuto per i tedeschi. In Germania è finito il dopoguerra, è finita l’esperienza di due stati tedeschi nati e vissuti sotto la tutela delle grandi potenze e si è avviato un processo di ri-unificazione che, a più di vent’anni, ha fatto grandi passi avanti anche se non è certo concluso. Eppure, il sistema politico tedesco ha retto assai bene di fronte a una prova “inaudita”, per riprendere il titolo di un penetrante saggio di Lepenies. I partiti che avevano dato vita alla Repubblica di Bonn sono rimasti sostanzialmente gli stessi: cristiano democratici e cristiano sociali, socialdemocratici, liberali e, successivamente, verdi. Le formazioni estremiste, di destra e sinistra, prima e dopo l’unificazione, non hanno mai rappresentato una seria alternativa. I costruttori della Bundesrepublik, memori dell’esperienza weimariana e sotto la tutela occidentale, hanno costruito un edificio ben solido se è stato capace di reggere ad una svolta di tale portata.

Angelo Bolaffi, che è uno dei pochi in Italia a conoscere a fondo le cose tedesche, ci offre un’analisi concisa, ma assai accurata, del significato della svolta dell’89 nel quadro di una sostanziale continuità e stabilità politica. La Germania, inoltre, è stata solo sfiorata dall’ondata neo-liberista reagan-tatcheriana. L’economia sociale di mercato, una sorta di capitalismo liberale temperato dalla presenza di uno stato regolatore, ha contribuito non poco a creare le condizioni di quello che allora veniva chiamato Wirtschaftswunder e, successivamente, a ridimensionare con moderazione e senza gravi traumi l’espansione del welfare.

Anche le recenti elezioni, con la conferma per la terza volta consecutiva di Angela Merkel, sono da leggere nel segno della stabilità e della continuità: in Germania vincono coloro che non promettono cambiamenti radicali, ma caso mai prudenti aggiustamenti del tiro. Per i paesi dell’Europa meridionale questa prudenza non è un segnale positivo. Nella testa di molti i fantasmi del passato continuano ad agitarsi. C’è ancora chi teme una Germania che voglia farla da padrone. Bolaffi argomenta in modo convincente che non è proprio il caso di temere la strapotenza tedesca. Caso mai bisogna temere l’opposto: una Germania che voglia sottrarsi alle sue oggettive responsabilità di leader in quanto paese più grande, più sano e più stabile d’Europa.

La Germania non ambisce alla leadership, ma si offre come esempio da imitare: ha una buona costituzione che protegge dalla frammentazione e dall’instabilità dei governi, ha fatto i conti col suo passato senza rimuovere le sue colpe, si è accollata il compito di integrare quel pezzo che era rimasto al di là del muro senza indebitarsi in modo eccessivo, ha metabolizzato le spinte dei movimenti sessantottini con qualche riforma incisiva, ha creato un clima dove anche interessi diversi trovano onorevoli compromessi. Il confronto con l’Italia, al quale Bolaffi dedica un capitolo e che affiora in diversi passaggi del testo, è impietoso. Agli occhi dei tedeschi il nostro paese è quasi un modello negativo, un catalogo di cose da non imitare: elevata instabilità di governi, sostanziale rimozione del fascismo come parentesi buia nella storia nazionale, incapacità di affrontare e risolvere la questione meridionale, presenza costante di minoranze eversive o estremiste a destra come a sinistra, scarsa capacità di creare cooperazione tra interessi diversi, corruzione diffusa, ricatto continuo della criminalità organizzata. Al nostro paese viene imputato soprattutto il non aver saputo cogliere l’occasione offerta dall’ingresso nell’area euro per mettere a posto i conti pubblici e ridurre significativamente il debito sovrano.

Di fronte all’Italia, e agli altri paesi dell’area mediterranea, la reazione tedesca è governata dalla paura, paura di dovere alla fine pagare i debiti contratti dai partner meno virtuosi. Questa paura condiziona la politica europea della Germania e le impedisce di assumersi quel ruolo di guida che, volente o meno, le compete. In quale direzione potrebbe andare l’Europa se la Germania abbandonasse questa sua posizione di sostanziale cautela e quasi di inerzia ? Qui l’argomentazione di Bolaffi si fa più incerta: acuta la diagnosi, incerta la prognosi e ancora più incerta la cura. Ma a uno storico della Germania contemporanea si chiede soprattutto la diagnosi e quella che ci offre Bolaffi è acuta, precisa e convincente.

aless_cavalli@hotmail.com

A. Cavalli ha insegnato sociologia all’Università di Pavia

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